Corno d'Africa
31.05.2018 - 17:43
ANALISI
 
Somalia: ambasciatore Campanile, ritiro missione Amisom "solo se ci saranno le condizioni"
Mogadiscio, 31 mag 2018 17:43 - (Agenzia Nova) - Se tutti gli attori coinvolti faranno la loro parte e ci saranno le condizioni, l’obiettivo di un ritiro della Missione dell’Unione africana in Somalia (Amisom) nel 2020 “è sicuramente realizzabile”, ma al momento “queste condizioni non ci sono”. Lo ha dichiarato ad “Agenzia Nova” l’ambasciatore d’Italia in Somalia, Carlo Campanile, commentando l’approvazione della risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che estende di altri due mesi, fino al 31 luglio prossimo, il mandato della missione, prsente nel paese dal 2007. “Il ritiro del contingente Amisom è concepito come una componente di un processo più ampio di stabilizzazione politica del paese. Nel 2020 ci saranno le prime elezioni a suffragio universale diretto e, al contempo, la Somalia dovrebbe recuperare una componente essenziale della sua sovranità, ovvero il pieno controllo del suo territorio. Naturalmente è un’agenda politica che dovrà confrontarsi con la realtà sul terreno. Il ritiro dovrà basarsi sulla verifica puntuale di obiettivi intermedi che saranno conseguiti dalle autorità locali”, ha detto l’ambasciatore. Come già concordato nella precedente risoluzione del 31 agosto 2017, il Consiglio ha accolto le richieste relative a una graduale riduzione dell’organico della missione, decidendo di ridurre il livello di personale in uniforme dai 21.626 attuali a 20.626 entro il 30 ottobre 2018, in previsione di un ritiro definitivo del contingente di pace nel 2020. “L’obiettivo a lungo termine per la Somalia, con il supporto dei partner internazionali, è che le forze di sicurezza somale assumano la piena responsabilità della sicurezza in Somalia”, si legge nella risoluzione. La risoluzione prevede inoltre un graduale passaggio di responsabilità alle forze di sicurezza somale al fine di ridurre la minaccia costituita dal gruppo jihadista al Shabaab e agevolare il processo di costruzione della pace nel paese. Autorizzata il 19 gennaio 2007 per assicurare la sicurezza e la pace dopo la guerra in Somalia in atto dal 2006, la missione Amisom è stata approvata dalle Nazioni Unite il 20 febbraio 2007 per assicurare la protezione dei membri del congresso per la riconciliazione nazionale somalo e la messa in sicurezza delle infrastrutture chiave. Primo contributore della missione è l’Uganda con 6.223 militari (più 201 agenti di polizia), seguita dal Burundi con 5.432, dall’Etiopia con 4.395, dal Kenya con 3.664 (più 48 agenti di polizia) e da Gibuti con 2 mila. Nigeria, Ghana e Sierra Leone contribuiscono inoltre rispettivamente con 200, 56 e 47 agenti di polizia.

La missione, come affermato di recente dallo stesso ambasciatore Campanile, ha permesso di sottrarre al controllo di al Shabaab delle porzioni importanti di territorio somalo, soprattutto nel Basso e nel Medio Scebeli, ma il gruppo jihadista “è un nemico infido che adotta strategie asimmetriche. L’Italia – ha proseguito l’ambasciatore – ha sempre sostenuto che il ritiro della missione Amisom debba avvenire in modo graduale, dal momento che occorre prima verificare che condizioni ci siano sul campo. Nessuno pretende che Amisom resti in Somalia all’infinito, né i somali né la comunità internazionale, poiché si tratta di uno sforzo che sottrae risorse che potrebbero essere impiegate per costruire infrastrutture civili e per accompagnare lo sviluppo del paese”. Per questo, ha aggiunto Campanile, “c’è un’urgenza di portare avanti il passaggio di consegne ma bisogna evitare che questo avvenga in modo da pregiudicare i progressi conseguiti sul campo”. Quello somalo, ha poi aggiunto il diplomatico, è un “contesto complicato” nel quale l’Italia è fortemente presente in diversi settori: il nostro paese contribuisce per più dell’80 per cento alla missione Eutm (European Union Training Mission), mentre a livello bilaterale partecipa alla Missione italiana di addestramento delle forze di polizia somale e gibutine (Miadit), condotta dai Carabinieri presso l'Accademia di polizia e della gendarmeria di Gibuti: si tratta di “un’attività molto apprezzata dalla parte somala”. Oltre ai continui attacchi portati da al Shabaab, la scorsa settimana sono riprese inoltre le ostilità nella città di Tukaraq, nella regione di Sool, fra le forze armate dell'autoproclamata Repubblica del Somaliland e quelle della regione semi-autonoma del Puntland, che stando quanto riferito dalla stampa locale hanno provocato la morte di almeno 50 militari. La disputa, ha dichiarato l'ambasciatore Campanile, vede contrapposte due argomentazioni differenti: da una parte quella del Somaliland, “che fa riferimento a una delimitazione del confine di epoca coloniale, quando la regione era una colonia britannica”, dall’altra quella del Puntland, “che fa leva principalmente su una composizione tribale ed etnica delle regioni nelle quali vi è una maggioranza della popolazione imparentata con il clan Darod (prevalente nel Puntland)”. Nel villaggio di Tukaraq, teatro nelle scorse settimane di nuovi scontri che hanno provocato la morte di circa 50 militari, “non sono al momento in corso combattimenti ma la tensione resta comunque altissima”, con il presidente del Somaliland, Abdiweli Gaas, che ha denunciato l’attacco orchestrato da Mogadiscio contro la sovranità del Somaliland. Al di là delle accuse, ha proseguito l’ambasciatore, “l’atteggiamento mantenuto sino a questo momento da Mogadiscio sembra tuttavia essere quello di una spinta a favore della ricerca di una soluzione negoziale”.

Iniziata alla fine degli anni Novanta, la contesa territoriale è ancora in atto ed ha coinvolto anche altri stati autonomi, che hanno rivendicato tutti o una parte dei territori in questione. Una ferma condanna degli scontri è giunta dal rappresentante speciale dell’Onu per la Somalia, Michael Keating, che in una nota ha chiesto alle parti di cessare il fuoco e riportare le divergenze sul terreno del dialogo, sottolineando le ripercussioni che il protrarsi degli scontri potrebbe avere sul processo di stabilizzazione della Somalia. In precedenza anche il presidente somalo Mohamed Abdullahi “Farmajo” aveva chiesto l’immediata cessazione delle ostilità nella regione di Sool, invitando i leader locali a trovare una soluzione pacifica al conflitto. “Le ostilità a Tukaraq devono cessare immediatamente e deve prevalere il dialogo”, ha detto Farmajo in una dichiarazione. Le relazioni tra governo federale somalo e i due stati semi-indipendenti di Somaliland e Puntland, del resto, sono da sempre tese e hanno conosciuto un inasprimento negli ultimi mesi in seguito alla progressiva espansione politica, commerciale e militare degli Emirati Arabi Uniti nell’area, come testimoniano i controversi accordo sui porti di Berbera e Bosaso. “In questo momento ci sono riaccese le tensioni tra governo centrale e stati regionali, che sono a loro volta degli strascichi delle tensioni nei paesi del Golfo. Il Puntland, tuttavia, pur avendo uno status di autonomia, riconosce l’autorità di Mogadiscio e partecipa al dialogo con il governo federale. La situazione del Somaliland è invece completamente diversa, dal momento che non riconosce l’autorità di Mogadiscio nel proprio territorio e rivendica uno status di autonomia e indipendenza. È chiaro comunque – ha aggiunto Campanile – che il deterioramento delle relazioni di Abu Dhabi con Mogadiscio ha favorito un consolidamento delle relazioni emiratine con Hargheisa”.

Nel frattempo alcune aree del paese, in particolare il centro e il sud, sono state colpite dalle inondazioni causate dal passaggio del ciclone Sagar, che ha provocato la morte di almeno 20 persone e lo sfollamento di almeno 229 mila. In risposta all’emergenza, ieri le Nazioni Unite e il governo somalo hanno lanciato un appello congiunto per lo stanziamento di 80 milioni di dollari. Secondo quanto si legge in un comunicato dell'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), le inondazioni – causate dalle piogge più intense cadute negli ultimi trent’anni – hanno causato vittime, ingenti spostamenti e danni alle infrastrutture e ai terreni agricoli, aggravando una già fragile situazione umanitaria. Il nuovo appello, lanciato nel corso di un evento di alto livello ospitato a Mogadiscio, punta a fornire sollievo a breve termine alle comunità colpite, già vulnerabili a causa del conflitto in corso e delle precedenti siccità. Intervenendo all'evento, il coordinatore umanitario delle Nazioni Unite per la Somalia, Peter de Clercq, ha evidenziato i rischi a lungo termine per le popolazioni colpite dalle inondazioni e la necessità di investimenti per aumentare la loro resilienza agli eventi meteorologici estremi. “Poiché il rischio dei cambiamenti climatici aumenta inesorabilmente, sono necessarie più risorse per affrontare le cause profonde della fragilità, della povertà cronica e del basso sviluppo umano che stanno colpendo la maggior parte della popolazione”, ha affermato. Di fronte all’emergenza, i partner umanitari non sono in grado di fare affidamento sull’attuale piano di risposta umanitaria da 1,5 miliardi di dollari predisposto per il 2018, che finora è stato finanziato solo per il 24 per cento. In un simile scenario, la Somalia si avvia verso un faticoso processo di ricostruzione politica ed economica e di attuazione della nuova architettura federale dello stato che dovrebbe culminare, almeno secondo quanto concordato a livello internazionale, con le prime elezioni a suffragio universale nella storia del paese previste per il 2020. C’è infine il problema della normalizzazione dei rapporti con le istituzioni finanziarie internazionali, dal momento che per Mogadiscio sarebbe cruciale un ritorno nel mercato internazionale del credito per finanziare infrastrutture strategiche per lo sviluppo. Si tratta di un'agenda estremamente ambiziosa che tuttavia i numerosi ostacoli di natura politica, economica e geopolitica rischiano di vanificare.
 
Agenzia Nova
 
 
 
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