Corno d'Africa
12.04.2019 - 17:08
ANALISI
  
Sudan: si conclude l’era Bashir, ma l'opposizione resta sul piede di guerra
Roma, 12 apr 17:08 - (Agenzia Nova) - La destituzione e l’arresto del presidente Omar al Bashir, l’avvio di un periodo di transizione di due anni guidato da un Consiglio militare, la sospensione della Costituzione approvata nel 2005, l’imposizione dello stato d’emergenza di tre mesi e un coprifuoco notturno a partire dalle 22 di questa sera, lo scioglimento del governo e del parlamento, la chiusura provvisoria dello spazio aereo e dei valichi di confine, il rilascio di tutti i prigionieri politici. Sono queste le principali misure annunciate dal vicepresidente e ministro della Difesa sudanese, Ahmed Awad Ibn Auf, che in un comunicato letto in diretta televisiva ha ufficializzato ieri la fine dell’era Bashir, iniziata nel 1989 con un colpo di Stato militare che lo portò al potere al posto dell’allora primo ministro Sadiq al Mahdi. “Il comitato supremo (delle forze armate) ha deciso di inaugurare un periodo transitorio di due anni durante il quale le forze armate prenderanno il potere con la rappresentanza del popolo e per spianare la strada al popolo”, recita il comunicato, confermando che Bashir è stato arrestato e portato “in luogo sicuro”. Parlando oggi in conferenza stampa, uno dei portavoce del Consiglio militare, il tenente Omar Zain al Abidin, ha invitato oggi tutte le forze politiche del paese a partecipare ad “un dialogo pacifico” per “raccogliere e ascoltare” le proteste e le aspirazioni del popolo sudanese. “La nostra responsabilità principale è di mantenere l'ordine pubblico e avremo tolleranza zero per qualsiasi misfatto avverrà in qualsiasi angolo del paese. Le soluzioni saranno dettate da coloro che protestano, il popolo fornirà le soluzioni per tutte le questioni economiche e politiche. Noi non abbiamo ideologia, siamo intervenuti per mantenere l'ordine e la sicurezza e per fornire l'opportunità al popolo del Sudan di raggiungere il cambiamento a cui aspira”, ha dichiarato l'ufficiale. “Non abbiamo alcuna ambizione di mantenere le redini del potere, siamo qui per fornire un ombrello onnicomprensivo e vogliamo portare avanti il paese”, ha aggiunto il portavoce, invitando tutte le forze politiche ad “impegnarsi in modo civile in un dialogo pacifico” affinché “le aspirazioni della popolazione vengano realizzate”. Abidin ha quindi annunciato che i ministri della Difesa e dell’Interno del nuovo governo saranno esponenti delle forze armate, “per mantenere la sicurezza e l'ordine pubblico”. “Sosterremo tutte le richieste del popolo, tuteleremo le sue richieste, ma risponderemo fermamente a qualsiasi violenza. Per questo voglio che la popolazione sostenga l'esercito”, ha poi aggiunto Abidin, ricordando che “questo periodo di transizione ha una scadenza” e rinnovando l’appello ai cittadini sudanesi per il dialogo: dopo la formazione del governo, noi monitoreremo da lontano e non detteremo alcun ordine”, ha aggiunto l’ufficiale, confermando che il presidente deposto Omar al Bashir si trova al momento “in custodia” ma senza specificare dove. Quanto al destino di Bashir, invece, Abidin ha confermato che “sarà processato secondo il sistema giudiziario sudanese” e non sarà estradato. “Finché il Consiglio militare resterà al potere, nessun cittadino sudanese sarà estradato per essere processato in un tribunale straniero”, ha detto l’ufficiale, precisando tuttavia che un futuro governo civile potrebbe scegliere di affrontare la questione in modo diverso. “Avremo tolleranza zero per coloro che uccidono i cittadini”, ha poi aggiunto Abidin.

La notizia della caduta di Bashir, già nell’aria da alcuni giorni in seguito all’intensificarsi delle proteste, è stata accolta tuttavia con freddezza da parte dell’opposizione. Se infatti, in un primo momento, migliaia di persone si erano radunate davanti alla sede del ministero della Difesa di Khartum per festeggiare la deposizione di Bashir, subito dopo l’annuncio dell’esercito l’Associazione dei professionisti sudanesi (Spa), promotrice delle proteste anti-Bashir, ha fermamente respinto l'annuncio dell'istituzione di un governo di transizione militare e ha invitato i cittadini a portare avanti il sit-in in corso da giorni davanti al quartier generale delle forze armate di Khartum. “I leader delle forze armate devono consegnare il potere al popolo. Non accetteremo alcuna autorità diversa da quella civile”, ha dichiarato la Spa in una nota, secondo cui annunciando un Consiglio di transizione militare e non un governo di transizione civile le autorità di Khartum “hanno tradito le aspettative dei sudanesi, che continueranno a protestare nelle strade”. Dando seguito a quanto annunciato, l’opposizione in Sudan ha deciso di proseguire la mobilitazione, violando il coprifuoco imposto dalle autorità militari che hanno deposto il presidente Omar al Bashir. Intanto sono arrivate nuove reazioni internazionali alla notizia della destituzione di Bashir. Se ieri Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Germania, Belgio e Polonia hanno chiesto una riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che si terrà oggi, l'Unione africana ha condannato la decisione definendola “incostituzionale”, mentre le Nazioni Unite hanno chiesto di garantire che l'aspirazione democratica del popolo sudanese “si realizzi attraverso un processo di transizione appropriato e inclusivo”. Gli Stati Uniti hanno invece annunciato la sospensione del processo volto a rimuovere il Sudan da dalla lista degli Stati finanziatori del terrorismo. L'Alto rappresentante dell'Unione europea per la politica estera e di sicurezza, Federica Mogherini, ha invece invocato un processo politico per soddisfare le aspirazioni del popolo, sottolineando che questo può essere raggiunto con un rapido passaggio di consegne a un governo di transizione civile. In precedenza il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, uno degli alleati di ferro di Bashir, aveva auspicato che il Sudan inauguri “un normale e pacifico processo democratico, superando i problemi economici degli ultimi tempi”. Quanto al Cremlino, un altro dei più stretti alleati internazionali di Khartum, ha invece fatto sapere che Mosca sta monitorando da vicino la situazione in Sudan, sperando che non si verifichi alcuna escalation e che la situazione nel paese torni presto nell'alveo della Costituzione. “Stiamo monitorando da vicino questa situazione. Speriamo che, in primo luogo, non ci sia alcun tipo di escalation della situazione che possa portare a vittime. Ci aspettiamo che nel prossimo futuro la situazione torni nella traccia costituzionale”, ha dichiarato il portavoce presidenziale russo, Dmitrij Peskov, secondo quanto riferito dall'agenzia "Ria Novosti". Più preoccupata la posizione del governo del Sud Sudan, dal momento che la rimozione dal potere di Bashir potrebbe avere conseguenze negative impreviste sull’accordo di pace in Sud Sudan. In una nota diffusa oggi, il ministro degli Affari di gabinetto Martin Elia Lomoro si è detto “allarmato da come si stanno svolgendo le cose” nel paese vicino. “Sappiamo che il Sudan ha lavorato duramente per ripristinare la pace e la stabilità e grazie a ciò abbiamo l'attuale accordo di pace in vigore in Sud Sudan”, ha detto Lomoro parlando alla stampa di Giuba. A conferma dei timori di Giuba, oggi le autorità del Sud Sudan hanno deciso di chiudere lo spazio aereo, come riferito dall’emittente “Eye Radio”, secondo cui i voli commerciali in entrata e in uscita dall'aeroporto principale della capitale Giuba sono stati sospesi o ritardati. L'Egitto ha invece confermato il suo “pieno sostegno alla volontà e alla scelta del popolo sudanese” di destituire Bashir, senza entrare nel merito della decisione. I rapporti tra Il Cairo e Khartum hanno spesso vissuto di alti e bassi. L’Egitto considera infatti il Sudan come un paese che gravita nell’orbita della Fratellanza musulmana, bandita in Egitto dopo il 2013. Eppure negli ultimi mesi, mentre a Khartum cresceva la protesta contro il presidente Omar al Bashir, l’Egitto ha intensificato i messaggi di sostegno e gli aiuti verso il Sudan.

Che la destituzione di Bashir fosse imminente era risultato chiaro soprattutto dopo che i militari dell'esercito erano intervenuti più volte nei giorni scorsi per sventare un intervento di elementi armati dell'Agenzia nazionale d’intelligence (Niss), rimasti fedeli a Bashir, che avevano iniziato ad aprire il fuoco in aria per disperdere il sit-in, come previsto dopo una riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza nazionale convocata da Bashir. Inoltre, diversi media avevano trasmesso immagini in cui ufficiali di alto rango erano apparsi per la prima volta a fianco dei dimostranti, a dimostrazione di una crescente spaccatura esistente fra esercito e forze di sicurezza. E a nulla sono valse le rassicurazioni di facciata diffuse in un primo momento dallo Stato maggiore dell’esercito, che avevano smentito spaccature in seno alle forze di sicurezza. Ora che Bashir non è più al potere, resta da capire quale sarà il suo destino. Quel che è certo è che gli ultimi sviluppi in Sudan sembravano già confermare una posizione di crescente isolamento per Bashir, nonostante questi, di fronte all’intensificarsi delle proteste, avesse tentato disperatamente di correre ai ripari: a febbraio scorso il presidente aveva proclamato lo stato d’emergenza nazionale e annunciato le sue dimissioni dalla guida del Partito del Congresso nazionale (Ncp), affidando l’incarico ad interim al suo vice Ahmed Harun, oltre a nominare Mohamed Tahir Aila come nuovo primo ministro. Nel suo ultimo discorso pubblico, in occasione dell'inaugurazione della nona sessione del parlamento, la scorsa settimana Bashir aveva inoltre definito “legittime” le richieste avanzate dai manifestanti, condannando tuttavia le violenze che mettono in pericolo l'ordine pubblico, e aveva rinnovato l'appello all'opposizione in Sudan e all'estero affinché accettasse il dialogo come “unico mezzo per costruire una patria che accolga tutte le forze”. Bashir aveva inoltre chiesto “una roadmap per la transizione politica” basata su un ampio dialogo all'interno dei limiti costituzionali. Ma la posizione di isolamento dell’anziano capo dello Stato si era nel frattempo riflessa anche sullo scenario internazionale. È notizia del mese scorso, infatti, che il capo dell’intelligence sudanese, Salah Gosh, avrebbe incontrato il direttore del Mossad, Yossi Cohen, a margine della Conferenza sulla sicurezza di Monaco di febbraio. La notizia, seppure smentita ufficialmente dall’intelligence di Khartum, è stata pubblicata dal quotidiano online “Middle East Eye”, con sede a Londra, secondo cui l’incontro sarebbe stato organizzato dall’Egitto con l’appoggio di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti e sarebbe nato dalla necessità d’Israele di fermare il traffico di armi tra l’Iran e la Striscia di Gaza attraverso il Sudan. Durante l’incontro, tuttavia, Cohen e Gosh avrebbero discusso anche della spinosa questione relativa alla successione del presidente Bashir, nella prospettiva che sia lo stesso Gosh – già conosciuto per i suoi contatti con il Cairo, Riad e Abu Dhabi – a subentrare a Bashir. Secondo quanto riporta il sito di informazione specializzata “Africa Intelligence”, anche la Casa Bianca avrebbe abbracciato l’idea di sostenere il generale Gosh come nuovo capo dello Stato. Per negare quanto pubblicato da “Middle East Eye”, l’intelligence sudanese ha diramato un raro comunicato nel quale si ribadisce che la posizione di Khartum resta “forte” rispetto “all’entità sionista”. “Il Sudan è impegnato a una posizione di principio verso la causa palestinese, che è la prima e più importante questione del mondo arabo e islamico”, si legge nel testo. “L’intelligence sudanese è impegnata a rispettare la politica estera del paese, non agisce contro di essa o in segreto. Queste macchinazioni fanno parte di una campagna in corso per portare il Sudan ad avere relazioni diplomatiche con l’entità occupante, al contrario della posizione ufficiale del paese, basata sui valori di un popolo che sostiene gli oppressi”, conclude la nota.

In un simile contesto di isolamento, anche i tradizionali alleati di Khartum avevano manifestato segnali di freddezza: se, da un lato, Bashir aveva incassato un sostegno “di facciata” da parte di Emirati, Qatar, Russia e Turchia per far fronte alle proteste, dall’altro nessuno degli aiuti promessi è mai giunto a destinazione. Durante i suoi 30 anni al potere, Bashir si è dimostrato un maestro nel destreggiarsi tra le fazioni rivali dei servizi di sicurezza, dell’esercito, della comunità islamica e delle tribù armate l'una contro l'altra, ma ha finito per sottovalutare la rabbia di giovani uomini e donne sudanesi che da mesi protestano contro la crisi economica che affligge il paese da ormai diversi anni. Eppure diverse avvisaglie erano giunte in questo senso. Un’altra ondata di proteste contro il caro-vita aveva attraversato il paese nel gennaio 2018, preambolo di quelle ben più diffuse e organizzate di quella scoppiata nel dicembre scorso, indetta dall’Associazione dei professionisti sudanesi (Spa). Le proteste, nelle quali sono morte almeno 46 persone (oltre 60 secondo le organizzazioni per i diritti umani), hanno attecchito dal momento che hanno coinvolto man mano quasi la totalità delle categorie professionali del paese – insegnanti, medici e avvocati – trasformando così la rivolta in una vera insurrezione popolare che tuttavia, pur avendo dato i suoi primi frutti con la destituzione di Bashir, non è ancora chiaro a quale esito a lungo termine porterà.
 
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