Corno d'Africa
07.06.2019 - 17:26
 
 
ANALISI
 
Sudan: cresce la pressione internazionale sul Consiglio militare mentre si aggrava bilancio delle violenze
Khartum, 7 giu 17:26 - (Agenzia Nova) - Mentre si aggrava in Sudan il bilancio degli scontri degli ultimi giorni dopo la prova di forza dell’esercito contro i manifestanti dell’opposizione, si intensifica la pressione internazionale sul Consiglio militare di transizione (Tmc) affinché ceda al più presto il potere ad un’autorità a guida civile. Ieri il Consiglio per la pace e la sicurezza dell'Unione africana ha infatti sospeso la partecipazione del Sudan a tutte le attività dell'Ua “con effetto immediato” e “fino all'effettiva istituzione di un'autorità di transizione guidata da civili, che rappresenta l'unico modo per consentire al Sudan di uscire dall'attuale crisi”. Secondo quanto si legge nel comunicato finale diffuso al termine della riunione d’emergenza dell’organismo convocata ieri ad Addis Abeba, l’organismo regionale ha inoltre deciso che “qualora il Tmc non riuscisse a cedere il potere ad un'autorità transitoria a guida civile, il Consiglio dovrà, senza ulteriori ritardi, imporre automaticamente misure punitive nei confronti di individui ed entità che ostacolino l'insediamento di un’autorità transitoria civile”. Il Consiglio ha quindi incaricato l’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (Igad), in coordinamento con la leadership dell'Unione africana, di mediare i colloqui tra il Tmc e le Ffc per ottenere il trasferimento di potere a un'autorità di transizione guidata da civili. La dichiarazione sottolinea infine la necessità che l'Igad “mobiliti e convochi tutte le parti sudanesi interessate al dialogo, al fine di stabilire rapidamente un'autorità di transizione a guida civile in Sudan”. Come immediata conseguenza dell’appello, il primo ministro etiope Abiy Ahmed – in qualità di presidente di turno dell’Igad – è arrivato oggi a Khartum per avere dei colloqui con il capo del Consiglio militare, Abdel Fattah al Burhan, e con i rappresentanti delle Forze per la libertà e il cambiamento (Ffc), il cartello che racchiude le sigle dell’opposizione in Sudan, nel tentativo di mediare nella crisi ed evitare che il paese sprofondi in un pericoloso conflitto civile capace di avere ripercussioni a livello regionale. Ahmed, che è entrato in carica in Etiopia lo scorso anno e che da allora ha avviato un processo di riforme politiche ed economiche (una su tutte la storica dichiarazione di pace con l’Eritrea), ha ottenuto numerosi elogi e riconoscimenti internazionali per le sue spiccate capacità diplomatiche, che potrebbero quindi tornare utili per cercare di sbrogliare la matassa sudanese. L'iniziativa etiope si è resa necessaria dopo il peggior spargimento di sangue in Sudan da quando l’ex presidente Omar al Bashir è stato estromesso da un golpe militare lo scorso 11 aprile, dopo 30 anni al potere: secondo le ultime stime fornite dal Comitato centrale dei medici sudanesi (Ccsd), il bilancio della feroce repressione militare è infatti di 113 morti e più di 500 feriti, mentre per ora le autorità sudanesi hanno ammesso la morte di 61 persone, tra cui tre membri delle forze di sicurezza.

Ma ad allarmare è soprattutto la situazione umanitaria causata dal sovraffollamento degli ospedali e dalla carenza di personale medico: “C'è una grave carenza di personale medico, causato principalmente dalle milizie militari che hanno come obiettivo i medici e che impediscono loro di raggiungere ospedali e cliniche per svolgere il loro lavoro. Per tutti questi motivi, ogni giorno si perdono sempre più vite”, denuncia il Ccsd in un comunicato, secondo cui i cinque principali ospedali del paese sono stati chiusi dalle Forze di supporto rapido (Rsf, le milizie paramilitari composte in larga parte da ex combattenti janjaweed, letteralmente “demoni a cavallo”, divenuti tristemente noti nel conflitto del Darfur). Inoltre, secondo quanto denunciato in una nota dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), alcuni membri del personale medico sono stati feriti e alcune operatrici sanitarie sarebbero addirittura state stuprate in incursioni negli ospedali. Inoltre, si legge nella nota, diverse cliniche mobili allestite per trattare i manifestanti feriti sono state date alle fiamme e distrutte le attrezzature mediche saccheggiate. Ahmed al Mandhari, direttore regionale dell'Oms per il Mediterraneo orientale, si è detto seriamente preoccupato per le violenza sulle persone bisognose, sugli operatori sanitari e sulle strutture mediche. Intanto, sul piano politico, l’opposizione ha formulato tre richieste per mettere nero su bianco la sua posizione per avere qualsiasi contatto futuro con il Consiglio militare. In una dichiarazione rilasciata dopo la decisione del Consiglio per la pace e la sicurezza Ua di sospendere il Sudan dall'organismo regionale, le Ffc hanno chiesto l'assunzione di responsabilità da parte del Consiglio golpista e di tutti coloro che sono coinvolti nei suoi crimini dall'11 aprile (giorno della destituzione dell’ex presidente Omar al Bashir); il pieno trasferimento di potere ad autorità ai civili, come previsto nella Dichiarazione di libertà e cambiamento; l'immediato smantellamento delle milizie janjaweed e la consegna delle loro armi all'esercito. L’appello giunge mentre si intensifica la pressione internazionale sul Consiglio militare sudanese: sia l’Unione europea che gli Stati Uniti hanno infatti accolto con favore la decisione dell'Unione africana di sospendere il Sudan. La decisione, si legge in una nota della portavoce del Servizio europeo per l’azione esterna (Seae) Maja Kocijancic, “stabilisce criteri chiari per il ripristino di un processo politico pacifico e credibile al fine di affrontare le legittime aspirazioni del popolo sudanese”. Secondo la portavoce, “tutti gli individui detenuti per motivi politici, compreso Yasir Arman (il numero due del Movimento di liberazione popolare del Sudan-Nord, arrestato mercoledì scorso) devono essere rilasciati”, per questo “l'Unione europea si unisce all'Unione africana chiedendo la cessazione immediata della violenza e un'indagine credibile sugli eventi criminali degli ultimi giorni. Allo stesso modo, i negoziati con l’opposizione verso un'autorità transitoria guidata dai civili devono riprendere sulla base di accordi raggiunti finora”, prosegue la dichiarazione, auspicando inoltre che la richiesta dell'Unione africana affinché le potenze straniere non interferiscano nel processo di risoluzione della crisi venga accolta senza indugio. “In questo contesto, l'Ue prende atto della possibilità di applicare misure punitive da parte dell'Ua nei confronti di individui e entità che ostacolino la creazione di un'autorità transitoria a guida civile”, conclude la nota.

Anche il dipartimento di Stato Usa ha accolto con favore la decisione e ha fatto sapere di essere in contatto con gli Emirati Arabi Uniti per sostenere gli sforzi per una soluzione politica in Sudan. “Esprimo il mio plauso all'Unione africana per aver inviato questo messaggio forte alle forze di sicurezza del Sudan per l'uccisione di civili innocenti e per chiedere un trasferimento di potere a un governo a guida civile”, ha dichiarato su Twitter il sottosegretario del dipartimento di Stato per l'Africa, Tibor Nagy, il quale ha inoltre ribadito il sostegno statunitense agli sforzi dell'Ua per porre fine alla crisi sudanese. Nel frattempo il portavoce del dipartimento di Stato, Morgan Ortagus, ha riferito di un colloquio che il sottosegretario del dipartimento di Stato per gli Affari politici David Hale ha avuto con il ministro degli Esteri emiratino Uniti Anwar Gargash per discutere della situazione in Sudan e degli sforzi per sostenere una soluzione politica. “Il sottosegretario Hale ha sottolineato l'importanza di una transizione verso un governo a guida civile, secondo i desideri del popolo sudanese”, ha detto Ortagus. Ma le pressioni internazionali sul Sudan non vanno tutte nella stessa direzione. Il governo dell’Eritrea, in un comunicato diffuso dal ministero dell'Informazione, ha esortato l'Unione africana a smettere di “esacerbare e internazionalizzare la situazione in Sudan”. Per Asmara, i vertici Ua sono responsabili di aver involontariamente fornito “adeguati pretesti all'intervento straniero”. L'Arabia Saudita, dai più considerata la vera regista del golpe che ha portato alla destituzione di Bashir, si è per ora limitata a ribadire l'importanza di una “ripresa del dialogo tra le diverse forze politiche al fine di realizzare le speranze e le aspirazioni del popolo sudanese”, invitando tutte le parti ad evitare la violenza “per garantire la sicurezza e la stabilità del Sudan”. Il regno saudita ha inoltre riaffermato la sua “posizione di sostegno al Sudan e al suo popolo”, auspicando che il paese “superi rapidamente le difficoltà che si trova ad affrontare”. Posizione simile a quella espressa dall’Egitto, stretto alleato di Riad nell’asse che li vede contrapposti al Qatar e alla Turchia, che ha invitato le parti a tornare al tavolo dei negoziati, confermando il suo “pieno sostegno al Sudan in un momento critico della sua storia, così come agli sforzi messi in campo per offrire un futuro migliore per i sudanesi basato su stabilità, sviluppo, prosperità e benessere”. A dimostrazione dei risvolti che la crisi sudanese potrebbe avere a livello regionale, è notizia del 1 giugno che il Sudan ha richiamato il suo ambasciatore a Doha per consultazioni, come reso noto dal ministero degli Esteri di Khartum, precisando che il diplomatico “tornerà nelle prossime ore a Doha”.

La decisione arriva dopo la decisione del Sudan di chiudere l’ufficio locale dell’emittente satellitare qatariota “al Jazeera” senza alcuna motivazione ufficiale. Il canale televisivo aveva trasmesso regolarmente negli ultimi mesi le immagini delle dimostrazioni iniziate lo scorso dicembre contro l’ex presidente Bashir, tuttavia è chiaro che si fanno sempre più serrate le manovre dei vertici militari di Khartum per rinsaldare l’asse con le monarchie del Golfo (Arabia Saudita ed Emirati Arabia Saudita) e i loro alleati, in primo luogo l’Egitto, a dimostrazione dell’intenzione delle autorità di transizione sudanesi di abbracciare l’asse formato da Riad, Abu Dhabi e Il Cairo, a scapito dei tradizionali alleati, il Qatar e la Turchia. Il rinnovato sostegno da parte di sauditi ed emiratini è testimoniato, del resto, dallo stanziamento di una somma pari a 500 milioni di dollari (250 milioni ciascuno) nelle casse della Banca centrale del Sudan, nell’ambito degli stanziamenti complessivi per 3 miliardi di dollari in favore di Khartum allo scopo di rafforzare la posizione finanziaria del Sudan, alleviare la pressione sulla valuta locale e assicurare una maggiore stabilità nei tassi di cambio. Le violenze nel paese sono riesplose la mattina lunedì 4 giugno, quando le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nel sit-in dell'opposizione in atto da ormai due mesi nei pressi del quartier generale delle forze armate a Khartum, nel tentativo di disperderlo. L'ennesima prova di forza dell'esercito sudanese è giunta dopo che i colloqui fra il Tmc e le Ffc si sono interrotti, provocando il deragliamento del difficile processo di transizione del potere avviato dopo la deposizione del presidente Omar al Bashir e la salita al potere dei militari del Tmc. La nuova escalation di tensioni è giunta dopo che le Ffc hanno indetto la scorsa settimana uno sciopero di 48 ore in seguito al fallimento dei colloqui con il Consiglio militare per raggiungere un accordo di spartizione del potere nel periodo di transizione. I colloqui fra militari e opposizione avevano conosciuto una fase di stallo nelle ultime settimane a causa delle divergenze sulla spartizione del Consiglio sovrano (l’organismo incaricato di guidare il governo durante il periodo di transizione). Il principale punto di contesa, in particolare, riguardava la presidenza e il numero di rappresentanti che ciascuna parte avrebbe dovuto avere in seno al Consiglio, di cui ciascuna parte rivendicava la maggioranza. La situazione è definitivamente precipitata dopo che l'opposizione ha respinto la proposta del capo del Consiglio militare, al Burhan, di annullare gli accordi precedentemente concordati sulla transizione del paese e di indire nuove elezioni entro nove mesi. “Rifiutiamo tutto ciò che è stato affermato nella dichiarazione del capo del Consiglio militare transizionale Abdel Fattah al Burhan”, ha dichiarato in una nota Madani Abbas Madani, una figura di spicco della coalizione delle Forze per la libertà ed il cambiamento (Ffc), il cartello che racchiude le sigle dell’opposizione sudanese.
 
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