Corno d'Africa
11.01.2018 - 16:41
ANALISI
 
Corno d’Africa: la crisi nel Golfo si riflette sui paesi della regione, il ruolo Sudan, Eritrea e Somalia
Roma, 11 gen 16:41 - (Agenzia Nova) - Pur non avendo ancora alcun carattere di ufficialità, la notizia dell’arrivo di un rifornimento di armi egiziane all’Eritrea tramite la base emiratina di Sawa, la scorsa settimana, ha scatenato un’escalation nelle relazioni diplomatiche tra Sudan, da un lato, ed Egitto ed Eritrea, dall’altro, in un momento di forti tensioni per Khartum, già impegnato a contrastare le proteste interne contro la crisi economica e il carovita che nella giornata di ieri hanno provocato la morte di un manifestante. La crisi in corso, che s’interseca strettamente con lo scontro in atto nel mondo musulmano fra il Qatar e i quattro paesi arabi alleati che boicottano Doha (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Egitto), conferma una volta di più il pieno coinvolgimento dei paesi dell’Africa orientale e del Corno d’Africa (compresa la Somalia) in un “campo di battaglia” nel quale si trovano contrapposte le potenze regionali (Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, da un lato, Qatar, Turchia e Sudan, dall’altro) che cercano di espandere la loro influenza nell’area del Mar Rosso.

L’ultimo segnale d’allarme di una crisi ormai di portata regionale è stata la decisione delle autorità del Sudan di inviare, lunedì 8 gennaio, le truppe nella zona di frontiera con l'Eritrea, dopo la decisione presa lo scorso 6 gennaio di chiudere il confine con Asmara. Una mossa che le autorità di Khartum si sono affrettate a minimizzare, sostenendo – per voce del governatore di Cassala, Adam Jamaa Adam – che sia diretta conseguenza della dichiarazione dello stato d’emergenza emanata dal presidente Omar al Bashir nelle aree di conflitto del Sud Kordofan, del Nilo Azzurro e del Darfur. A gettare acqua sul fuoco è intervenuto il vicepresidente del Sudan, Musa Mohammed Ahmed, che ha assicurato che “i nostri rapporti (con l'Eritrea) non cambiano per delle voci fatte circolare da alcuni siti internet”, riferendosi alla notizia dell’invio di forniture militari da parte dell’Egitto verso l’Eritrea circolata la scorsa settimana, rafforzata peraltro dalla visita che lo scorso 9 gennaio il presidente eritreo Isaias Afewerki ha effettuato al Cairo, dove è stato ricevuto dall’omologo egiziano Abdel Fatah al Sisi. “Il fatto che abbiamo chiuso i confini con l’Eritrea – ha aggiunto Adam – non prova il deterioramento delle relazioni con Asmara”, ha aggiunto.

Ufficialmente il governo di Khartum sostiene infatti che la chiusura dei confini rientri nell’ambito dello stato d’emergenza, tuttavia la stampa sudanese è convinta che si tratti di un provvedimento legato all’invio di aiuti militari egiziani all’Eritrea. Secondo altre fonti, tuttavia, Khartum avrebbe deciso di chiudere i confini perché teme le attività dei gruppi armati presenti in Eritrea e di quelli del Darfur che trovano riparo nel paese vicino. Le tensioni fra Sudan ed Eritrea si sono acuite la scorsa settimana a causa della scelta di Asmara di passare nel campo dei quattro paesi arabi alleati che dal 5 giugno scorso boicottano Doha (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Egitto). Secondo quanto si legge in un editoriale apparso sul quotidiano emiratino “Emarat al Youm”, “il deterioramento delle relazioni tra Asmara e Doha è dovuto alla caduta del progetto di allargamento della presenza qatariota nel Corno d’Africa tramite i gruppi politici islamici”. Come osservato dall’esperto sudanese di questioni africane Ibrahim Daqesh, “il piano del Qatar nell’Africa orientale ha subito un duro colpo. Doha guardava con interesse ai porti eritrei considerandoli come punti dai quali contrastare il boicottaggio dei quattro paesi arabi alleati, ma Asmara ha fatto capire chiaramente di volersi schierare dalla loro parte”. Come conseguenza della decisione, il Qatar ha inviato una delegazione militare in Sudan per cercare un nuovo alleato in Khartum.

Secondo un altro esperto sudanese, Azhari Bashir, “l’Eritrea gode di una posizione privilegiata nel Mar Rosso e la sua scelta non fa che aumentare lo stato di isolamento di Doha. Lo scorso giugno il governo eritreo ha di fatto mentito ai media qatarioti quando ha annunciato il suo sostegno a Doha. L’emittente 'al Jazeera' aveva riferito che l’Eritrea avrebbe respinto la richiesta di isolare il governo qatariota, arrivata dai quattro paesi arabi alleati, cosa che però si è rivelata non vera”. Non a caso, il 31 dicembre scorso l’erede al trono di Abu Dhabi, Sheikh Mohammed Bin Zayed al Nahyan, ha ricevuto nella capitale emiratina il presidente eritreo, Isaias Afewerki, in visita nel paese del Golfo. Se con l’Eritrea non si parla ancora di rottura delle relazioni, è ufficiale invece il deterioramento dei rapporti con l’Egitto nell’ambito di questa crisi. Il ministero degli Esteri sudanese ha infatti annunciato lo scorso 5 gennaio di aver richiamato il suo ambasciatore in Egitto, Abdel Hamoud Abdel Halim, per consultazioni, senza indicare il motivo della decisione. L’escalation di tensioni tra i due paesi va avanti da diverse settimane per via della zona di confine contesa di Hala'ib. L'escalation ha tuttavia raggiunto il suo apice con la visita in Sudan di una delegazione turca guidata dal presidente Recep Taiyyp Erdogan, avvenuta dal 24 al 26 dicembre scorsi.

L’Egitto e il Sudan hanno varie questioni in sospeso, oltre alla disputa di confine sulla zona contesa del triangolo di Hala’ib e il legame tra Khartum e il movimento dei Fratelli musulmani. Proprio il rapporto con il movimento islamista, considerato un gruppo terroristico dall’Egitto, ha reso il Sudan un alleato del Qatar e della Turchia, entrambi sostenitori della Fratellanza. Il rapporto stretto tra Khartum e Ankara è emerso con evidenza durante la visita nel paese del presidente turco Erdogan, accolta con irritazione dall’Egitto e dall’Arabia Saudita. In particolare, il Cairo e Riad temono la presenza militare turca nel porto sudanese di Suakin, sul Mar Rosso, dopo la firma di accordi di cooperazione militare tra Sudan e Turchia. In occasione della visita del presidente Erdogan è stata, infatti, raggiunta un’intesa per la creazione di un cantiere navale per unità civili e militari e per l’utilizzo dell’isola di Suakin come base della Marina militare turca.

A ridosso della visita di Erdogan in Sudan, Khartum ha inoltre ospitato una riunione tra i capi di Stato maggiore di Sudan, Qatar e Turchia. Al Cairo prevedono quindi un cambiamento nella situazione della regione che potrebbe incidere sulla sicurezza nel Canale di Suez, soprattutto se il Sudan concederà alla Turchia l’uso dell’isola di Suakin. Il dispiegamento di forze turche a poche miglia marine dell’Egitto potrebbe, infatti, accrescere l’attrito tra i due paesi innescato dalla deposizione nel 2013 del presidente egiziano Mohamed Morsi, affiliato ai Fratelli musulmani e appoggiato da Erdogan. Gli accordi di cooperazione firmati a Khartum fra Erdogan e Bashir fanno seguito a quello siglato tra la Turchia e la Somalia per l’apertura a Mogadiscio di una base di addestramento delle forze somale da parte dell'esercito turco. La base, inaugurata lo scorso 30 settembre, ospita più di 200 militari turchi incaricati di addestrare 1.500 militari dell’esercito nazionale somalo con l’obiettivo di formarne almeno 10 mila in vista del graduale ritiro dal paese delle truppe della missione dell’Unione africana in Somalia (Amisom), avviato alla fine del 2017.

Che la Turchia possa essere tra gli obiettivi delle milizie jihadiste in quanto principale finanziatore del governo federale somalo lo dimostra il fatto che lo stesso governo di Ankara si è affrettato ad inviare aiuti fin dalle prime ore successive alla strage del 14 ottobre che ha provocato la morte di 512 persone. Un altro fattore che, secondo diversi analisti, sarebbe riconducibile alla pista anti-turca è dato dal fatto che uno dei due autocarri carichi di esplosivi da cui è stato innescato l’attentato ha danneggiato gravemente l’edificio che ospita l’ambasciata del Qatar, provocando lievi ferite all’incaricato d’affari di Doha a Mogadiscio. Il Qatar, stretto alleato della Turchia, è infatti uno dei principali sponsor del presidente somalo Mohamed Abdullahi Mohamed “Farmajo”, la cui elezione è stata finanziata in gran parte dal governo di Doha che con Ankara e Mogadiscio sta costruendo un asse preferenziale nel suo scontro in atto con l’Arabia Saudita. Il governo federale somalo mantiene infatti formalmente una posizione neutrale in questo scontro, ma di fatto sostiene più o meno apertamente il Qatar, avendo messo a disposizione il suo spazio aereo alla Qatar Airlines per ovviare alla chiusura dello spazio aereo di Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti, i cui governi hanno esercitato ripetute pressioni sulle autorità federali somale perché prendessero una posizione di netta condanna nei confronti del Qatar.

Proprio la crescente influenza esercitata dagli emiratini negli affari interni della Somalia è finita nel mirino di diverse organizzazioni non governative tra cui la Commissione per il monitoraggio delle Nazioni Unite, con sede a Ginevra, che in un comunicato pubblicato la scorsa settimana ha invitato il Consiglio di sicurezza dell’Onu ad intervenire per contrastare il “ruolo sovversivo degli Emirati Arabi Uniti in Somalia”, che si tradurrebbe in numerosi episodi di corruzione e di sabotaggio della mappa politica del paese del Corno d’Africa. Secondo l’organismo, Dubai “interferisce apertamente negli affari interni della Somalia e ha dispensato pagamenti a politici e parlamentari per incitarli contro il governo federale, in flagrante violazione del rispetto della sovranità degli stati”. Finora, almeno ufficialmente, il presidente Farmajo sembra aver resistito alle pressioni emiratine, tuttavia ha finito per vedersi sempre più isolato dalla maggior parte degli stati della federazione, quasi tutti schierati su una linea filo-saudita, in particolare il Somaliland che ospita a Berbera una base degli Emirati.
 
Agenzia Nova