Corno d'Africa
07.06.2018 - 17:06
ANALISI
  
Etiopia: svolta storica ad Addis Abeba, aperture a Eritrea e a investitori privati inaugurano nuovo corso del premier Ahmed
Addis Abeba, 7 giu 2018 17:06 - (Agenzia Nova) - A poco più di due mesi dall’entrata in carica del nuovo primo ministro Abiy Ahmed, l’Etiopia sembra aver imboccato concretamente la strada delle riforme. Dopo il rilascio di migliaia di prigionieri politici, in risposta a quanto promesso dal suo predecessore Hailemariam Desalegn, il Consiglio esecutivo del Fronte democratico rivoluzionario popolare dell'Etiopia (Eprdf), la coalizione al potere, ha infatti annunciato il 5 giugno una duplice, storica svolta nella storia del paese: la piena accettazione e realizzazione dell’accordo di pace con l'Eritrea, firmato nel 2000 ma da allora mai attuato, e la parziale liberalizzazione dei settori delle telecomunicazioni, dell’energia e del trasporto aereo, aprendoli a investimenti privati interni e stranieri, con l’obiettivo di allentare la presa dello stato sull'economia. Si tratta di due misure di portata quasi rivoluzionaria se si considera che, da un lato, l’Eritrea è un paese con cui l’Etiopia è formalmente ancora in guerra; dall’altro, l’economia di Addis Abeba è una delle più chiuse e controllate all’interno del continente africano. Nell’annunciare la storica apertura nei confronti dell’Eritrea, l’Eprdf l’ha definita una decisione che punta a “beneficiare le popolazioni di entrambi i paesi che sono unite da legami di sangue”. “L'Etiopia e l'Eritrea non hanno guadagnato nulla dalle loro divisioni. La decisione potrebbe migliorare le relazioni tra i due paesi. L'Etiopia ha la responsabilità di mantenere la pace nella regione e in Africa e tutte dovrebbero capire che l'Etiopia ha la responsabilità di fare questo primo passo”, ha detto Ahmed commentando l’annuncio dell’Eprdf. “Facciamo in modo di assicurare la rinascita dell'Etiopia concentrando la nostra attenzione verso la pace e allontanandoci da ciò che ci divide”, ha aggiunto.

Un’apertura in tal senso, in realtà, era giunta dal premier Ahmed, che nel suo discorso d’insediamento tenuto lo scorso 2 aprile davanti al parlamento di Addis Abeba si era detto pronto a porre fine ad anni di equivoci. “Invito il governo eritreo a prendere la stessa posizione”, aveva detto Ahmed nel suo discorso, dicendosi disposto a risolvere gli attuali problemi tra i due paesi che “condividono gli stessi interessi e lo stesso sangue”. L'accordo di pace, siglato ad Algeri il 12 dicembre 2000, pose fine al conflitto fra i due paesi scoppiato nel 1998, che provocò la morte di oltre 100 mila persone, tuttavia da allora le relazioni tra Asmara e Addis Abeba sono rimaste estremamente tese a causa dell’annosa disputa sui confini. Dopo gli accordi di Algeri del 2000, Etiopia ed Eritrea hanno acconsentito all’istituzione di una commissione incaricata di stabilire il confine tra i due paesi, allo scopo di porre definitivamente fine alle ostilità sulla base di quanto concordato con il cessate il fuoco del 18 luglio 2000 e permettere il rimpatrio dei prigionieri di guerra. Meno di due anni dopo la firma degli accordi tra l’allora primo ministro Meles Zenawi e il presidente Isaias Afewerki, la Commissione per la delimitazione assegnò i contesi territori di Badme all'Eritrea. Tuttavia tale risoluzione fu respinta dal governo etiope, che non ha a tutt'oggi ritirato il suo esercito dalla città e da allora si sono susseguiti numerosi episodi di tensione al confine. Da tempo Eritrea e Etiopia stanno inoltre combattendo una guerra “nascosta” in Somalia, dove Asmara è stata accusata di sostenere i ribelli jihadisti di al Shabaab che continuano ad attaccare le forze di pace africane di cui fa parte l’Etiopia.

La rivalità fra Etiopia ed Eritrea ebbe inizio alla fine della seconda guerra mondiale, quando le Nazioni Unite stabilirono che l'Eritrea (colonia italiana in seguito occupata dai britannici) fosse federata con l'Etiopia, mantenendo la propria autonomia. Gradualmente il governo di Addis Abeba trasformò la federazione in una vera e propria annessione, che ebbe effettivamente luogo nel 1962. Da allora seguirono 30 anni di conflitto che si concluse nel 1991, quando il Fronte di liberazione del popolo eritreo (Fple) guidato dall’attuale presidente Isaias Afewerki condusse il paese all’indipendenza dall’Etiopia. Quanto alla seconda svolta, quella della liberalizzazione dell’economia etiope, un primo piccolo, ma significativo segnale era giunto nei mesi scorsi con l’apertura di un punto vendita della catena di ristorazione statunitense Pizza Hut. Il paese, che ha una delle economie con il maggiore tasso di crescita nel continente africano, è stato infatti sempre sottoposto ad un forte controllo statale sugli investimenti esteri. “Mentre le quote di maggioranza continueranno ad essere detenute dallo stato, le azioni di Ethio Telecom, Ethiopian Airlines, Etiopian Power e Maritime Transport and Logistics Corporation saranno vendute a investitori sia nazionali che esteri”, si legge nella nota diffusa dall’Eprdf, in cui si sottolinea la necessità di riforme economiche per sostenere la rapida crescita e incrementare le esportazioni. Con una crescita prevista dell'8,5 per cento (fonte: World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale, Fmi), l’economia etiope sarà quella a più rapida crescita in Africa sub-sahariana nel 2018, trainata soprattutto dagli investimenti stranieri. Sempre secondo l’Fmi, gli investimenti diretti esteri sono infatti aumentati del 27,6 per cento nel biennio 2016-2017, grazie soprattutto agli investimenti cinesi nei nuovi parchi industriali.

Proprio la Cina è diventata non solo il più grande investitore straniero dell'Etiopia, ma anche il suo principale partner commerciale. L'Etiopia ha anche incoraggiato gli investimenti stranieri nella sua industria manifatturiera, sperando di competere con paesi come l'India e la stessa Cina grazie ai bassi costi della manodopera, mentre marchi della moda come H&M, Guess, J Crew e Naturalizer hanno già stabilito centri di produzione nel paese. A favorire l’impetuosa crescita degli investimenti stranieri in Etiopia è poi il miglioramento delle connessioni stradali e ferroviarie e l’ottimo livello dei collegamenti aerei (Ethiopian Airlines è la compagnia leader del continente africano). Ma la grande novità della svolta di ieri è data dall’annunciata apertura agli investimenti stranieri nel settore delle telecomunicazioni e in quello bancario. Secondo le ultime stime della Banca mondiale i capitali stranieri in Etiopia rappresentano tra il 50 per cento e il 60 per cento dell’intero bilancio nazionale. In particolare è la Cina ad essersi affermata come principale partner commerciale dell’Etiopia. Uno dei principali progetti portati avanti dai cinesi in Etiopia è la ferrovia che collega la capitale Addis Abeba con Gibuti, inaugurata nel 2016. Il progetto è costato circa 3 miliardi, e grazie a questo nuovo collegamento – lungo 756 chilometri – il paese è stato dotato di uno sbocco sul mare raggiungibile in tempi ridotti dell’85 per cento rispetto alla rete stradale. Altri progetti finanziati dalla Cina sono la superstrada Modjo-Hawassa, la metropolitana aerea di Addis Abeba e la diga Gibe III, progettata dalla ditta italiana Salini-Impregilo. Questo tipo di investimento rispecchia quello che è il modello di sviluppo che la Cina sta provando a proporre all’estero: costruire infrastrutture che diano lavoro nel paese “ospitante”, in maniera tale da favorire poi anche il commercio da e per la Cina. L’annunciata svolta annunciata dal governo si somma, peraltro, alla revoca dello stato d’emergenza votata a larga maggioranza, sempre all’inizio di questa settimana, dalla Camera dei rappresentanti del popolo (Hpr). Il provvedimento era stato introdotto una prima volta nell’ottobre 2016 a seguito delle violenze nella regione di Oromia e in seguito revocato nell’agosto del 2017, prima di essere nuovamente proclamato il 16 febbraio scorso, 24 ore dopo le dimissioni dell’ex premier Hailemariam Desalegn. La revoca dello stato d’emergenza era una delle promesse fatte dal premier Ahmed. Già ministro della Scienze e della tecnologia nel governo di Desalegn dal 2016 al 2017, Ahmed è il primo esponente oromo, l’etnia maggioritaria nel paese, a ricoprire l’incarico di premier dalla fine del regime di Hailemarim Menghistu, nel 1991. La sua nomina è stata salutata con grande entusiasmo e aspettativa dalla comunità internazionale, in quanto ritenuto l'unico in grado di porre fine (in quanto esponente dell’etnia oromo) alla grave crisi scoppiata nel 2015 e di portare avanti le riforme politiche ed economiche di cui il paese ha bisogno.
 
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