Corno d'Africa
27.11.2020 - 17:25
 
ANALISI
 
Etiopia: le truppe etiopi alle porte di Macallè mentre crescono i timori di una nuova ondata migratoria
Addis Abeba, 27 nov 2020 17:25 - (Agenzia Nova) - A poco più di tre settimane dal lancio dell’offensiva nella regione del Tigrè, le forze armate federali dell’Etiopia hanno sferrato ieri l’offensiva finale sulla capitale Macallè, che stando alle ultime notizie diffuse dalla task force governativa di Addis Abeba disterebbe ora solo 20 chilometri. Man mano che l’offensiva va avanti, tuttavia, si moltiplicano i timori di un coinvolgimento dei civili nei combattimenti, il che rischia di innescare una gravissima crisi umanitaria in una regione - e in un Paese - già fortemente vulnerabile da questo punto di vista: attualmente, infatti, l’Etiopia accoglie 800 mila rifugiati, sia nell’area occidentale di Gambela sia in quella settentrionale di Shire, e ospita più di 1,8 milioni di sfollati interni. Secondo le stime dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), aggiornate al 23 novembre, più di 40 mila rifugiati (41.193 per la precisione) sono stati registrati nei campi di transito al confine col Sudan, e in particolare 28.182 ad Hamdayet, 11.689 a Lugdi, 620 ad Abdrafi e 702 nel valico del Nilo Azzurro. L'ong italiana Coopi segnala che, nell'ultima settimana, 27 mila etiopi registrati a Hamdayet hanno fatto richiesta di asilo politico.

Secondo quanto riferito ad “Agenzia Nova” da Sophia Jessen, portavoce di Unhcr, gli operatori stanno lavorando per trasferire circa 9 mila persone dal campo di Hamdayet, principale punto di raccolta per chi arriva dall'Etiopia, al campo stabile di Om Rakouba, situato a 70 chilometri di distanza e dove viene organizzata l’accoglienza su autorizzazione del governo. La manovra è necessaria, spiega Jessen, per garantire una migliore ospitalità a queste persone, che arrivano senza nulla, ed in particolare per strutturare l’accesso ai servizi sanitari. La portavoce non ha invece ricevuto conferma di un presunto attacco sferrato - secondo alcune fonti di stampa - in un campo profughi al confine con l’Eritrea e nel quale sarebbe morto anche un bambino, ipotizzando che possa essere avvenuto lato etiope. Nessuna conferma è d'altra parte giunta finora alla notizia, riportata dall’emittente “Radio Erena” (con sede a Parigi), del presunto bombardamento nel campo profughi di Adi Harush, che ospita più di 10 mila rifugiati eritrei.

La situazione umanitaria nel Tigrè "sta peggiorando di giorno in giorno”, ha confermato ad “Agenzia Nova” il portavoce dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari umanitari (Ocha), Saviano Abreu, spiegando che nella capitale tigrina Macallè sono di solito operativi 200 operatori sociali che attualmente sono bloccati come altri civili a causa dell’offensiva dell’esercito etiope, mentre in tutto il Tigrè sono state interrotte strade, telecomunicazioni e fornitura di elettricità, rendendo di fatto impossibili movimenti e comunicazioni. A nome delle Nazioni Unite, Abreu ha quindi espresso “estrema preoccupazione” per la sorte dei 500 mila abitanti di Macallè, la capitale regionale, che potrebbero rimanere vittima dei combattimenti, e ha ribadito che tutte le parti in conflitto sono tenute al rispetto del diritto internazionale. “La situazione è drammatica anche nei quattro campi rifugiati delle Nazioni Unite presenti nel Tigrè, dove rimangono scorte alimentari per meno di una settimana per i circa 100 mila rifugiati eritrei che qui vivono, mentre l’acqua ed il carburante scarseggiano”.

Abreu ha quindi spiegato a “Nova” che, nonostante un dialogo sia stato avviato con le autorità, dall’inizio del conflitto gli operatori non sono stati in grado di inviare rifornimenti a causa dei blocchi istituiti nella regione. “Lavoriamo per preparare l’accoglienza ma le persone sono terrorizzate, hanno visto uccidere membri delle loro famiglie, i bambini separati dai genitori, chi arriva in Sudan è esausto ed è veramente urgente preparare la risposta umanitaria per tutte queste persone che sono sfollate”, spiega il portavoce, ricordando che oltre 40 mila persone sono fuggite dal Tigrè in Sudan nelle prime due settimane di conflitto, il che fa prevedere che la cifra possa arrivare fino a 200 mila. Sul fronte della risposta umanitaria, l'Ong italiana Coopi riferisce che da più di una settimana sta fornendo 40 mila litri di acqua potabile al giorno ai rifugiati, in particolare nel villaggio di Hamdayet, mentre Massimo Diana, rappresentante del fondo Unfpa in Sudan, precisa che aiuti sanitari sono arrivati anche al "Villaggio 8", situato nello Stato orientale di Gedaref.

Interpellato da "Agenzia Nova", il direttore regionale del Norwegian Refugees Council (Nrc), Nigel Tricks, ha sottolinea da parte sua "l'eccezionale cooperazione" esistente sia con le autorità di Khartum che fra le associazioni presenti sul posto - si contano tre Ong locali - e ha precisato che Nrc è "aperta a collaborare con il governo sudanese ovunque sia richiesto aiuto". Al momento, ha aggiunto, non ci sono ospedali o strutture mediche e le persone ferite sono curate presso i centri di accoglienza al confine sudanese. In questo contesto, nelle prossime settimane le agenzie umanitarie lanceranno un appello per raccogliere risorse in modo da far fronte alla crescente emergenza. Contattato da "Agenzia Nova", il direttore della sede di Khartum dell'Agenzia italiana per la Cooperazione allo sviluppo (Aics), Vincenzo Racalbuto, ha ricordato che la situazione richiede di prestare attenzione anche alla comunità ospitante e porta a fare i conti con inevitabili conseguenze sanitarie, essendo stati registrati nelle ultime settimane in Sudan numerosi casi di poliomielite di tipo 2, molti dei quali provenienti dall'Etiopia, il che ha reso necessario riprendere la campagna di vaccinazione per questa tipologia della malattia. "La macchina (della risposta umanitaria) è stata avviata", spiega Racalbuto, aggiungendo che l'Italia ha fatto una donazione di 500 mila euro all'Unhcr per gestire in Sudan l'emergenza umanitaria. Gli aiuti saranno principalmente destinati a sostenere la risposta umanitaria nei campi situati negli Stati di Gedaref e Kassala, al confine con l'Etiopia e l'Eritrea.

Nel frattempo, man mano che l’offensiva prosegue, i timori che questa possa tramutarsi in una vera e propria “bomba a orologeria” sul versante umanitario crescono anche a livello internazionale. Non è un caso se, intervenendo ieri al ForumMed promosso dal ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale e dall’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), il ministro dell’Interno del Governo di accordo nazionale della Libia (Gna), Fathi Bashagha, ha lanciato un allarme sulla possibile bomba migratoria che potrebbe esplodere nella primavera del 2021. “La Libia ospita più di 50 mila rifugiati e migranti. La difficile situazione economica in Africa, aggravata dalla pandemia di Covid-19, si aggiunge ai conflitti in corso in Burkina Faso o in Etiopia, cui vanno ad aggiungersi peraltro i disastri naturali dovuti ai cambiamenti climatici”, ha detto Bashagha. “Se questi i conflitti continueranno, la Libia non sarà non grado di affrontare queste sfide, date le limitate risorse che ha a disposizione. Le attuali misure non basteranno a fermare i migranti che attraversano il Mediterraneo, a meno che la Libia sia aiutata a controllare le sue frontiere”, ha aggiunto l’esponente dell’esecutivo libico di Tripoli, che ha posto l’accento non tanto sul controllo delle frontiere marittime, quanto piuttosto su quelle meridionali per impedire che i migranti entrino in Libia. Intanto la diplomazia è al lavoro proprio nel tentativo di evitare che il conflitto si trasformi in una catastrofe umanitaria. Sebbene il governo etiope continui a rifiutare una mediazione dell’Unione africana dal momento che considera quella nel Tigrè un’operazione di “applicazione della legge” limitata nel tempo e solo ad alcune aree della regione, e che in quanto tale si concluderà presto, il primo ministro Abiy Ahmed ha tuttavia accettato di incontrare i tre inviati nominati dall'Unione africana (l'ex presidente liberiana Ellen Johnson-Sirleaf, l'ex presidente sudafricano Kgalema Motlanthe e l'ex presidente mozambicano Joaquin Chissano). In un comunicato diffuso al termine dell'incontro avvenuto oggi, Ahmed si è ancora una volta detto determinato ad "arrestare e assicurare alla giustizia la cricca del Tplf", mentre ha promesso di assistere le persone sfollate a causa delle violenze, collaborando con le agenzie delle Nazioni Unite e fornendo gli aiuti umanitari necessari. Il primo ministro ha inoltre dichiarato di essere impegnato nel dialogo con la società civile, i rappresentanti delle comunità tigrine ed i partiti politici che operano "legalmente" nel Tigrè, ma di respingere ogni collaborazione con i leader del Fronte di liberazione popolare del Tigrè (Tplf), e ha quindi ribadito l'impegno dell'esercito etiope di difendere e risparmiare i civili dal conflitto. Nel frattempo, i leader della regione del Tigrè hanno nominato un rappresentante per discutere con l'Unione africana ed altri organismi internazionali di un'immediata cessazione delle ostilità con il governo di Addis Abeba. In un comunicato, le autorità tigrine hanno inoltre chiesto di garantire l'accesso degli operatori umanitari nella regione e di avviare un'indagine indipendente su possibili crimini di guerra effettuati durante il conflitto.
 
 
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