Corno d'Africa
31.01.2019 - 19:41
ANALISI
 
Sudan-Eritrea: Khartum annuncia riapertura confini con Asmara, Bashir tenta di uscire dall’isolamento
Khartum, 31 gen 19:41 - (Agenzia Nova) - Mentre non si placa in Sudan l’ondata di proteste che da oltre un mese sta seriamente facendo vacillare l’autorità del presidente Omar al Bashir, al potere dal 1989, quest’ultimo sembra più deciso che mai a non cedere alle proteste dei manifestanti, che continuano a chiedere le sue dimissioni per favorire una transizione di potere in grado di portare il paese fuori dalla grave crisi economica che va avanti ormai da anni. Il capo dello Stato, nel tentativo di scongiurare il rischio di un isolamento internazionale che lo condannerebbe ad un’inevitabile uscita di scena, ha così deciso di giocare le sue carte sulla sua rete di alleanze regionali, affindandosi in parte a quelle già esistenti – Qatar e Turchia in primis – ma puntando anche a riallacciare le relazioni con i paesi con cui ha avuto degli screzi negli ultimi mesi: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e, da ultimo, Eritrea. Parlando oggi davanti ai suoi sostenitori nella città di Cassala, nell’est del paese, Bashir ha infatti annunciato la riapertura dei confini con Asmara, rimasti chiusi dal 6 gennaio 2018. “Annuncio qui, da Cassala, che riapriremo il confine con l'Eritrea perché sono nostri fratelli. La politica non ci dividerà”, ha detto Bashir. La notizia giunge dopo che nei mesi scorsi l'assistente presidenziale sudanese Faisal Hassan Ibrahim si era recato in visita ad Asmara per discutere con le autorità eritree della normalizzazione delle relazioni bilaterali tra Sudan ed Eritrea. I contatti tra i due governi sono stati riattivati di recente in seguito all’incontro avvenuto tra l'ambasciatore eritreo a Khartum e alcuni funzionari sudanesi. Nel corso dell’incontro, sostengono le stesse fonti, questi ultimi avrebbero assicurato all’ambasciatore eritreo che lo schieramento di truppe sudanesi al confine con l’Eritrea, avvenuto nel gennaio 2018, sarebbe stato deciso come “misura preventiva” contro possibili attacchi esterni. Le tensioni fra Sudan ed Eritrea si erano acuite nel gennaio 2018, quando Khartum accusò Asmara di sostenere i gruppi ribelli sudanesi e inviò le truppe nella zona di frontiera con l'Eritrea, dopo la decisione di chiudere il confine con Asmara. Le autorità sudanesi avevano ufficialmente motivato la decisione con lo stato d’emergenza emanato dal presidente Omar al Bashir, tuttavia, secondo altre fonti, Khartum avrebbe deciso di chiudere i confini perché teme le attività dei gruppi armati presenti in Eritrea e di quelli del Darfur che trovano riparo nel paese vicino. Successivamente, nel maggio scorso, Asmara aveva a sua volta accusato il Sudan, l'Etiopia e il Qatar di sostenere i gruppi armati ribelli eritrei per rovesciare il governo del presidente Isaias Afewerki.

Il deterioramento delle relazioni fra Khartum ed Asmara, del resto, è stato una diretta conseguenza di quello avvenuto tra l’Eritrea e il Qatar, a causa della scelta di Asmara di passare nel campo dei quattro paesi arabi alleati che dal 5 giugno 2017 scorso boicottano Doha (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Egitto). Come conseguenza della decisione, il Qatar ha inviato una delegazione militare in Sudan per cercare un nuovo alleato in Khartum. La decisione di riaprire i confini con l’Eritrea rappresenta un tentativo da parte di Bashir di riavvicinarsi a Riad e ai suoi alleati, al fine di trovare un prezioso sostegno – soprattutto in termini economici – per far uscire il paese dalla crisi. Un tentativo, quest’ultimo, messo in evidenza dalla recente visita a Khartum di una delegazione saudita guidata dal ministro del Commercio e degli investimenti Majid bin Abdullah al Qasabi. “Il Custode delle due sante moschee (il re saudita Salman bin Abdullaziz al Saud) ha affermato che la sicurezza e la stabilità del Sudan fanno parte della sicurezza e della stabilità del Regno”, ha detto al Qasabi dopo aver incontrato il presidente sudanese Omar al Bashir. Inoltre, la scorsa settimana il ministro del Petrolio sudanese, Azhari Abdel Qader, ha fatto sapere di aver incassato il sostegno economico da parte degli Emirati Arabi Uniti, oltre a ricevere offerte di aiuto – carburante, grano e altri beni di prima necessità – da parte di Qatar, Russia e Turchia per uscire dalla crisi economica che ha causato il rincaro dei prezzi e scatenato le violente proteste in cui dal 19 dicembre scorso sono morte almeno 26 persone (più di 40 secondo Amnesty International). Parallelamente al tentativo di Khartum di riallacciare i legami con Arabia Saudia, Emirati, Eritrea ed Egitto (dove Bashir è stato in visita domenica scorsa dopo mesi di “gelo” diplomatico), il presidente sudanese non sembra tuttavia intenzionato a trascurare i legami con i suoi storici alleati regionali: Qatar e Turchia. Non a caso, Bashir ha effettuato nelle scorse settimane una visita ufficiale a Doha per incontrare l'emiro Tamim bin Hamad, con cui ha discusso delle relazioni bilaterali e delle principali questioni di interesse comune. Il Qatar, del resto, è il paese arabo con cui il governo di Khartum intrattiene le migliori relazioni, avendo ospitato colloqui di pace tra il governo sudanese e i gruppi ribelli del Darfur che hanno portato alla firma dell'accordo di pace nel 2011.

Doha è in competizione con gli altri paesi del Golfo per estendere la sua influenza in Sudan, strategicamente importante per il suo affaccio sul Mar Rosso. In quest’ottica, nel 2017 Doha e Khartum hanno siglato un accordo del valore di quattro miliardi di dollari per lo sviluppo congiunto del porto di Suakin. Sempre a Suakin, inoltre, l’Agenzia di cooperazione e coordinamento turca (Tika) ha dato il via nel gennaio 2018 al restauro di alcuni dei più importanti edifici storici della città di epoca ottomana, situata su una piccola isola collegata alla terra ferma alle coste del Sudan. I lavori di restauro, frutto di un accordo con il governo di Khartum, riguardano le moschee Hanafi e Shafi'i dell'era ottomana e un vecchio edificio doganale. Con il loro progetto comune, il Sudan e la Turchia mirano a trasformare l'isola in un centro culturale e turistico, piano che viene guardato con preoccupazione dall’Egitto e dai paesi del Golfo, in particolare Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Alla luce di tutto ciò, quella del Mar Rosso appare sempre di più come un’area strategica di prim'ordine, attraverso la quale passano 3,3 milioni di barili di petrolio al giorno e si snoda il commercio tra i paesi asiatici come Cina, India e Giappone e l’Europa. Di qui il tentativo da parte delle potenze del Golfo di giocare la loro partita nella regione. Una delle ragioni della guerra che va avanti da oltre tre anni nel vicino Yemen, ad esempio, sta proprio nel fatto che un gruppo come quello Houthi, filo-iraniano, controlli un porto così importante come quello di al Hodeida che si affaccia sul Mar Rosso, nell’ambito dei tentativi iraniani di avere una propria forza in quella regione. Anche gli Emirati Arabi Uniti sono giunti nella regione con l’apertura di una propria base militare a Berbera, capitale del Somaliland, dopo quella aperta in Eritrea. La mappa delle basi militari e dei domini nel Mar Rosso è notevolmente cambiata nel corso del 2017, anche a causa della rinuncia da parte dell’Egitto delle isole di Tiran e Sanafir a favore dell’Arabia Saudita.
 
Agenzia Nova
 
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