Corno d'Africa
17.01.2019 - 18:14
ANALISI
 
Kenya: l’attacco all’hotel Dusit di Nairobi cela le divisioni in seno ad al Shabaab
Nairobi, 17 gen 18:14 - (Agenzia Nova) - Con l’attentato di martedì scorso al complesso alberghiero Dusit di Nairobi, il gruppo jihadista somalo al Shabaab è tornato a colpire in territorio keniota - già nel mirino in diverse altre occasioni - dimostrando così una rinnovata letalità, seppur a fronte delle difficoltà riscontrate sul terreno militare e delle crescenti divisioni al proprio interno. L'attacco – il cui bilancio ancora provvisorio è di 21 morti (tra cui un cittadino statunitense e uno britannico) e 30 feriti – è stato condotto da un commando composto da sei uomini armati che hanno fatto irruzione nel complesso e hanno preso in ostaggio diverse persone, asserragliandosi nell’edificio per un’intera notte fino a quando le forze speciali non hanno fatto irruzione eliminando gli assalitori. La polizia ha confermato che si è trattato di un “attacco coordinato” e che del commando faceva parte anche un kamikaze che si è fatto esplodere aprendo la strada agli altri attentatori che – secondo i testimoni – hanno fatto uso anche di granate. Nel frattempo, le autorità keniote hanno fatto sapere di aver arrestato nove persone in relazione all’attentato. La dinamica dell’attacco ricorda da vicino quella dell’attentato condotto sempre a Nairobi nel settembre 2013, quando un commando di 10 uomini armati non identificati attaccò il lussuoso centro commerciale Westgate a Nairobi, uccidendo 63 persone e ferendone 175. Anche in quel frangente al Shabaab rivendicò la responsabilità dell'attacco, tuttavia a cambiare questa volta è la motivazione fornita. Se infatti allora si trattò di una rappresaglia contro l'operazione Linda Nchi condotta nel 2011 dalle forze armate keniote per contrastare i miliziani di al Shabaab nel sud della Somalia, questa volta si è trattato di una rappresaglia contro il trasferimento dell’ambasciata degli Stati Uniti in Israele a Gerusalemme, annunciato lo scorso anno dal presidente statunitense Donald Trump. In un comunicato diffuso sul web, al Shabaab ha infatti precisato che il nome in codice dell’operazione era “Gerusalemme non sarà mai ebraica” e ha aggiunto che i suoi uomini si sono mossi seguendo i principi guida dettati da al Qaeda, che ha più volte chiesto di colpire gli interessi “sionisti e occidentali” ovunque sia possibile farlo.

Quanto all’obiettivo – l’hotel e gli edifici circostanti – gli estremisti hanno spiegato che il complesso ospita locali “occidentali”, ossia quei target indicati in modo generico dall’ideologo Ayman al Zawahiri. Una missione che, secondo la propaganda islamista, avrebbe causato la morte di 47 “infedeli”, notizia tuttavia non confermata dalle autorità keniote. Se la motivazione fosse effettivamente questa, sarebbe evidente il tentativo da parte di al Shabaab di agganciarsi ai temi della jihad globale per andare oltre le tensioni regionali, in un momento in cui la formazione sta attraversando un momento di grossa difficoltà. Se da un lato, infatti, l’offensiva lanciata nel 2015 dalla Missione dell’Unione africana in Somalia (Amisom) con il supporto delle forze armate keniote e dell’esercito nazionale somalo nei territori della Somalia controllati da al Shabaab ha fortemente indebolito le milizie jihadiste sul terreno militare, dall’altro la frattura consumata in seno al gruppo tra la fazione fedele ad al Qaeda e le frange che hanno giurato fedeltà allo Stato islamico ha finito per spaccare il gruppo al suo interno. I sostenitori dell’affiliazione allo Stato islamico sottolineano i grandi vantaggi propagandistici ed economici che al Shabaab potrebbe ottenere dall’utilizzo del marchio e dal rafforzamento dei legami con il gruppo di Abu Bakr al Baghdadi. Allo stesso modo, lo Stato islamico, inserendo all'interno del proprio network al Shabaab così come fatto con Boko Haram in Nigeria, finirebbe per inglobare la principale organizzazione jihadista dell’Africa orientale. Con la rivendicazione dell’attacco all’hotel Dusit, e la simultanea strumentalizzazione della causa palestinese, è quindi probabile che al Qaeda abbia voluto lanciare un segnale di “presenza” alla comunità internazionale per riaffermare la propria paternità sul gruppo jihadista somalo a scapito dei rivali dello Stato islamico, rilanciando così il proprio ruolo di ispirazione e comando.

Ma oltre a ciò, ci sono altri elementi da considerare nell’attentato del 15 gennaio. L’attacco è infatti avvenuto l’indomani dell’arresto di tre cittadini sospetti nel quadro delle indagini sull'attacco al Westgate. Secondo quanto riferito dal quotidiano "Daily Nation", i fermati – Ahmed Abdi, Liban Omar e Hussein Mustafa – andranno a processo con l’accusa di cospirazione per aver avuto un ruolo nei preparativi dell'attentato, mentre una quarta persona, Adan Dheq, è stata rilasciata per mancanza di prove. Non è da escludere, quindi, che anche questo episodio possa aver giocato un ruolo nella pianificazione dell’attacco all’hotel Dusit, sebbene nel testo della rivendicazione non se ne faccia cenno. D’altronde, il Kenya è da anni nel mirino delle milizie al Shabaab, specialmente dopo l’avvio dell'operazione Linda Boni, lanciata nel settembre 2015 dall’esercito del Kenya con l'obiettivo di stanare i miliziani di al Shabaab nella foresta di Boni, situata al confine tra Kenya e Somalia, diventata la roccaforte del gruppo a seguito dell’avanzata delle forze armate keniote nella regione. All’inizio di novembre due miliziani di al Shabaab sono stati uccisi in uno scontro a fuoco con le forze armate keniote nella contea di Lamu, al confine somalo, dove in precedenza erano stati uccisi altri quattro militanti jihadisti. Ad ottobre le forze armate del Kenya hanno invece ucciso cinque miliziani jihadisti a Bodhei, al confine fra le contee di Lamu e di Garissa. La contea di Lamu ha subito diversi attacchi negli ultimi mesi. Nell’agosto scorso uomini armati hanno attaccato un autobus lungo l'autostrada che collega Lamu alla città di Garsen, uccidendo tre persone, mentre in precedenza sospetti miliziani jihadisti avevano decapitato nove persone in un villaggio dell’area di Jima.
 
Agenzia Nova
 
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