Atlantide
27.04.2009 - 20:02
ANALISI
   
ATTESA IN AFGHANISTAN, MENTRE I TALEBANI ATTACCANO IN PAKISTAN
Roma, 27 apr 2009 20:02 - (Agenzia Nova) - Sono in corso importanti sviluppi nel teatro afgano-pachistano. Mentre non è in vista alcun sintomo della consueta offensiva primaverile della guerriglia neo-talebana in Afghanistan – abbiamo anzi appreso dal portavoce della Nato, James Appathurai, che il numero delle vittime civili degli scontri in quel paese è calato del 39 per cento nel primo trimestre di questo 2009 – il movimento jihadista sorto al di là della Linea Durand ha messo a segno alcuni risultati significativi. I seguaci di Betullah Mehsud e del Mullah Fazlullah, infatti, invece di aderire all’invito del Mullah Omar d’impegnare tutte le risorse disponibili nello scontro all’orizzonte con i soldati americani e della Nato che si accingono a scatenare una controffensiva nelle province meridionali ed orientali afgane, hanno conquistato la Valle di Swat.

Con il consenso del governo di Islamabad, vi hanno addirittura instaurato la variante più rigorosa della legge coranica, rifiutando tuttavia di deporre le armi, al contrario di quanto era stato stabilito nel compromesso raggiunto con le autorità politiche pachistane. Proprio questo gesto di sfida aveva indotto l’inviato speciale della Casa Bianca nella regione, Richard Holbrooke, a definire inopportuno lo scorso 19 aprile il nuovo cedimento del Presidente Asif Ali Zardari e del suo primo ministro. In effetti, la settimana appena terminata si è aperta con una nuova avanzata dei talebani nel distretto di Buner, distante dalla capitale Islamabad meno di cento chilometri. Il colpo di mano era stato realizzato dagli studenti islamici seguendo le stesse tattiche impiegate negli anni Novanta nel vicino Afghanistan: valorizzando cioè velocità e manovra, utilizzando allo scopo mezzi improvvisati e leggeri come le motociclette, per spostarsi rapidamente ovunque s’intraveda la possibilità di estendere l’area soggetta al controllo politico-militare del loro movimento.

L’azione su Buner pare tuttavia aver finalmente smosso dal suo torpore l’esercito pachistano, che ha deciso, di concerto con il governo e la presidenza della Repubblica, d’intervenire inviando un contingente del Frontier Corps pesantemente armato a bloccare l’avanzata talebana. Gli integralisti sono stati costretti a prendere atto della novità. Hanno perciò tempestivamente disposto un ripiegamento generale nella valle di Swat, non senza aver prima saggiato la reale determinazione dei militari pachistani a combattere. In questo modo, i talebani pachistani hanno evitato il confronto frontale con il generale Ashfaq Parvez Kayani e sono riusciti a conservare il grosso delle proprie capacità in vista di un’eventuale seconda tappa della controffensiva governativa. Il momento è quindi delicatissimo. Non è infatti ancora chiaro se i vertici militari pachistani abbiano veramente deciso di affrontare l’insurrezione talebana fino alla sua totale sconfitta o se invece abbiano soltanto voluto imprimere un alt all’avanzata del movimento guidato da Betullah Mehsud e del Mullah Fazlullah.

La differenza sarebbe notevole: nel primo caso, infatti, l’esercito pachistano farebbe esattamente ciò che gli Stati Uniti gli chiedono dal 12 settembre 2001. Nel secondo, invece, si limiterebbe a proteggere la capitale Islamabad ed il proprio Stato maggiore, basato a Rawalpindi, senza rinunciare alla possibilità futura di sfruttare il jihadismo talebano contro l’India, in particolare sul fronte kashmiro. Siamo quindi in presenza di un test d’importanza decisiva. Sapremo dalla portata delle operazioni militari pachistane nella valle di Swat se le Forze armate di Islamabad hanno o meno superato quello “stato di negazione” di cui lo accusano numerosi analisti ed in particolare l’autorevole Ahmed Rashid e se possiamo davvero considerarlo come un assett nella lotta che è in corso anche in Afghanistan. Se il sistema militare pachistano s’impegnasse a fondo per affermare la sovranità nazionale dello Stato anche sulle zone tribali, le forze della guerriglia che insanguinano l’Afghanistan verrebbero private dei rifugi sicuri di cui dispongono oltrefrontiera dall’inizio delle operazioni americane ed alleate, accrescendo sensibilmente le probabilità di vittoria di Washington e della Nato. (g.d.)
   
IRAQ: IN PERICOLO I RISULTATI CONSEGUITI DA PETRAEUS
Roma, 27 apr 2009 20:02 - (Agenzia Nova) - Nella guerra al terrorismo internazionale, sarà importante non dare inopportuni segnali di debolezza sul fronte iracheno. Ancorché giustamente celebrato per i successi riportati con il surge varato nel 2007, David Petraeus ha in effetti sempre sottolineato in ogni apparizione pubblica come i progressi realizzati in Mesopotamia siano reversibili e non si possa pertanto considerare definitivamente vinta la guerra. L’ondata di attentati che ha sconvolto l’Iraq durante la scorsa settimana deve quindi essere considerata come un serio campanello d’allarme. Non è un caso che il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, si sia recata tempestivamente a Baghdad per comprendere il senso dei recenti avvenimenti.

Come in passato, gli attacchi suicidi hanno colpito bersagli sciiti – due volte a Baghdad ed una nei pressi Baquba, uccidendo oltre 150 persone, tra le quali molti pellegrini iraniani – forse nella speranza di suscitare una massiccia serie di rappresaglie da parte delle milizie sadriste o di altra affiliazione. Ma per il momento non si è registrata alcuna risposta d’alto profilo, probabilmente anche grazie alla vigilanza tuttora assicurata dalle truppe statunitensi che stazionano nelle città proprio per proteggerne la popolazione. I check-point ed i plotoni in perlustrazione possono far poco contro i kamikaze che sfuggano allo sguardo attento dei civili locali, come quelli che hanno appena colpito, ma costituiscono un deterrente eccezionale per le milizie settarie che agivano di notte. La presenza dei soldati americani nelle strade ha inoltre contribuito decisivamente a convincere la parte neutrale degli iracheni ad isolare gli estremisti. Prima del surge, i militari di Washington si limitavano invece a svolgere pattugliamenti diurni, non di rado abbandonandosi ad indiscriminati esercizi di violenza, che alienavano i civili e ne inducevano molti ad ingrossare le fila della guerriglia.

Anche in questa occasione, i contatti sviluppati sul terreno grazie alla costante presenza delle truppe sono stati apparentemente decisivi al perfezionamento della cattura del principale esponente di al Qaeda in Iraq, Abu Omar al-Baghdadi, preso immediatamente dopo l’ultima strage. Di qui, tuttavia, la maggior incognita che avvolge l’esito finale del conflitto in corso. Cosa accadrà infatti quando gli americani si ritireranno nelle loro basi, come è stabilito che facciano tra due mesi in base alle disposizioni del trattato di sicurezza bilaterale firmato da George Walker Bush a Baghdad, nessuno è in grado di dirlo. E meno ancora quando rimpatrieranno negli States. Ma è forte il timore che il passaggio delle consegne alle forze di sicurezza del nuovo governo di Baghdad, secondo alcuni ancora discretamente infiltrate da elementi settari, coincida con la ripresa delle lotte intestine.

Molto dipenderà certamente dalle decisioni finali che il Presidente Usa, Barack Obama, vorrà assumere, tenendo conto anche dei risultati delle elezioni iraniane e dalle prospettive del dialogo in corso con Teheran. Purtroppo, non è però da escludere che proprio uno dei pilastri della strategia adottata da Petraeus negli ultimi due anni finisca con il precipitare l’Iraq in una guerra civile al momento in cui Washington ritirerà le truppe. Gli attentati jihadisti di al Qaeda ne sarebbero il detonatore, ma ad affrontarsi sarebbero soprattutto le formazioni che si sono dotate recentemente di un’organizzazione politico-militare coesa e credibile: da un lato, gli sciiti sadristi; dall’altro, i sunniti del Risveglio, confluiti nelle milizie dei Figli dell’Iraq create con l’attivo sostegno dei soldati americani.

Nulla vieta a quel punto di immaginare anche uno scenario conclusivo di frammentazione e decomposizione dello Stato iracheno, nel quale sciiti e sunniti divorzino definitivamente e combattano per determinare i confini delle rispettive sfere d’influenza, magari con il sostegno più o meno attivo dei rispettivi alleati regionali. Dichiarando la guerra destinata a concludersi entro la fine del 2010, il Presidente Obama ha forse compiuto un errore paragonabile a quello fatto sul ponte della portaerei Lincoln dal suo predecessore il primo maggio 2003. (g.d.)