Corno d'Africa
19.02.2018 - 16:00
ANALISI
 
Etiopia: si dimette il premier Desalegn, a pesare le divisioni etniche in seno alla coalizione di governo
Addis Abeba, 19 feb 2018 16:00 - (Agenzia Nova) - Con un annuncio a sorpresa, il primo ministro etiope Hailemariam Desalegn ha deciso lo scorso 15 febbraio di rassegnare le sue dimissioni. Si tratta di una decisione inattesa, giunta nel pieno delle proteste che da mesi stanno infiammando il paese e che sempre di più stanno assumendo una connotazione etnica e a poco più di un mese dalla storica decisione, da lui stesso annunciata, di concedere un’amnistia ai prigionieri politici che affollano le carceri del paese. Nell’annunciare le dimissioni, Desalegn ha dichiarato che la sua decisione è stata presa per favorire le riforme e porre fine alla crisi politica in corso nel paese. Parlando all’emittente televisiva statale “Fana” poco dopo avere rassegnato le sue dimissioni, il premier ha riconosciuto che la crisi politica in corso “ha causato la morte di molte persone e costretto molte altre a lasciare le loro abitazioni”. “Le mie dimissioni sono vitali per portare avanti le riforme che condurranno alla pace e alla democrazia”, ha detto Desalegn. Il primo ministro dimissionario “ha contribuito molto ai programmi di riforma avviati nel paese, svolgendo un ruolo chiave nel garantire la pace, la democrazia e il buon governo nel paese”, ha dichiarato oggi il segretario del Fronte democratico rivoluzionario del popolo etiope (Eprdf), Shiferaw Shigute, sottolineando l’importanza di una “transizione pacifica del potere”. Desalegn, ha poi precisato Shigute, resterà comunque in carica fino a quando non si riunirà il congresso del partito, cui spetterà la decisione finale. Da quando è salito al potere, nel 2012 (a seguito della prematura morte di Meles Zenawi, al potere per vent'anni dopo la morte del dittatore Hailemariam Menghistu), la posizione di Desalegn si è fatta via via sempre più debole e ha pagato le crescenti divisioni sorte in seno alla coalizione Eprdf, formata dai quattro principali partiti del paese. Le divisioni si sono fatte sempre più marcate dopo il dilagare delle proteste scoppiate della popolazione di etnia oromo (che costituisce la maggioranza della popolazione etiope) nel novembre 2015 in risposta al piano di espansione della città di Addis Abeba nella regione di Oromia.

Da allora centinaia di persone hanno perso la vita nelle proteste, che negli ultimi mesi si sono intrecciate agli scontri interetnici esplosi nel mese di settembre al confine tra l’Oromia e la Regione dei somali, dove i somali e gli Oromo sono in conflitto da anni per irrisolte dispute territoriali. Gli scontri hanno provocato la morte di centinaia di persone e lo sfollamento di altre migliaia. Proprio l’acuirsi delle tensioni interetniche ha finito per riflettersi sulle divisioni in seno all’Eprdf, suddiviso al suo interno in partiti di rappresentanza etnica: il Fronte di liberazione del Tigrè, prima forza politica del paese ed espressione della minoranza tigrina (che rappresenta circa il 6 per cento della popolazione etiope); l’Organizzazione democratica del popolo oromo, espressione dell’etnia oromo, quella maggioritaria nel paese (circa il 34 per cento della popolazione); il Movimento democratico nazionale amhara, espressione del secondo gruppo etnico del paese (gli amhara, che rappresentano il 27 per cento della popolazione); il Movimento democratico dei popoli del Sud Etiopia, che racchiude gli altri gruppi etnici dell’Etiopia. Con l’esplodere delle violenze, si sono fatte particolarmente tangibili le tensioni, in particolare tra il Fronte di liberazione del Tigrè che ha visto svanire il suo dominio e influenza e l’Organizzazione democratica del popolo oromo, che negli ultimi tempi ha spinto per le dimissioni di Desalegn. Ora che queste sono arrivate, secondo diversi osservatori, il favorito alla sua successione sembra essere l’attuale ministro degli Esteri, Workneh Gebeyehu, esponente di etnia oromo, la cui nomina sarebbe un segnale importante di apertura da parte dell’Eprdf. Oggi il vicesegretario del Congresso federalista oromo (Ofc), Mulatu Gemechu, Mulatu ha dichiarato che l'Etiopia ha bisogno di un sistema politico completamente nuovo dopo anni di disordini politici nelle due regioni più popolose del paese. “I cittadini etiopi ora hanno bisogno di un governo che rispetti i loro diritti, non di un governo che continua a picchiarli e ad ucciderli”, ha detto Mulatu citato dai media internazionali.

Un importante segnale di apertura da parte del governo era arrivato il mese scorso con il decreto di amnistia nei confronti dei prigionieri politici, annunciato lo scorso 3 gennaio dallo stesso Desalegn dopo giorni di consultazioni con l’Eprdf. Da allora le autorità etiopi hanno ordinato la scarcerazione di oltre 6 mila detenuti, tra cui il leader del partito di opposizione Congresso federalista oromo (Ofs), Merera Gudina, in carcere dal dicembre 2016 con l’accusa di avere violato lo stato di emergenza, e il segretario generale dello stesso partito, Bekele Gerba, arrestato nel dicembre 2015 con l’accusa di terrorismo, successivamente ridotta a incitamento alla violenza. Tra i beneficiari del provvedimento di amnistia figura anche il giornalista Eskinder Nega, condannato a 18 anni di carcere nel 2012 per cospirazione, pianificazione di atti terroristici e incitamento alla violenza attraverso una serie di articoli pubblicati online. Il provvedimento di amnistia è stato accolto con favore da parte della comunità internazionale, che tuttavia ha avanzato le sue riserve. Il rilascio dei prigionieri politici e degli attivisti in Etiopia, incluso il leader oromo Merera Gudina, e la decisione del governo di incaricare una task force per valutare la possibile estensione della misure ad altre persone, “sono passi importanti per ampliare lo spazio politico” nel paese, si legge in una dichiarazione della portavoce della Commissione europea, Catherine Ray. In questo contesto – prosegue Ray – l'annuncio della chiusura del centro di detenzione di Maekelawi è un ulteriore sviluppo positivo. La libertà di espressione e il diritto di assemblea sono componenti essenziali di una società democratica. Nel quadro dell'impegno strategico Ue-Etiopia, assicura la portavoce, l'Unione europea continuerà a incoraggiare il governo ad affrontare le questioni sollevate dai dimostranti, in particolare attraverso un dialogo inclusivo e costruttivo con l'opposizione e la società civile. Anche la revisione dei quadri legislativi pertinenti, come il Proclama anti-terrorismo e la Legge elettorale, sono elementi essenziali del processo di riforma.

Anche l’organizzazione non governativa Human Rights Watch (Hrw) ha accolto con favore la decisione del governo etiope di concedere l’amnistia ai prigionieri politici, chiedendo però ulteriori chiarimenti sui tempi e le modalità di attuazione delle misure annunciate. Hrw sostiene che la decisione del governo di rilasciare i prigionieri politici e di chiudere il famigerato centro di detenzione di Maekelawi rappresenti “una buona notizia”, tuttavia restano in sospeso numerosi interrogativi circa i tempi di attuazione delle misure, il significato concreto di “prigioniero politico” e il numero di prigionieri che saranno effettivamente rilasciati. “Poiché il governo non ha specificato come e quando avverranno il rilascio (dei prigionieri) e la chiusura (della struttura), un chiarimento in tal senso sarebbe un passo importante verso la fine della repressione politica e delle violazioni dei diritti umani nel paese”, si legge nella nota. Lo scorso agosto le autorità etiopi hanno revocato lo stato d’emergenza imposto nell’ottobre 2016 per fermare il dilagare delle proteste delle popolazioni oromo ed amhara. Le proteste oromo sono scoppiate nel novembre 2015 contro il piano di espansione della città di Addis Abeba nella regione di Oromia. Il piano è stato in seguito abbandonato, ma le proteste hanno continuato ad infiammare a più riprese il paese. I dimostranti temono in particolare che i progetti del governo costringano gli agricoltori oromo, maggiore gruppo etnico del paese con alle spalle una storia piuttosto conflittuale con le autorità centrali, ad abbandonare la propria terra. La crisi si è acuita il 23 dicembre 2015, quando la polizia ha arrestato il leader oromo Bekele Gerba, già in passato condannato a quattro anni di carcere perché riconosciuto dalle autorità etiopi come membro dell’Organizzazione per la liberazione dell’Oromia. Le proteste sono iniziate nella località di Ginchi, 80 chilometri a sud-ovest della capitale Addis Abeba, dopo il tentativo da parte delle autorità di abbattere una foresta per fare spazio a un progetto edilizio.
 
Agenzia Nova
 
 
 
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