Atlantide
26.07.2020 - 13:44
 
 
ANALISI
 
E’ possibile che Trump punti a rendere irreversibile la rottura con la Cina?
Roma, 26 lug 13:44 - (Agenzia Nova) - di Fabio Squillante - La consapevolezza che la Seconda Guerra Fredda sia iniziata si fa strada, ormai, anche tra gli osservatori internazionali. Giovedì 23 luglio il segretario di Stato Usa, Michael Pompeo, pronuncia un durissimo discorso contro la Cina, lanciando un appello al mondo libero affinché resista alla “nuova tirannia”. Egli attacca il presidente Xi Jinping, fautore di “un’ideologia totalitaria fallita”, e invita i cittadini del colosso asiatico a “correggere la direzione” politica imposta dal Partito comunista cinese.

Mai, durante la contrapposizione con l’Urss, i leader statunitensi erano giunti ad istigare i cittadini sovietici alla sovversione, ma la Prima Guerra Fredda era comunque sottoposta agli accordi di Yalta, in base ai quali le aree strategicamente più importanti del mondo erano state divise in zone d’influenza che nessuno osò mettere in discussione, fino alla caduta del Muro di Berlino. Con la Cina, invece, non esiste alcuna cornice comune di sicurezza. La contrapposizione tra Washington e Pechino si fa, intanto, sempre più accesa.

Dopo le accuse lanciate dai servizi di sicurezza nei confronti di hacker, presunte spie e diplomatici cinesi, il presidente Donald Trump ordina la chiusura del consolato cinese di Houston, in Taxas, mentre si viene a sapere che una “ricercatrice”, giunta in California per partecipare ad un programma di scambio scientifico, sembra essere, invece, un ufficiale dei servizi segreti militari di Pechino. La donna, Juan Tang, fugge e trova rifugio nel consolato cinese di San Francisco, ma venerdì 24 luglio i funzionari di Pechino decidono di farla uscire affinché sia arrestata. Nessuna sede diplomatica, infatti, può dare ospitalità a persone ricercate dalle autorità locali.

Il direttore dell’Fbi, Christopher Wray, rivela che il controspionaggio Usa lavora “su circa cinquemila dossier collegati alla Cina, ormai ne apriamo uno ogni 10 ore”. E mentre nel Mar Cinese meridionale incrociano due portaerei Usa con le rispettive squadre navali, la corsa allo spazio torna ad essere una priorità per le due superpotenze, come fu per Usa ed Urss dalla fine degli anni Cinquanta in poi.

La “scossa”, per gli strateghi di Washington, arriva con l’atterraggio di una sonda cinese sulla faccia nascosta della Luna, il 4 gennaio 2019. Per gli alti gradi delle Forze armate statunitensi è uno shock, poiché quel lato del nostro satellite è l’unica porzione del cosmo accessibile ad essere totalmente e permanentemente invisibile, e chi dovesse riuscire a stabilirvi una base, potrebbe lanciare attacchi dallo spazio a sorpresa.

L’atterraggio della sonda è reso possibile dal posizionamento di un satellite in un’orbita talmente alta, da poter mantenere i contatti con la strumentazione sulla Luna: un’impresa che gli Usa non avevano nemmeno mai tentato e che dimostra lo stato di avanzamento della ricerca e dell’industria spaziale cinese. Pochi giorni dopo quell’evento, Washington annuncia la costituzione di una nuova Forza armata, quella spaziale, mentre Trump inizia a pianificare il rilancio della Nasa. Così, quando giovedì 23 luglio i cinesi lanciano una sonda su Marte, dall’evocativo nome di “Lunga marcia”, gli Stati Uniti sono pronti a lanciarne una più grande e pesante: “Perseverance”, che sarà lanciata martedì 28 luglio.

La risposta di Pechino alla chiusura del consolato di Houston arriva venerdì 24 luglio, con la chiusura del consolato Usa di Chengdu, ma è quanto meno improbabile che la Casa bianca faccia marcia indietro rispetto all’attuale linea di dura contrapposizione. L’ostilità nei confronti del regime comunista cinese e degli stessi cittadini del colosso asiatico è ormai diffusissima tra gli statunitensi, ed è probabile che Trump soffi sul fuoco anche per fini elettorali.

Il suo sfidante democratico, Joe Biden, cerca di recuperare, facendo sapere che – se eletto – adotterà una linea dura tanto nei confronti della Russia quanto rispetto alla Cina. Egli appare, tuttavia, meno credibile del presidente uscente. L’esito delle elezioni Usa, però, non è mai stato determinato dalle vicende della politica internazionale, e la convenienza elettorale non può spiegare l’atteggiamento di Trump. Tanto meno ora che il presidente risulta sfavorito dai sondaggi. L’ultimo, relativo alla Florida, uno Stato tradizionalmente incerto che Trump tuttavia conquistò quattro anni fa, lo vede indietro di 11 punti percentuali rispetto a Biden.

Con i suoi 21,5 milioni di abitanti, la Florida è il terzo Stato Usa per popolazione e chi la conquista ottiene 29 grandi elettori. La popolazione dello Stato è la più anziana del Paese, con il 17 per cento degli abitanti sopra i 65 anni, molti dei quali pensionati trasferitisi per godersi il clima mite della Florida. E’ evidente che l’ondivaga politica di Trump nei confronti dell’epidemia di coronavirus non ha potuto trovare molti simpatizzanti in questa fascia della popolazione.

Proprio a causa del Covid-19, Trump si trova costretto a cancellare il suo discorso di accettazione della candidatura, previsto per fine agosto a Jacksonville, in Florida, mentre le sue possibilità di conferma alla Casa bianca appaiono ridotte. Certo, è possibile che nelle prossime settimane emergano novità sui dossier più delicati per i democratici: l’ormai fantomatico rapporto Barr sulla fabbricazione del cosiddetto “Russiagate”; lo scandalo dei pedofili che aveva al centro Jeffrey Epstein – amico di Bill Clinton – e Ghislaine Maxwell. Ormai, però, mancano poco più di tre mesi alle elezioni del 3 novembre, e con lo scorrere del tempo, un recupero da parte di Trump appare sempre meno probabile.

Anche per questo vale la pena di riflettere sulla politica del presidente nei confronti della Cina: una sfida talmente aspra da apparire provocatoria. Sembra quasi che l’intenzione di Trump, e dei gruppi di potere che lo sostengono, si quella di rendere irreversibile la rottura diplomatica e politica con Pechino, anche in caso di vittoria di Biden. Debole e anziano, il candidato democratico difficilmente potrebbe sperare in un secondo mandato, ed è molto probabile che egli non possa recuperare in soli quattro anni i rapporti con la Cina. In fondo, nemmeno Trump è riuscito, finora, a costruire con la Russia di Vladimir Putin il rapporto costruttivo che sperava di avere.
 
 
 
 
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