Corno d'Africa
07.11.2020 - 10:05
 
 
ANALISI
 
Etiopia: l’offensiva militare nel Tigrè rischia di innescare un conflitto regionale
Addis Abeba, 7 nov 10:05 - (Agenzia Nova) - L’offensiva militare lanciata lo scorso 4 novembre dalle forze armate dell’Etiopia nella Regione dei tigrè ha trascinato, di fatto, l’Etiopia in uno stato di guerra. L’operazione, annunciata dal premier Abiy Ahmed in un discorso televisivo, è stata autorizzata in seguito all’attacco avvenuto nella notte fra il 3 e il 4 novembre contro il Comando settentrionale delle truppe federali di stanza nel Tigrè e che le autorità di Addis Abeba attribuiscono alle forze armate tigrine. Queste ultime, già da mesi in aperto conflitto con il governo federale in seguito alle contestate elezioni regionali dello scorso settembre, hanno proclamato lo “stato di guerra” e hanno annunciato di aver sequestrato "quasi tutte" le armi in possesso del Comando settentrionale dell'esercito etiope, dicendosi pronte alla battaglia. Toni che non hanno fatto altro che esacerbare un’escalation che in realtà era nell’aria da diverse settimane, da quando cioè le autorità di Macallè hanno deciso di dichiarare “illegittime” le istituzioni federali in seguito al rinvio delle elezioni generali nel Paese, inizialmente in programma nel mese di agosto, e alla conseguente decisione di Addis Abeba di sospendere le relazioni e i finanziamenti all’amministrazione tigrina. Il timore, ora, è che il conflitto possa estendersi al resto del Paese – già alle prese con numerosi fronti di tensione di stampo etnico – e, addirittura, nell’intera regione del Corno d’Africa, dove giocano un ruolo di primo piano diverse potenze straniere.

Ma andiamo con ordine. Era la mattina del 4 novembre quando il primo ministro Abiy Ahmed ha ordinato un'offensiva militare per rispondere all’attacco condotto contro il Comando settentrionale che ospita truppe federali. In un discorso trasmesso in diretta televisiva, Ahmed ha quindi accusato il Fronte di liberazione popolare del Tigrè (Tplf) – il partito egemone nello Stato regionale e in tutta Etiopia fino al 2018 – di aver sferrato l'attacco, che ha provocato "molti martiri, feriti e danni alla proprietà", allo scopo di saccheggiare le risorse militari federali. Nell’annunciare il successo dell'operazione militare, il primo ministro ha inoltre rivendicato la conquista di punti strategici, senza tuttavia far riferimento ad eventuali vittime, e ha annunciato nuove operazioni contro gli obiettivi tigrini nei prossimi giorni: è notizia del 6 novembre, ad esempio, che le forze federali etiopi stanno sorvolando la zona di Macallè, preparandosi secondo le autorità tigrine ad effettuare raid aerei. L'accusa non è stata al momento confermata o smentita dal governo federale, tuttavia sui social media la voce trova credito in un post del direttore associato della sezione Crisi e conflitti di Human Rights Watch (Hrw), Gerry Simpson, che sottolinea i crescenti appelli rivolti dai gruppi umanitari al governo affinché ripristini Internet e le linee telefoniche. Sempre il 6 noembre, inoltre, l'autorità etiope per l'Aviazione civile ha annunciato la chiusura degli aeroporti delle principali città del Tigrè, e precisamente della capitale Macallè, di Shire, Axum e Humera. Quanto al rischio che l’operazione militare degeneri in un vero e proprio conflitto generalizzato – ipotesi temuta da molti, vista l’importanza strategica che l’Etiopia ricopre per la stabilità regionale – è stato lo stesso premier Ahmed a tranquillizzare l’opinione pubblica. In un messaggio pubblicato oggi su Twitter, il premio Nobel per la pace 2019 ha dichiarato che le operazioni in corso hanno come unico obiettivo quello di “ripristinare lo stato di diritto e l'ordine costituzionale e di salvaguardare i diritti degli etiopi a condurre una vita pacifica” in ogni parte del Paese e che hanno obiettivi “chiari, limitati e raggiungibili”. Sulla stessa lunghezza d’onda il vice capo di Stato maggiore delle forze armate, Birhanu Jula, secondo il quale l’esercito di Addis Abeba è stato costretto ad una "guerra inaspettata e senza scopo" con la regione dei Tigrè, considerata ben armata da un punto di vista militare, e ha tenuto a rassicurare che “l'esercito non andrà da nessuna parte", rispondendo ai timori che il conflitto si possa estendere in altre regioni dell'Etiopia. "La guerra finirà qui", ha aggiunto.

Da parte sua, il presidente della regione del Tigrè, Debretsion Gebremichael, non ha abbandonato i suoi toni bellicosi dichiarando che “siamo in grado di difenderci dai nemici che hanno dichiarato guerra alla regione del Tigrè, siamo pronti ad essere martiri” e proclamando lo “stato di guerra” nella sua regione. In una dichiarazione, Debretsion ha inoltre affermato che le forze speciali della regione degli Amhara si sono unite alle truppe federali per combattere contro le forze governative del Tigrè e ha confermato che i combattimenti si stanno svolgendo nella regione occidentale del Tigrè, al confine con l'Amhara, alimentando così i timori di una possibile espansione del conflitto. "La popolazione del Tigrè non dovrebbe essere attaccata nel Tigrè. Adesso siamo completamente armati. Non siamo inferiori a loro in termini di armi, anzi forse siamo migliori", ha detto il governatore, aggiungendo che le forze tigrine hanno sequestrato "quasi tutte" le armi dal Comando settentrionale dell'esercito etiope. Debretsion ha infine affermato che alcuni militari federali hanno attraversato il confine con l'Eritrea, a dimostrazione delle "strette relazioni" che intercorrono con Asmara. Non è un mistero, infatti, che i tigrini – la cui popolazione costituisce solo il 6 per cento di quella etiope ma che per decenni hanno mantenuto il controllo sulla vita politica, economica e sociale del Paese – siano i nemici giurati di Asmara, e vedano come il fumo negli occhi la storica Dichiarazione di pace siglata tra i governi di Etiopia ed Eritrea nel luglio 2018.

Quel che appare certo, tuttavia, è che il Tigrè sia del tutto isolato in questa guerra. I leader degli altri Stati regionali dell’Etiopia si sono infatti schierati, chi più chi meno, al fianco del governo federale contro le autorità del Tigrè. Il presidente dello Stato regionale di Oromia, Shemelis Abdissa, ha ribadito in una nota il proprio sostegno alle forze federali, ha condannato l’attacco definendolo un “atto di guerra” contro il governo centrale di Addis Abeba e ha accusato il Tplf di aver armato il Fronte di liberazione oromo (Olf). “Lo Stato regionale di Oromia sta con il potere federale per la pace e la stabilità nel Paese”, ha affermato Abdissa, invitando i cittadini a rimanere vigili in vista di eventuali minacce alla pace per salvaguardare la sicurezza pubblica. Anche il presidente dello Stato regionale di Amhara, Temesgen Tiruneh, si è schierato al fianco delle autorità federali, così come il governo regionale di Benshangul-Gumuz, che in un comunicato si è detto “costernato” dall'azione “provocatoria” innescata dal Tplf e ha invitato tutte le amministrazioni regionali ad impegnarsi per preservare la pace e la sicurezza e a mostrare solidarietà alle forze di difesa etiopi. Il vicepresidente della Regione delle nazioni, nazionalità e popoli del sud (Snnp), Ristu Yirdaw, da parte sua ha accusato il Tplf di creare problemi “al benessere sociale, economico e politico del Paese” e lo ha definito “una minaccia per la nazione”.

Secondo diversi osservatori, il confronto militare tra Etiopia e Tigrè potrebbe essere paragonato a una vera e propria guerra interstatale, con due forze consistenti e ben addestrate che mostrano pochi segni di cedimento. Se, da un lato, l'Etiopia è uno dei Paesi meglio armati dell'Africa, dall’altro la forza paramilitare del Tplf e le milizie locali possono contare (secondo le stime dell'International Crisis Group) fino a circa 250 mila unità. Ma quali sono le vere cause che hanno portato al conflitto militare? Se ad accendere la miccia del conflitto è stato, come si è visto, l’attacco tigrino al Comando militare del nord, ben più profonde sono le ragioni politiche che si celano dietro all’escalation. Le tensioni fra Addis Abeba e le autorità tigrine si sono infatti esacerbate dopo che il Tplf, da sempre al potere nella regione, ha annunciato l’intenzione di ignorare la decisione del governo di rinviare, a causa della pandemia di Covid-19, le elezioni parlamentari e regionali in programma ad agosto e di far svolgere ugualmente le elezioni regionali nel settembre scorso. La frattura si è ulteriormente acuita con la decisione delle autorità tigrine di dichiarare “incostituzionali” le istituzioni federali, annuncio a cui a sua volta ha fatto seguito la risoluzione con cui il parlamento federale dell’Etiopia ha chiesto al governo di interrompere le relazioni con il Tigrè e di ridurre dal bilancio le sovvenzioni destinate al Consiglio regionale tigrino: nel motivare la decisione, il presidente della Camera della Federazione, Aden Farah, ha infatti accusato il governo regionale di essere stato costituito illegalmente a seguito di uno scrutinio regionale “incostituzionale” e che, come tale, “il governo federale non può concedere sussidi di bilancio a tali organismi”.

Ancor prima dello scontro istituzionale innescato dalla questione elettorale, le autorità del Tigrè erano già da tempo sul piede di guerra contro il governo federale guidato dal premier Ahmed, primo oromo alla guida del Paese dopo decenni di dominio tigrino. Se quest’ultimo ha fin da subito attirato le speranze della comunità internazionale per le sue aperture nei confronti degli avversari interni e dell’Eritrea – speranze che gli sono valse il Nobel per la pace – è altrettanto vero che la sua azione ha finito per emarginare sempre più il Tplf, un tempo partito egemone del Fronte democratico rivoluzionario etiope (Eprdf), la coalizione al potere per anni in Etiopia fino a quando, nel 2019, lo stesso Ahmed non ha deciso di scioglierla per creare il suo Partito della prosperità (Pp), nel quale il Tplf ha rifiutato di confluire. Ma allargando lo sguardo al contesto regionale, quali rischi comporterebbe un eventuale conflitto generalizzato in Etiopia? Quel che è certo è che poche regioni al mondo sono più vulnerabili del Corno d'Africa. I vicini dell'Etiopia includono la Somalia – dove le forze etiopi sono presenti ma dovrebbero iniziare il loro ritiro a breve – e il Sudan, che sta affrontando una lenta e faticosa transizione politica. Quanto all’Eritrea, ha finora mostrato pochi segnali di apertura reali dopo l’accordo di pace del 2018 e le relazioni con il confinante Tigrè sono pessime. Secondo diversi osservatori, inoltre, un eventuale conflitto rischierebbe di coinvolgere anche questi Paesi e altri attori regionali come gli Stati del Golfo, che nel Corno d’Africa stanno giocando da anni un’intricata battaglia geopolitica. Le tensioni, d’altro canto, si inseriscono nel quadro dell’annosa disputa diplomatica sulla Grande diga della rinascita etiope (Gerd) che vede contrapposti l’Etiopia, da una parte, l’Egitto e il Sudan dall’altra. Proprio il ruolo giocato da Il Cairo, in tal senso, potrebbe alimentare speculazioni circa i possibili interessi egiziani nel destabilizzare l’Etiopia allo scopo di far saltare i negoziati, peraltro già in salita.
 
 
 
 
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