Mezzaluna
25.06.2019 - 19:50
 
 
ANALISI
  
Emirati: ministro Gargash in visita a Roma, siamo un pilastro per la stabilità
Roma, 25 giu 19:50 - (Agenzia Nova) - Gli Emirati Arabi Uniti si candidano ad essere sempre di più un pilastro per la stabilità in Medio Oriente e in particolare nella regione del Golfo, minacciata dalle tensioni con l’Iran. E’ questo il messaggio portato ieri e oggi a Roma dal ministro di Stato degli Emirati, Anwar Gargash, in visita in Italia. ll ministro emiratino ha incontrato ieri a Roma Matteo Piantedosi, capo di gabinetto del ministero dell'Interno. Durante l'incontro, cui ha partecipato l’ambasciatore emiratino a Roma Omer Obaid Al Shamsi, le due parti hanno sottolineato la necessità di una cooperazione internazionale per garantire la sicurezza e la stabilità regionali, evidenziando l'importanza delle consultazioni e delle soluzioni politiche per le crisi che affliggono la regione. Gargash ha ribadito la posizione degli Emirati Arabi Uniti a sostegno degli sforzi compiuti dalla Comunità internazionale per combattere tutte le forme di estremismo e terrorismo, che rappresentano “gravi minacce alla sicurezza globale e alla pace”. Questa mattina, invece, Gargash ha incontrato prima la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, poi i membri delle commissioni Esteri e Difesa del Senato e il ministro degli Esteri italiano, Enzo Moavero Milanesi. La giornata si è conclusa presso la Società italiana per l'organizzazione internazionale (Sioi), dove il responsabile emiratino ha tenuto una “Lectio Magistralis” sulla situazione in Medio Oriente.

Ad aprire i lavori è stato l’ex ministro degli Esteri italiano e vicepresidente della Commissione europea, Franco Frattini: “Siamo particolarmente orgogliosi come Sioi di avere un memorandum di cooperazione con gli Emirati in diversi campi ed abbiamo ora un'opportunità speciale di ascoltare Gargash, che è una importante personalità. Durante la mia esperienza europea c'è stata una grande cooperazione con il governo emiratino e posso dire che questo paese rappresenta un pilastro della stabilità dell'area, che è una delle più importanti per la comunità mondiale. Vediamo cosa accade nel Golfo e in Medio Oriente - ha detto Frattini - con i problemi provocati dalle continue provocazioni dell'Iran”.

Nel suo discorso, Gargash ha toccato i temi di più stretta attualità internazionale a 360 gradi. “C'è qualcosa di nuovo ora in quanto gli Stati Uniti stanno cambiando la loro impostazione rispetto ai problemi globali. La Cina - secondo il ministro emiratino - diventerà una delle principali economia del mondo, o forse lo è già. Pechino potrebbe diventare un nuovo polo simile all’Unione Sovietica e giocare un ruolo opposto agli Usa. La Cina ha interessi nella sua area geografica, ma anche in Africa. Tuttavia la ricchezza cinese non deve necessariamente esteriorizzarsi, anzi potrebbe cristallizzarsi nel proprio paese”. Il problema dell'Unione Europea, a detta dell'esponente del governo di Abu Dhabi, è che “non parla con un'unica voce e ora ci sono delle questioni che la indeboliscono come la Brexit e i populismi". Se da un lato i gruppi economici europei "sono molto forti, quelli politici sono divisi", ha evidenziato il ministro. "La Russia - ha aggiunto - non ha la capacità di essere una potenza globale. Mosca è stata cacciata dal Medio Oriente da Sadat (Anwar, l'ex presidente egiziano assassinati nel 1981) ma è ritornata nella regione con l'intervento in Siria che ha avuto successo”.

Davanti a questo scenario, la scelta degli Emirati “è difficile", ha detto ancora Gargash. "Potremmo fare come in passato, lasciando stare i problemi globali e contando solo sulla protezione degli Stati Uniti, ma i tempi sono cambiati e la crisi yemenita è un chiaro esempio di questo ragionamento sia limitato. E' essenziale per noi avere un ruolo più attivo nella regione”. Abu Dhabi sta creando di creare “un paese moderno, musulmano e moderato: concepirlo è facile ma metterlo in pratica è molto difficile”. Questo considerando il fatto che ormai negli Stati Uniti le preoccupazioni sono rivolte altrove: “Gli Usa sono molto preoccupati per la Cina. Se ascoltiamo i discorsi che si fanno a Washington sono tutti concentrati sulla Cina”.

Il primo dei problemi per Abu Dhabi arriva dal vicino Iran. A proposito dei recenti venti di guerra, per Gargash è necessario “un processo di de-escalation con l’Iran per evitare un conflitto nella regione del Golfo". Parlando della crisi in corso nella regione ha spiegato che “è necessario un consenso per la sicurezza regionale ed energetica, con una soluzione globale per risolvere la crisi della regione". "L'Iran ha sempre avuto un ruolo centrale nella nostra politica estera. Sappiamo che è erede di una civiltà importante, ha una presenza forte e un ruolo per la stabilità della regione, ma parliamo anche di un regime ideologico che è interessato ad avere un'espansione politica, non solo geografica. Questo ci porta ad avere crisi continue, senza sosta”, ha osservato il ministro emiratino. Il responsabile della diplomazia di Abu Dhabi ha aggiunto: “Vorrei essere chiaro sulla crisi in corso: non si può risolvere militarmente. Molte crisi sono iniziate con delle percezioni non reali. Noi dobbiamo lavorare per una de-escalation. E' giusta la decisione di Trump di non rispondere all'abbattimento del drone”.

Un altro elemento di tensione arriva dall’attivismo del movimento dei Fratelli musulmani il quale non ha dato "alcun contributo positivo negli ultimi anni, in particolare per lo sviluppo dell’economia”. Per Gargasj “la Fratellanza è un'organizzazione nata negli anni Venti, quando ne sono nate in tante aree del mondo. E' stata formata per rispondere alla fine del califfato", ha ricordato Gargash. Secondo il ministro, i Fratelli musulmani "non possono governare uno Stato moderno. Non hanno dato alcun contributo per lo sviluppo dell'economia, mentre si sono occupati molto delle donne. Dopo la sconfitta araba del 1967 ci sono stati eventi la Rivoluzione iraniana e l'Islam politico ha preso piede. Ma dopo tanti anni non abbiamo visto alcun passo in avanti”. "In Tunisia, ad esempio, abbiamo visto una regressione dei diritti delle donne. Il pensiero dei Fratelli musulmani è quello di Sayd Qutb (politico egiziano, ideologo del Jihad offensivo), che però si basa sulla violenza. Durante il periodo nasseriano Qutb venne torturato e quindi legittimò l'uso della violenza. Da questo punto sono partiti Osama Bin Laden e Ayman al Zawahiri con la formazione di al Qaeda”, ha concluso Gargash.

Dietro questo gruppo islamista però c’è il Qatar la cui crisi con Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto è legata al fatto che “Doha sostiene un’agenda estremista”. “Il Qatar supporta tramite i suoi media un'agenda estremista nel mondo ed interferisce in diversi paesi come Egitto, Bahrein e Arabia Saudita", ha spiegato il ministro del governo di Abu Dhabi. Il 4 giugno del 2017, il quartetto di paesi arabi ha iniziato un boicottaggio politico ed economico del Qatar per il presunto sostegno di Doha al terrorismo e le sospette ingerenze qatariote negli affari interni delle altre nazioni. "Noi evitiamo di cooperare con loro (Doha) perché appoggiano i gruppi radicali come il Fronte al Nusra in Siria. Ci sono quattro paesi che hanno deciso di rompere i legami con il Qatar e questo ha fatto capire al mondo che c'erano dei problemi”, ha concluso Gargash.

Infine il rappresentante emiratino ha parlato della guerra nel vicino Yemen ed ha assicurato che il 2019 sarà l’anno nella quale finirà il conflitto. “In Yemen il nostro lavoro negli ultimi anni è stato di supporto alle Nazioni Unite per una soluzione politica", ha spiegato. "La Coalizione ha lavorato per una soluzione politica e per la fine della guerra. La strada della roadmap è chiara e avrà successo se le milizie Houthi si ritireranno da al Hodeida", ha proseguito facendo riferimento alla città sulla costa occidentale che è ancora contesa tra ribelli e forze governative, con la presenza sul terreno di osservatori dell'Onu. A questo proposito, secondo Gargash, è necessario "coinvolgere tutte le parti per una trattativa sul futuro della città”. Per Gargash il problema è che “gli Houthi sono un attore locale, ma anche una pedina dell'Iran". "Prima annunciano il ritiro da Hodeida e poi attaccano l'Arabia Saudita. Noi pensiamo l'abbiano fatto su ordine dell'Iran. Gli Houthi ora controllano la capitale, quattro miliardi di dollari delle casse statali e i vari ministeri, ma crediamo che nel 2019 vi sarà la fine della guerra in Yemen e l'inizio del processo politico”.

Concetti espressi anche in un’intervista rilasciata oggi alla stampa italiana. "Nessuno vuole la guerra. Non la vuole l'Iran e soprattutto non la vogliono gli Stati Uniti, come dimostra la rinuncia di rappresaglia americana dopo l'abbattimento del drone nel Golfo Persico", ha detto Gargash in un'intervista a "la Repubblica". Politico di lungo corso e accademico di fama, formatosi alla George Washington University e al King's College di Cambridge, Gargash ha ricevuto i giornalisti nella bella villa ottocentesca, sede dell'ambasciata degli Emirati. "Detto questo, la crisi attuale non è una sorpresa, ma il risultato di un espansionismo politico iraniano che va avanti da anni. L'Iran è un protagonista decisivo nella regione, una civiltà antica. Ma negli ultimi 30 anni è diventato uno Stato revanscista". La tensione con gli Usa è salita pericolosamente con l'abbattimento del drone della Marina degli Stati Uniti. "Il drone è partito dal nostro territorio. Gli americani hanno diverse basi militari nella regione, dal Kuwait al Bahrein, dal Qatar agli Emirati; quel tipo di missioni sono molto frequenti. Ma il drone è stato abbattuto mentre volava nello spazio aereo internazionale, sopra lo Stretto di Hormuz. Non è possibile che abbia sconfinato in Iran".

Se con i suoi missili il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, avesse ucciso 150 iraniani sicuramente l'Iran avrebbe provato a colpire per rappresaglia obiettivi in Siria, Iraq, Afghanistan o altrove. Un'operazione di rappresaglia sia pure 'chirurgica' può innescare un conflitto più generalizzato. "Quel pericolo esiste. Tuttavia la guerra non conviene a nessuno. E il presidente Trump è stato molto saggio nel decidere di non rispondere alla provocazione iraniana". John Bolton, consigliere per la Sicurezza nazionale statunitense, continua a ripetere il suo mantra: "To stop Iran's bomb, bomb Iran", ossia 'Per fermare la bomba iraniana, bombardiamo l'Iran'. "Non è quello che ci ha detto all'inizio di giugno quando è venuto in visita ad Abu Dhabi, pochi giorni prima che il primo ministro giapponese Shinzo Abe si recasse come mediatore di pace a Teheran.

Riguardo all'Iran, il discorso di Bolton è stato molto costruttivo e per nulla bellicistico". Non sembra verosimile la ripresa di un dialogo tra Washington e Teheran e magari un incontro tra Trump e l'ayatollah Ali Khamenei simile a quelli che ci sono stati con il nordcoreano Kim Jong-un. "Non credo, perché adesso c'è una sola priorità: la de-escalation, concentrandosi su tutti gli elementi che hanno scatenato l'ultima crisi". È convenuto a Trump uscire dall'accordo nucleare con l'Iran? "Il presidente americano ha fatto la scelta giusta perché quel trattato andava comunque ridiscusso. Infatti, garantisce la non-proliferazione nucleare iraniana soltanto per i prossimi vent'anni ed è necessario allungarne la scadenza. I nuovi negoziati dovranno anche impedire che Teheran continui a influenzare Paesi quali l'Iraq, il Libano o la Siria senza rispettarne la sovranità".

Il ministro si sofferma inoltre sull'ipotesi di creare una forza internazionale per proteggere il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz. "In effetti temo la confusione che può nascere se ogni Paese invia le proprie navi militari per proteggere le sue petroliere, come hanno appena fatto gli indiani. Serve una risposta coordinata". In Libia gli Emirati sono uno dei primi sostenitori del generale Khalifa Haftar, l'uomo che dal 4 aprile ha lanciato un'operazione militare a Tripoli. "Noi abbiamo sostenuto le operazioni del generale Haftar contro il terrorismo in Libia, ma non siamo stati informati in anticipo dei suoi piani per questa azione militare su Tripoli. L'accordo raggiunto proprio ad Abu Dhabi fra Haftar e il premier del governo di accordo nazionale, Fayez al Sarraj, il presidente dell'esecutivo riconosciuto internazionalmente, era buono. Bisogna ritornare al dialogo politico e perseguire un accordo. In Libia rimane il pericolo che gruppi estremistici vengano sostenuti, per esempio, da Paesi come la Turchia che appoggia le milizie più radicali". Vuol dire che a questo punto Haftar deve interrompere gli attacchi a Tripoli? "È necessario un accordo politico per la Libia, che contribuisca a stabilizzare il Paese, che abbia fra i primi punti il ridimensionamento delle milizie che controllano molte aree di Tripoli", ha concluso Gargash.
 
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