20 anni della missione Kfor
Nova tra i militari della missione Kfor
 

Pristina, 18 mar - (Agenzia Nova) - A 20 anni dalla sua creazione, al termine del conflitto della fine negli anni Novanta nei Balcani, la missione della Nato in Kosovo (Kfor) continua a lavorare per garantire la sicurezza della regione. "Agenzia Nova" ha incontrato il comandante della missione Nato, il generale italiano Lorenzo D'Addario, i militari impegnati nel paese balcanico e la popolazione locale, per fare il punto della situazione relativa alla sicurezza in Kosovo e sull'operato della Kfor. Una missione capillare, di mantenimento della sicurezza e di dialogo con la popolazione, la missione della Nato con lo scopo di contribuire al mantenimento di un ambiente sicuro e protetto in Kosovo come richiesto dalla risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Albania, Armenia, Austria, Bulgaria, Canada, Croazia, Repubblica Ceca, Danimarca, Finlandia, Germania, Grecia, Ungheria, Irlanda, Italia, Lituania, Moldova, Montenegro, Norvegia, Polonia, Portogallo, Romania, Slovenia, Svezia, Svizzera, Turchia, Ucraina, Regno Unito, Usa. Sono questi i ventotto paesi che partecipano a Kfor con un totale di 3.525 militari, 542 dall'Italia, il secondo contributo dopo quello statunitense (659). A tanti anni di distanza dalla fine del conflitto, le tensioni non sono ancora del tutto sopite e, anche se la situazione è sotto controllo, il lavoro della Nato continua ad essere fondamentale sopratutto nella parte settentrionale del Kosovo a maggioranza serba.  

 
 
Tanti progressi ma ancora lavoro da fare 

 

Pristina, 18 mar - (Agenzia Nova) - Molta strada è stata fatta in Kosovo dal 1999, ma resta ancora molto lavoro da fare per garantire la sicurezza. Lo ha detto in un’intervista ad “Agenzia Nova” il generale di divisione, Lorenzo D'Addario, comandante della missione Kfor della Nato in Kosovo. D'Addario, toscano, classe 1964, si trova dal 28 novembre scorso a guidare 3.525 militari, di cui 542 italiani, la seconda delegazione dopo quella statunitense, provenienti dai 28 paesi che partecipano alla Kfor con l’intento di garantire la sicurezza nel paese. “La condivisione e l'impegno”, questi sono i due concetti che il comandante della missione Kfor ha scelto per il motto del suo periodo di comando. "Il motto che ho scelto è "United in Commitment". Qui in Kfor, ogni comandante, io sono il 23mo, sceglie un motto e anche un simbolo. D’Addario ha spiegato di aver scelto ‘United in Commitment’, sia perché mi ricordava il fatto che la nostra missione unisce questi 28 paesi, sia perché questa missione ci unisce alle organizzazioni internazionali, qui abbiamo l'Unione europea, l'Osce, le Nazioni Unite, ma anche alle istituzioni del Kosovo e dei paesi limitrofi, tra cui metto anche la Serbia", ha detto D’Addario. Tutto ciò, per far sì che ci sia un clima che eviti al massimo le sorprese. "Se noi militari siamo in grado di creare un sistema in cui abbiamo una condivisione della situazione e dei sentimenti, possiamo minimizzare gli errori. Poi chiaramente i politici prendono decisioni sulla base di orientamenti politici e scelte, ma l'importante è che noi non diamo delle informazioni che non consentano di prendere delle buone decisioni. Quindi è molto importante questo rapporto, e pertanto tenevo a questo motto", ha spiegato. Il coordinamento è anche con la polizia e con il Ksf, "perché non dobbiamo vivere nell'ignoranza l'uno dell'altro", ha aggiunto il generale.

La missione di Kfor è quella di fornire sicurezza al Kosovo in forza alla risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu 1244. "Questo compito è molto importante perché la sicurezza è quella condizione necessaria, ma non sufficiente, per permettere il dialogo. In questo modo consentiamo di mantenere quell'impianto stabilito anche dal Military Technical Agreement del 1999 e cioè di evitare praticamente che le parti tornino a contatto. Questo, nonostante a volte ci siano degli atteggiamenti e soprattutto delle frasi provocatorie", ha spiegato il generale. Per D'Addario, il problema è che "quando ci sono tutti questi statement infiammabili e infiammati, si crea un ambiente molto comburente nel quale un incidente, magari anche occasionale, poi si espande. Purtroppo – ha ricordato – ho avuto l'occasione di essere qua nel 2004 alla guida di un battaglione, quando in pochissimo tempo, proprio sull'onda di questi sentimenti" sono tornate ad esplodere le tensioni. "Purtroppo qui c'è un bagaglio di tragedie umane che è veramente difficile superare, non è semplice, non è una guerra fra Stati, qui c'è stata una guerra tra fratelli".
 
La missione Kfor ha quindi l'obiettivo di fornire la sicurezza, la base necessaria per garantire il dialogo. "Il mio compito qui è proprio quello di facilitare, creando un ambiente più sicuro, un ambiente che liberi dalle pressioni, dalle tensioni, dall'insicurezza, dal sospetto, e di creare le migliori condizioni per permettere alle parti di dialogare senza cadere nelle trappole proprie e spesso anche artatamente create da dichiarazioni di questo tipo. Chi si lascia andare a certi atteggiamenti, se vogliamo anche demagogici, per certi versi diventa ostaggio della propria retorica", ha sottolineato il generale. D'Addario è arrivato in Kosovo proprio nel 1999. "Entrai qui a Pristina come ufficiale di scambio con un comando di divisione britannico. Poi ci sono stato nel 2004 come comandante di battaglione nell'area di Pec/Peja con una task force nazionale che era inquadrata in una brigata italo tedesca, di cui facevano parte anche gli spagnoli. L'ho visto cambiare molto il Kosovo. È un'area che ha fatto grandi balzi in avanti. Qui, quando sono arrivato, le luci erano tutte spente, c'era tanta paura, le prospettive erano piuttosto magre: c'erano case che ancora fumavano. Il cambiamento è stato grande, ma c'è veramente ancora tanto da superare negli animi della gente. È facile tornare ostaggio di queste cose, ecco perché noi dobbiamo creare un clima di sicurezza per permettere di guardare avanti". Quest'anno Kfor compie 20 anni e la volontà, afferma D’Addario, è quella "di ricordare quello che è stato il sacrificio, il commitment, delle nostre nazioni: qui sono morti diversi soldati, sia in azione che per incidenti. Quindi questo sacrificio lo vorremmo ricordare proprio nell'ottica di dire che ce l'abbiamo messa tutta, che siamo andati molto avanti e che continuiamo ad andare avanti. Guardiamo al passato soltanto per dire che abbiamo fatto veramente dei grandi cambiamenti e che adesso andiamo ulteriormente avanti", ha spiegato. Proprio per la finalità di Kfor, anche il suo futuro è legato "alla condizione di sicurezza" e, su questo punto, D'Addario ha specificato che "al momento" si ritiene che l'apporto di Kfor sia "fondamentale perché crea quella base di sicurezza che è la condizione prima per poi avere un dialogo".
 
Nel suo mandato, D'Addario si è prefissato due scopi: "Continuare ad assicurare la rilevanza di Kfor come lo strumento per la sicurezza del Kosovo, e quindi far sì che si continui a essere quelli che siamo, ovvero i provider imparziali di questa fondamentale necessità del paese: la sicurezza per permettere il dialogo. E, come ufficiale della Nato, mi auguro che tutti i ragazzi e le ragazze che vengono qua se ne vadano consci di aver servito una grande missione dell’Alleanza, un commitment nel quale hanno trovato una univocità di sforzi e si sentono anche migliorati come professionisti. Perché se da una parte oggi abbiamo una missione, la Nato in generale e questo tipo di attività della Nato servono proprio a formare e a mantenere questa relazione che c'è tra le forze militari dei nostri paesi, cosa che è importantissima come intelaiatura della sicurezza euroatlantica, e sicuramente della sicurezza della nostra Europa. Sicuramente voglio che chiunque abbia servito nella Nato e in Kfor ne sia orgoglioso e vi trovi un miglioramento. Questo me lo pongo come ufficiale generale della Nato, non solo italiano. Sono al mio settimo incarico nella Nato e ritengo che sia veramente una importante iniziativa". A venti anni di distanza, i progressi fatti in Kosovo si contendono il terreno con una retorica politica a volte "infiammabile". Ma il comandante D’Addario non si chiede fino a quando Kfor sarà necessaria, non si dà tempi. "Noi continueremo fin tanto che ci sarà questa necessità. Non ho assolutamente idea, non mi pongo questi problemi, non voglio mettermi fretta. Sono qui per dare tutto il massimo, come tutti quelli che sono qui. Quando si scala una montagna si fa un passo per volta, altrimenti ci si perde d'animo", ha concluso il generale.
 
 
La missione italiana nell'ovest
 

Pristina, 18 mar - (Agenzia Nova) - “Agenzia Nova” .La situazione nell'area ovest del Kosovo è calma, la popolazione condivide gli obiettivi della forza multinazionale della missione Kosovo Force (Kfor) della Nato e si assiste alla ripresa del turismo religioso nei monasteri ortodossi. Questo il quadro della situazione della sicurezza secondo quanto affermato ad "Agenzia Nova" da alcuni militari italiani della missione Kfor che operano nell'area ovest del paese, vicino al confine con il Montenegro. "Siamo a Pec, nell'area ovest del paese, dove l'Italia ha la leadership della parte operativa delle forze Kfor e dove c'è la guida di un battaglione multinazionale con austriaci, moldavi e sloveni. La situazione nell'area ovest del paese è in questo momento calma, la popolazione condivide gli obiettivi della forza multinazionale e si sente sicura e protetta dalla nostra presenza", ha detto il tenente colonnello Gennaro Troise, addetto alla pubblica informazione del Multinazional battle group west di Pec.Il tenente ha spiegato che la parte operativa, chiamata cinetica, collabora molto con una componente non cinetica "e che più prettamente ha il compito di interagire con la popolazione". Ad esempio, parlando direttamente con la popolazione, frequentando le municipalità e i luoghi della vita civile. "In questo modo, hanno il contatto diretto con la popolazione. Il personale non ha compiti di protezione militare, ma quelli di dialogo con la popolazione per capire quali sono le sue problematiche e le sue necessità, così da programmare insieme, eventualmente, interventi anche a livello di cooperazione civile e militare", ha continuato.

 
Chi invece guida la parte cinetica è il tenente colonnello Elvidio Cedrola, comandante delle unità di manovra. "La situazione è al momento calma, questo anche per la nostra presenza sul territorio che è capillare e tende a fornire sicurezza e a garantire tranquillità un po' in tutta l'area", ha detto. Il compito di queste unità è quello di svolgere "attività di pattuglia, quindi di presenza, e sono a disposizione di tutta la popolazione, siano essi serbi o albanesi". Un pattugliamento, quindi, che da un lato intende garantire "la sicurezza della nostra base e quella del monastero di Deciane" e, dall'altro, "mostrare la nostra presenza nel territorio". In questo modo, "riusciamo ad avere sempre il polso della situazione, se dovesse esserci qualche problema riusciamo a percepire quegli indicatori che possono farci capire se dovesse esserci qualche situazione di criticità all'interno della nostra area", ha spiegato.Anche per Cedrola, "al momento la situazione è davvero calma e gli inasprimenti che possono sentirsi sono più a livello politico: la situazione tra la popolazione non ci lascia pensare che possa avvenire nulla di particolare". Nonostante questo, però, "le nostre forze sono sempre pronte a reagire ed è per questo che noi svolgiamo continue esercitazioni in tutta l'area di responsabilità del battle group west, proprio per mostrare e per far capire che Kfor è sempre presente e in caso di necessità è sempre pronta a reagire in qualunque tipo di situazione e in qualunque posto all'interno della nostra area", ha aggiunto.
 
Un esempio dei progressi nella situazione e della conseguente riduzione delle forze è dato dalla realtà del patriarcato di Pec/Peje. "Si tratta della sede della chiesa ortodossa serba, è il luogo più importante della religione, costituisce una sorta di Vaticano della chiesa ortodossa serba" ha detto il tenente Nicola Mauri, comandante del Liaison Monitoring Team (Lmt) di Kfor che si occupa della municipalità di Pec/Peje. "Il patriarcato nasce con i primi nuclei nell'VIII secolo dopo Cristo e la prima chiesa viene costruita nel XII secolo d.C.. Da quell'epoca è sede del patriarca che è il papa della chiesa ortodossa serba e attualmente viene gestita da una comunità di circa 20 suore perché il patriarca, a causa della situazione politica della regione, risiede a Belgrado", ha spiegato. "Da quando le forze Kfor sono entrate nel territorio del Kosovo, in seguito alla risoluzione dell'Onu 1244, questo sito, come altri siti ortodossi, è stato sotto la protezione diretta di Kfor", ha detto. C'era ad esempio un gruppo sempre pronto ad intervenire, dispiegato davanti al monastero, e sulla collina vicina un'altra squadra di cui, agli inizi di Kfor, avevano fatto parte anche degli argentini.Oggi, il patriarcato di Pec/Peje non ha più il controllo delle forze Nato e l'unico sito ancora sottoposto ancora a tutela di Kfor è il monastero di Deciane. "Dal 2010, il patriarcato (di Pec/Peje, ndr) è passato sotto la tutela di una unità speciale della polizia locale e la cosa non ha creato nessun problema, tanto è vero che non si è verificato nessun grave episodio. Tutti questi luoghi comunque sono soggetti a controlli periodici o da parte dell'Lmt di Kfor o da parte delle pattuglie del battle group e la cooperazione con la polizia del Kosovo è costante, quotidiana, a tutti i livelli", ha aggiunto. Durante la stagione estiva e nelle feste, al monastero di Pec/Peje ci sono pellegrinaggi anche dalla Serbia di devoti e religiosi "e non si è verificato nessun problema. Questo ci dà una buona speranza anche per il futuro della regione", ha concluso.