Corno d'Africa
16.11.2020 - 19:34
 
 
ANALISI
 
Etiopia: conflitto nel Tigrè, chi vince e chi perde da una eventuale destabilizzazione del Paese
Addis Abeba, 16 nov 2020 19:34 - (Agenzia Nova) - Come ampiamente prevedibile, l’offensiva lanciata lo scorso 4 novembre dalle forze armate dell’Etiopia nella regione settentrionale del Tigrè si sta rapidamente trasformando in un conflitto regionale che, oltre agli attori interessati più da vicino – Eritrea, Sudan, Egitto –, vede coinvolte le potenze i cui interessi nel Corno d’Africa potrebbero essere accresciuti o danneggiati a seconda di una destabilizzazione o meno di un Paese che da anni è considerato il perno della stabilità del continente. Se il coinvolgimento dell’Eritrea nel conflitto è un fatto ormai acclarato, come dimostra il bombardamento della capitale Asmara da parte di missili sganciati lo scorso fine settimana dalla regione del Tigrè, più oscillante appare al momento la posizione di Egitto e Sudan, entrambi impegnati da anni con l’Etiopia nello spinosissimo dossier della Grande diga etiope della rinascita (Gerd), il cui processo di riempimento da parte etiope ha fatto storcere il naso alle autorità de Il Cairo e di Khartum facendo irrigidire le relazioni con i due Paesi vicini. Sullo sfondo, poi, ci sono gli Emirati Arabi Uniti, principale sponsor dell’accordo di pace Etiopia-Eritrea siglato nel luglio 2018 e che quindi avrebbero tutto l’interesse a rinsaldare tale asse al fine di agevolare la loro penetrazione economico-commerciale nella regione, già molto forte in alcune aree come il Somaliland.

Partendo dal Sudan, va tenuto presente che il Paese sta vivendo una fase di transizione molto delicata, iniziata con la cacciata del presidente di lunga data Omar al Bashir (al potere per 30 anni) e proseguita con il duplice accordo raggiunto di recente con gli Stati Uniti per quanto riguarda la rimozione dalla lista dei Paesi sponsor del terrorismo internazionale e con Israele per l’avvio delle normalizzazioni delle relazioni diplomatiche. Si tratta di un duplice tassello che impedisce a Khartum di prendere posizione in maniera netta nel conflitto nel Tigrè, ponendo di fatto il Paese in una posizione alquanto ondivaga che, tuttavia, potrebbe assegnargli il ruolo di ago della bilancia. “Il Sudan, come l’Egitto, è fortemente influenzato dall’andamento dei colloqui sulla Diga della rinascita”, spiega ad “Agenzia Nova” Marco Di Liddo, analista responsabile del desk Africa e Russia e Balcani del Centro studi internazionali (Cesi). “Tutti e due sperano che il conflitto (nel Tigrè) si protragga per ostacolare le trattative sul dossier Gerd, tuttavia non hanno la garanzia che una eventuale destabilizzazione dell’Etiopia porti con sé una effettiva rinegoziazione del dossier da parte di Addis Abeba”, ha osservato Di Liddo, spiegando così il presunto sostegno “sottobanco” che il Sudan avrebbe già offerto alle forze tigrine.

Sebbene, infatti, le autorità sudanesi abbiano ufficialmente chiuso i confini tra gli stati frontalieri di Kassala e Gadaref con il Tigrè, secondo diversi osservatori Khartum potrebbe usare la minaccia del sostegno al Tplf per ottenere concessioni da Addis Abeba sulla regione di confine di Fashqa, un territorio di circa 160 chilometri quadrati situato lungo il confine con lo Stato etiope degli amhara e che il Sudan rivendica in virtù di un accordo firmato nel 1902 tra il Regno Unito e l'Etiopia sotto l'imperatore Menelik II e successivamente confermato dai diversi leader etiopi, compreso il Tplf. La disputa su Fashqa – dove l'Etiopia e il Sudan continuano a mantenere una presenza militare – rappresenta a sua volta un ostacolo nei negoziati sulla Gerd. Se il Sudan, d’altra parte, dovesse decidere di schierarsi apertamente in favore del Tigrè, che confina anche con l'Eritrea, la guerra rischierebbe a quel punto di diventare un affare di lunga durata le cui ricadute strategiche nei rapporti di Khartum con Addis Abeba e Asmara rischierebbero di diventare troppo alte.

Alla luce di quanto scritto, il Sudan – che secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha già ospitato più di 20 mila etiopi in fuga dal Tigrè, cifra che sale a 25 mila secondo le autorità sudanesi – sembrerebbe nella posizione di svolgere un ruolo di mediazione, specialmente dopo la recente rimozione dalla “lista nera” Usa e del rinnovato sostegno che gode da parte dei Paesi del Golfo. Inoltre, in qualità di presidente di turno dell'Autorità intergovernativa per lo sviluppo (Igad), Khartum avrebbe le carte in regola per organizzare una mediazione, così come già avvenuto in parte fra Egitto ed Etiopia per quanto riguarda i colloqui sulla diga Gerd. In un tale contesto, è notizia di ieri che i governi di Sudan ed Egitto sono impegnati in esercitazioni aeree congiunte nella base di Merowe, nel nord del Sudan. Le operazioni, avviate nel fine settimana sotto il nome di "The Nile Eagles 1", proseguiranno fino al prossimo 26 novembre e riguarderanno molte attività, tra cui la pianificazione e la gestione di combattimenti aerei comuni, operazioni offensive e difensive da parte degli aerei da combattimento multiruolo dei due Paesi ed esercizi di ricerca e salvataggio in combattimento da parte delle forze aviotrasportate, secondo quanto riferito dall'esercito egiziano in un comunicato. Si tratta dei primi esercizi militari di questo tipo fra i due Paesi vicini dagli anni '70, quando si tennero sotto l'allora presidente sudanese Jafar al Nimeri, e questo la dice lunga su quanto l’asse fra Egitto e Sudan potrebbe giocare un ruolo importante nel conflitto del Tigrè.

Un’altra potenza direttamente interessata a quanto sta accadendo nel Tigrè sono sicuramente gli Emirati Arabi Uniti. Abu Dhabi è, con l’Arabia Saudita, da considerarsi il principale sponsor dell’accordo di pace siglato nel luglio 2018 tra Etiopia ed Eritrea, per questo avrebbe tutto l’interesse a far sì che l’accordo venga pienamente attuato. “Gli Emirati sono interessati a fare affari con l’Etiopia e l’Eritrea e a sviluppare con esse l’interscambio commerciale”, ha osservato ancora l’analista Di Liddo. Per riuscirsi, le autorità emiratine spingono affinché venga risolto il vero ostacolo che si frappone alla piena attuazione dell’accordo di pace, quello relativo alla disputa della città di Badme, al confine fra Tigrè ed Eritrea: si tratta di un ostacolo non di secondo piano, dal momento che i tigrini non sembrano intenzionati a cedere, sebbene il governo etiope abbia annunciato di accettare l'accordo di Algeri del 2000 che prevedeva la restituzione di Badme all'Eritrea. Una piena attuazione dell’accordo di pace fra Addis Abeba e Asmara, secondo Di Liddo, gioverebbe non poco agli emiratini, “che dalla stabilità nella regione avrebbero tutto da guadagnare per stabilire proficui accordi economici, l’esportazione di manodopera a basso costo e il consolidamento di una presenza militare” che, ad oggi, li vede già presenti con una base ad Assab, in Eritrea.

Quel che è certo che una eventuale destabilizzazione dell'Etiopia è vista con forte preoccupazione dalle vicine Somalia, in particolare se le forze etiopi attualmente impegnate nella lotta contro al Shabaab dovessero ritirarsi: in tal senso, è notizia di sabato scorso che Addis Abeba avrebbe in programma di ritirare 600 uomini impiegati nell'area di confine fra i due Paesi proprio allo scopo di reimpiegarli nel Tigrè. Una notizia che, se confermata, rischia di favorire le infiltrazioni jihadiste attraverso il confine etiope: i gruppi jihadisti non hanno mai stabilito un punto d'appoggio significativo in Etiopia, ma stanno tentando di farsi strada, e sia al Shabaab che lo Stato islamico hanno pianificato attacchi nel Paese nel 2019, mentre la propaganda jihadista ha preso di mira alcune reclute etiopi. L'instabilità nel Tigrè potrebbe quindi creare un'opportunità per al Shabaab di fare incursioni simili al quelle che conduce periodicamente nel Kenya orientale.

Chi avrebbe, invece, da guadagnare da una possibile destabilizzazione dell’Etiopia è la Turchia, più che altro in un'ottica anti-emiratina. Tuttavia – ha osservato Di Liddo – per quanto i turchi siano il secondo investitore in Etiopia dopo la Cina, “non sono così forti e presenti nel dossier etiope, soprattutto se si considera che Ankara versa in una grave crisi economica”. Inoltre, un eventuale impegno militare turco al fianco dei tigrini sarebbe “un rischio che la Turchia difficilmente potrebbe correre”, essendo già impegnata in Libia e in Siria. Difficile, dunque, che ai turchi riesca un’operazione simile a quanto avvenuto in Somalia, dove il governo federale di Mogadiscio è stretto alleato dell’asse turco-qatariota. Quanto alla Cina, a tutt’oggi il principale partner economico-commerciale dell’Etiopia, difficilmente prenderà posizione nel conflitto nel Tigré: l’obiettivo prioritario di Pechino, osserva ancora Di Liddo, è continuare a fare affari con Addis Abeba. Non è un mistero, infatti, che la costruzione della diga Gerd – il cui appaltatore principale è l’italiana Salini Impregilo ma che vede un coinvolgimento importante della Cina, tramite la società China Gezhouba Group Corporation (Cggc) – sia iniziata nel 2011, quando al potere c’erano i tigrini, tuttavia la salita al potere di Abiy Ahmed (primo premier oromo) non ha impedito al progetto di andare avanti, così come gli innumerevoli progetti infrastrutturali portati avanti dalla Cina.

Nel frattempo, mentre proseguono le operazioni militari sul terreno – è notizia di oggi la conquista da parte delle forze federali della città di Alamata, situata nei pressi del confine con la Regione degli amhara e a circa 120 chilometri dalla capitale del Tigrè, Macallè –, il governo del premier Ahmed continua a ripetere che l’offensiva militare andrà avanti fino alla resa totale delle forze tigrine. Una posizione intransigente che, stando a quanto sostiene l’analista Di Liddo, risponde ad un preciso obiettivo: quello di non “internazionalizzare” il conflitto. “Non c’è dubbio, infatti, che un’eventuale mediazione da parte dell’Unione africana o di altri mediatori regionali – a più riprese invocata dal leader del Tplf, Debretsion Gebremichael – sancirebbe un punto a favore delle autorità del Tigrè, intenzionate a denunciare l’aggressione nei fori internazionali”, ipotesi vista come fumo negli occhi da parte di Addis Abeba che, non a caso, continua a parlare di un’operazione volta a “ripristinare lo stato di diritto”.
 
 
 
 
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