Atlantide
15.06.2019 - 13:16
 
 
ANALISI
 
La battaglia contro i nuovi monopolisti è iniziata
Roma, 15 giu 13:16 - (Agenzia Nova) - Di Fabio Squillante - Alla fine del XIX secolo l’economia degli Stati Uniti iniziò ad essere sempre più dominata da alcuni potenti conglomerati che comprendevano attività minerarie, acciaierie, costruzioni ferroviarie, trasporti, proprietà terriere e attività commerciali. Il sistema dei “trust” condizionava il commercio, le tariffe, controllava vaste fasce di terreno attorno alle ferrovie, e dunque la proprietà immobiliare delle città costruite lungo le strade ferrate, e dunque i centri di raccolta e smistamento del bestiame. Il sistema dei “trust” divenne pervasivo, comprendendo anche il settore agricolo e quello petrolifero.

I conglomerati avevano acquisito tale potere da poter determinare l’elezione di senatori, membri della Camera dei rappresentanti e addirittura presidenti. Dopo una serie d’infruttuosi tentativi di porre un limite allo strapotere dei “trust”, intrapresi a livello statale, il Congresso federale approvò finalmente, nel 1890, lo Sherman Antitrust Act – dal nome del senatore repubblicano John Sherman – che vietava ogni tipo di accordo che limitasse la concorrenza.

Ci vollero ancora 11 anni perché quella legge iniziasse ad essere applicata, ed ancora altri dieci per arrivare, nel 1911, al vero assalto contro i grandi gruppi monopolisti. Durante la presidenza del repubblicano Theodore Roosevelt, iniziatore del cosiddetto “progressivismo”, la American Tobacco fu divisa in quattro diverse compagnie, mentre la Standard Oil fu smantellata e frammentata in ben 34 società.

Oggi ci stupisce la lungimiranza dei politici statunitensi, e la loro capacità di contrastare con forza ed efficacia lo strapotere dei grandi capitali, ma si prova sollievo perché le nostre democrazie mature hanno a disposizione un armamentario completo di norme antitrust che mettono il mercato al riparo dalla rapacità dei monopoli. E’ un errore grave. I monopoli, infatti, non solo esistono, ma sono estremamente più pervasivi e condizionanti di quanto non fossero nel 1890 o nel 1911.

Secondo gli ultimi dati, relativi al primo trimestre di quest'anno, il gruppo fondato da Mark Zuckerberg conta 2,7 miliardi di utenti attivi su almeno una delle sue piattaforme “social” (Facebook, WhatsApp, Instagram, o Messenger). La pervasività della sola piattaforma Facebook è tale da toccare percentuali impressionanti delle popolazioni di alcuni dei principali Paesi del mondo (vedi Tabella). Amazon, primo operatore mondiale nel commercio online e nelle consegne, ha servito nel 2018 oltre 2,3 miliardi di utenti. La piattaforma di condivisione di file multimediali YouTube vanta 1,9 miliardi di utenti. Il sistema operativo Android, prodotto da Google, è utilizzato da oltre due miliardi di dispositivi; altrettanti sono gli utenti di Chrome, il “browser” della compagnia, mentre il motore di ricerca Google riceve 1.200 miliardi di richieste l’anno, pari al 78 per cento del totale mondiale.

Secondo l’ultimo rapporto annuale di “We are Social”, oltre 4 miliardi di persone hanno accesso a Internet, mentre gli utenti dei “social network” sono 3,5 miliardi: il 45 per cento della popolazione mondiale (7,59 miliardi d’individui). Nel 2017 Amazon, principale società di vendite online, ha spedito oltre 5 miliardi di oggetti in tutto il mondo, e ciò calcolando solo gli acquirenti iscritti al programma "Prime" dell'azienda. Lo scorso anno la percentuale di nuclei familiari abbonati alla piattaforma Amazon ha raggiunto, negli Stati Uniti, il 51 per cento.

I colossi del Web condizionano i nostri gusti, le nostre scelte di acquisto, le nostre opinioni politiche, il nostro voto e dunque, sempre più, gli orientamenti politici delle nazioni. Le grandi compagnie della “new economy” dilagano ormai nell’economia tradizionale, occupando posizioni sempre più solide nei settori dei trasporti, dell’aerospazio, della logistica, dei servizi finanziari, delle assicurazioni. Da un paio d’anni, ormai, si prevede lo sbarco dei “social network” nel settore del credito: un passaggio che sancirebbe definitivamente il dominio dei nuovi colossi sull’economia mondiale.

La politica appare sempre più debole di fronte a questi sviluppi, e le opinioni pubbliche sempre più disarmate. La resistenza però, oggi come nel 1890, parte proprio dagli Stati Uniti. Molti si stupiranno del fatto che è il presidente Donald Trump a guidare la battaglia contro i moderni conglomerati, da lui ripetutamente attaccati sia durante la campagna delle presidenziali, sia negli anni del suo mandato alla Casa bianca.

Lunedì 3 giugno si viene a sapere che il dipartimento di Giustizia Usa da una parte, e la Federal Trade Commission dall’altra, avrebbero avviato indagini per abuso di posizione dominante contro Google, Amazon, Facebook ed Apple. Compagnie che, nel complesso, vantano ricavi per circa 1.000 miliardi di dollari. L’8 giugno, poi, nel corso del vertice del G20 che si tiene a Fukuoka, in Giappone, gli Stati Uniti contribuiscono a far approvare una dichiarazione sulla necessità di tassare a livello globale i giganti del Web, sulla base dei ricavi che essi ottengono dalle attività in ogni singolo Paese, e non nel Paese in cui si trova la loro sede legale. In altre parole, il fatto che i moderni conglomerati siano basati in Paesi a bassissima tassazione, come l’Irlanda o l’Olanda, non li metterebbe al riparo dai sistemi fiscali nazionali. Il segretario al Commercio Usa, Steven Mnuchin, non è del tutto soddisfatto del documento, che ritiene comunque una buona base di partenza.

L’offensiva dell’amministrazione Trump si muove, dunque, lungo due direttrici: da una parte la Federal Trade Commission prende in considerazione lo scorporo dei colossi del Web, ispirandosi alle decisioni che spezzarono i monopoli dei primi anni del Novecento; dall’altra il governo tende a limitare l’accumulo di enormi risorse finanziarie, redistribuendo ai sistemi fiscali nazionali, e dunque alle popolazioni, una parte dei loro colossali ed incontrollati ricavi.

La limitazione del potere dei grandi monopoli tecnologici è la battaglia del secolo. Dall’esito di questa lotta – che certo non si risolverà in pochi anni – dipenderà l’indipendenza dei sistemi politici dei Paesi democratici, Stati Uniti compresi. Gli Stati autoritari a partito unico – come ad esempio la Cina – hanno invece poco da temere dai colossi del Web, che vengono tenuti fuori del mercato nazionale, grazie allo sviluppo di un sistema d’interconnessione parallelo ad Internet, oppure piegati alle limitazioni volute dal regime.
 
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