Atlantide
30.04.2019 - 12:17
 
 
ANALISI
 
Un’agenda per la Libia
Roma, 30 apr 12:17 - (Agenzia Nova) - Di Fabrizio Luciolli (Riceviamo e volentieri pubblichiamo) - La guerra civile che, per la terza volta in meno di dieci anni, colpisce la Libia ha riportato drammaticamente all'attenzione della comunità internazionale e d’intelligence la pericolosità della minaccia da Sud. La crisi libica è giunta all’attuale livello di criticità per cause e responsabilità che vanno ricercate per lo più nella nostra sponda del Mediterraneo. L’interventismo della Francia, le costanti divisioni dell’Unione Europea, la riluttanza degli Stati Uniti a svolgere il proprio ruolo nella regione, la cronica debolezza dei governi italiani, non hanno permesso di inquadrare l’intervento del 2011 in Libia in una prospettiva strategica di medio-lungo termine e di far seguire alle operazioni della Nato a protezione dei civili un robusto piano di stabilizzazione e ricostruzione necessario per assicurare lo sviluppo democratico, economico e sociale del paese.

L’Italia e la comunità euro-atlantica sono, pertanto, oggi chiamate ad affrontare in Libia una drammatica prova d’appello ed una minaccia che destabilizza non solo la regione ma mina la sicurezza internazionale e gli stessi valori fondanti delle nostre società, libere, aperte e democratiche. A differenza del passato, affinché la risposta alla crisi libica sia efficace, occorrerà che l'Italia sappia coniugare una prospettiva nazionale, regionale e internazionale in unica visione strategica.


Prospettiva nazionale

L’Italia è chiamata ad adottare nella crisi libica un approccio decisamente più pro-attivo e che abbia ben chiari gli interessi nazionali da perseguire. Oltre alla stabilità della Libia e della regione, l’Italia deve definire quali siano gli interessi vitali, strategici o contingenti che vadano salvaguardati o conseguiti. Ciò appare fondamentale al fine di evitare scelte di campo e di leadership in Libia non coerenti con gli interessi nazionali. Tuttavia, tale compito in Italia difficilmente avviene in maniera lineare a causa dell'atavica assenza di una Strategia di sicurezza nazionale e di un relativo processo che affini costantemente le strategie volte al perseguimento degli interessi nazionali. Il tentativo effettuato dal ministro della Difesa Pinotti di redigere un Libro Bianco sulla sicurezza internazionale e la difesa, per quanto collocato sulla giusta direttrice, si è rivelato un velleitario esercizio dottrinale.

In tale contesto, gli interessi energetici dell’Italia, per lo più orientati verso un’area del paese, non devono, come in passato, andare a scapito di una visione politico-strategica più ampia. L’Italia rimane il primo importatore di greggio libico. Fra gli interessi strategici figura certamente l’approvvigionamento energetico che, a causa dei frequenti blocchi dei terminali petroliferi, ha subito in alcuni anni un calo sino al 64 per cento per ciò che riguarda il greggio. Peraltro, a seguito dei ripetuti danneggiamenti dell’impianto di liquefazione di Marsa al Brega, il gasdotto “Greenstream” che collega Mellitah a Gela è spesso rimasto l’unico canale di fornitura in funzione, sebbene a intermittenza, rendendo l’Italia il solo destinatario del gas libico.

Infine, la stabilizzazione della Libia permetterà all'Italia di arginare più efficacemente il fenomeno della immigrazione clandestina incontrollata, attraverso lo svolgimento di attività di monitoraggio ai limiti meridionali del deserto libico e la gestione di eventuali procedure d’asilo in loco.


Prospettiva regionale

La rilevanza strategica della Libia va ben oltre i permeabili confini geografici del paese e deve essere valutata in una prospettiva regionale. Attualmente, la Libia costituisce la chiave per la sicurezza del Mediterraneo e la sua instabilità e la presenza di transfughi del Califfato, minacciano la stabilità dei paesi vicini, quali la Tunisia, l’Algeria, il Mali, ed è fonte di preoccupazione per lo stesso Egitto e gli Emirati Arabi Uniti, che avversano i movimenti legati ai Fratelli musulmani. I miliziani dell’Isis, in fuga da Iraq e Siria, troverebbero in una Libia destabilizzata un terreno d'azione che alimenterebbe quell’arco di crisi che dal Mediterraneo si salderebbe pericolosamente con le instabilità del Caucaso, dell’Afghanistan e dell’Ucraina.

Una strategia per la Libia non può prescindere da un rinnovato e solido rapporto di partenariato con le Organizzazioni regionali e alcuni paesi della regione, quali l’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti, la Tunisia e altri. Al riguardo, la guerra contro le milizie dell’Isis ha compattato gli interessi di diversi paesi della regione rendendone per alcuni aspetti, più agevole una loro cooperazione.

Inoltre, Turchia e Federazione Russa hanno assunto un ruolo determinante nel composito mosaico geopolitico libico. In tale contesto, l’'Italia si rivela l'unico paese in grado di favorire la ricerca di un punto di sintesi fra gli interessi degli Stati Uniti e quelli della Federazione Russa nella regione.


Prospettiva internazionale

L’Italia figura fra i primi dieci paesi per contributi finanziari alle missioni di “peacekeeping” delle Nazioni Unite. Oltre a sostenere il processo politico intentato in Libia dall’inviato speciale dell’Onu, Ghassan Salamè, l’Italia potrebbe adoperarsi per rafforzare l’impegno delle Nazioni Unite e promuovere la predisposizione di una missione da inviarsi i Libia a tempo debito, sulla base di un mandato particolarmente robusto e con regole d’ingaggio chiare. A tal fine, possono essere richiamate le risoluzioni del Consiglio di sicurezza n. 2098 (2013), 2147 (2014) e 2409 (2018) relative alla missione Monusco delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo, che per la prima volta hanno autorizzato la costituzione di una brigata d’intervento con compiti “offensivi” per la protezione dei civili e “impedire l’espansione di tutti i gruppi armati, neutralizzando e disarmando questi gruppi, al fine di contribuire a ridurre la minaccia rappresentata dai gruppi armati nei confronti dell’autorità statale e alla sicurezza dei civili (…) e fare spazio alle attività di stabilizzazione”.

Un’eventuale missione civile e militare di assistenza internazionale alla Libia dovrà essere dotata di uno strumento credibile e robusto, ancorché flessibile. Per quanto l’orografia del paese consenta un agevole controllo del territorio, va ricordato che in Bosnia ed Erzegovina, la cui superficie è quasi 35 volte inferiore a quella della Libia, la Nato entrò nel 1995 con oltre 60 mila uomini. Trascorsi venticinque anni, la presenza dell’Unione Europea e della Nato continua a rimanere essenziale ai fini della stabilità di quella tormentata repubblica balcanica.

In ambito Nato, l’Italia deve continuare a mantenere alta l’attenzione del Consiglio atlantico, promuovendo consultazioni che pongano al centro anche lo scenario di sicurezza del fianco sud. A tal fine, si rivela un valore aggiunto la recente costituzione presso lo “Allied Joint Force Command” di Napoli del “Nato Strategic Direction-South Hub”, a guida italiana.

Le consultazioni del Consiglio atlantico potrebbero anche considerare l’eventuale necessità di adottare misure a difesa delle coste e isole italiane da potenziali lanci di missili Scud, quali quelli avvenuti sull'isola di Lampedusa nel 1986. Tale procedura trova fondamento nell’art. 4 del Trattato atlantico ed ha ricevuto applicazione per due volte in Turchia. Essa, inoltre, assumerebbe un’alta valenza politica, testimoniando la solidarietà alleata verso il “fianco sud”. Nel caso di un attacco missilistico diretto contro l’Italia, peraltro, scatterebbe il meccanismo di solidarietà collettiva previsto dall’art. 5 del Trattato atlantico.

I compiti dell’operazione “Sea Guardian” di pattugliamento del Mediterraneo andrebbero ulteriormente rafforzati. Tale operazione - che ha sostituito l'operazione “Active Endeavour” varata dalla Nato all’indomani degli attacchi alle Torri gemelle - su proposta italiana non è più inquadrata nell’ambito dell’art.5 (difesa collettiva). Il declassamento di “Sea Guardian” a Operazione di sicurezza marittima sebbene, in linea di principio, consenta di allargarne gli scopi, ha comportato, tuttavia, una riduzione temporale, pari a sei missioni all’anno della durata di tre settimane ciascuna. A seguito del recente depotenziamento dell’operazione “Sophia” dell’Unione Europea, comandata da un ammiraglio italiano a cui sono state sottratte le unità navali, le missioni Nato ed Ue nel Mediterraneo appaiono, pertanto, con ruoli e ambiti d'azione affievoliti.

Fra i compiti prioritari di una futura missione di assistenza in Libia dovrà figurare quello di “Disarmament, Demobilization, Reintegration” (Ddr) di tutti i gruppi armati. Ad esso dovrà affiancarsi un programma di formazione e addestramento delle nuove forze di sicurezza, sul modello di quelli diretti dai Carabinieri in Iraq e Afghanistan sotto l'egida della Nato e volti a ricostituire, su base unitaria e democratica, le istituzioni e le Forze armate e di sicurezza del paese.

L'Italia dovrebbe assicurarsi la guida di tali programmi, così da stabilire e salvaguardare nel futuro relazioni amichevoli con i quadri dirigenti delle istituzioni di sicurezza libiche. Le missioni di formazione e addestramento delle forze di sicurezza e dei dirigenti delle future istituzioni della Libia potranno aver luogo anche in paesi limitrofi o della regione.

Affinché il processo di stabilizzazione della Libia si riveli auto-sostenibile nel tempo occorre che questo venga accompagnato da un robusto piano di ricostruzione e sviluppo, reso più agevole dalle generose risorse energetiche e finanziarie presenti in Libia. E' opportuno che tale processo abbia luogo prima che le riserve in valuta straniera e il fondo sovrano libico vengano irreparabilmente depauperate per finanziare la guerra civile in corso.

In tale prospettiva, l’Italia dovrebbe considerare l’opportunità di richiedere l’assistenza della Peacebuilding Commission, organo consultivo intergovernativo delle Nazioni Unite che sostiene gli sforzi di pace in paesi che escono da un conflitto e che recentemente a posto il Sahel fra le proprie priorità.

La crisi libica, infine, rappresenta una straordinaria opportunità per rafforzare la cooperazione tra la Nato e l’Unione Europea, che pur condividendo ventidue paesi membri, non hanno ancora trovato un terreno operativo dove, dimenticando antiche diffidenze, sviluppare appieno lo straordinario potenziale derivante da un impegno sinergico delle rispettive capacità civili e militari.

Le diverse linee d’azione indicate andranno, difatti, perseguite secondo la decantata dottrina Nato e Ue per un approccio globale che sia in grado di combinare gli strumenti civili e militari delle istituzioni euro atlantiche al fine di dare risposte efficaci alle diverse dimensioni delle moderne sfide alla sicurezza.

La crisi libica offre, pertanto, l’opportunità di rafforzare ulteriormente la cooperazione Nato-UE e di ripensare il sistema dei partenariati delle istituzioni euro-atlantiche su basi nuove. Lo scenario di crisi che circonda l’Europa a est e a sud, ha certificato, in particolare, il fallimento delle politiche di “vicinato” varate dall’Unione Europea all’indomani degli ambiziosi processi d’allargamento avviati dalla Commissione Prodi. Oltre quindici miliardi di euro sono stati spesi inefficacemente negli anni precedenti le primavere arabe in programmi di cooperazione dell’Unione Europea verso il Mediterraneo. Programmi che in futuro dovranno essere fondati su principi di sicurezza cooperativa in grado di assicurare un reale impulso allo sviluppo economico e sociale.
L'Italia, che esprime l’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza e il Presidente del Comitato militare dell’Unione Europea, può ancora svolgere un ruolo determinante in tal senso.

In conclusione, la crisi libica costituisce una minaccia diretta alla sicurezza nazionale e internazionale che richiede un rinnovato ruolo delle Nazioni Unite, un rilancio dei partenariati euro-atlantici fra le due sponde del Mediterraneo e il rafforzamento della cooperazione sud-sud. Essa, peraltro, offre all’Italia un ventaglio di prospettive che, se adeguatamente inserite in un chiaro disegno strategico, costituiscono un’opportunità storica per promuovere in Libia un futuro di stabilità e sviluppo, perseguendo con efficacia gli interessi nazionali in una cornice di sicurezza cooperativa.

* Fabrizio Luciolli è Presidente del Comitato Atlantico Italiano e della Atlantic Treaty Association
 
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