Atlantide
20.04.2009 - 20:28
ANALISI
 
Roma, 20 apr 2009 20:28 - (Agenzia Nova) - Pur avendo il Presidente Usa, Barack Obama, annunciato a grandi linee l’architettura della nuova strategia americana per l’Afghanistan, il dibattito sulle prospettive dell’intervento occidentale in quel paese non accenna assolutamente a spegnersi. Sembra, anzi, intensificarsi progressivamente. Contribuiscono a questo stato di cose sia il moltiplicarsi delle rivelazioni sui retroscena del processo che ha preceduto la formalizzazione della svolta, sia le reazioni degli attori coinvolti nel cambiamento. A quanto pare, innanzitutto, il nuovo approccio non avrebbe convinto l’intera amministrazione statunitense. Sarebbe invece l’espressione del successo riportato da uno schieramento di alcuni “pesi massimi” - guidato dall’ambasciatore Richard Holbrooke, dal generale David Petraeus e dal segretario di Stato Hillary Clinton, favorevoli ad intraprendere un estremo tentativo di nation-building in Afghanistan - che avrebbe sconfitto il fronte dei cosiddetti “minimalisti”, composto dal vicepresidente Joseph Biden e dal vicesegretario di Stato James Steinberg, secondo i quali la nuova strategia avrebbe invece dovuto abbandonare ogni ambizione di ricostruzione civile per concentrarsi esclusivamente sull’obiettivo puramente militare di negare ad al Qaeda ed ai suoi fiancheggiatori neo-talebani la possibilità di valersi di rifugi sicuri in territorio pachistano.

Questa ricostruzione spiega alcune oscillazioni che si sono registrate nella politica americana tra febbraio e marzo, prima cioè che il Presidente Obama assumesse una decisione definitiva sul da farsi. Permette altresì di comprendere le ragioni per le quali il Presidente afgano, Hamid Karzai, abbia espresso tutta la sua soddisfazione per le scelte recentemente compiute dall’amministrazione americana, non ultimo anche relativamente alla sua permanenza al potere. La sconfitta di Biden è divenuta infatti evidentissima proprio in rapporto all’atteggiamento che la diplomazia statunitense ha dimostrato nei confronti di Karzai. Il vicepresidente Usa ne aveva caldeggiato la rimozione, mentre Holbrooke ed ora il Presidente Obama paiono intenzionati a rimanere neutrali nella competizione che sfocerà il prossimo 20 agosto nelle elezioni presidenziali afgane.

In realtà, l’urto al quale si è assistito ha radici più profonde, riflettendo l’incertezza di fondo che regna sulle reali cause dell’insurrezione in atto in almeno metà dell’Afghanistan, piuttosto che mere rivalità personali. Al riguardo, infatti, si confrontano da tempo almeno due teorie alternative, che sono sfortunatamente totalmente inconciliabili. Per la prima, le cose avrebbero cominciato ad andar male quando si è iniziata a perseguire concretamente l’idea di trasformare l’Afghanistan in uno Stato moderno, utilizzando le truppe della Nato. Per coloro che l’abbracciano, qualsiasi incremento dei militari sul terreno sarebbe destinato soltanto a provocare l’ulteriore irrigidimento della resistenza, riducendo le residue chance di evitare una sconfitta rovinosa. Per quella opposta, caldeggiata tra gli altri dall’influente Ahmed Rashid, proprio l’aver inizialmente rinunciato al nation-building, puntando sui signori della guerra locali, avrebbe invece permesso ai nostalgici del regime del Mullah Omar di riorganizzarsi e di trovare il sostegno di tutte le forze ostili al radicamento di una presenza occidentale in Afghanistan.
IL NODO IRANIANO
 
Roma, 20 apr 2009 20:28 - (Agenzia Nova) - Il più grosso degli ostacoli al successo della nuova strategia è tuttavia rappresentato probabilmente dalla situazione interna al Pakistan, che non accenna a migliorare e che anzi minaccia di generare una crisi dagli effetti ancora più gravi di quella in atto in Afghanistan. Il movimento talebano locale, che già controlla le zone tribali, ha recentemente assunto il controllo della Valle di Swat, a circa 150 chilometri da Islamabad, ottenendo dal governo centrale anche il diritto d’imporre la forma più rigorosa di legislazione islamica. E si preparerebbe ad infiltrare il popoloso Punjab, dove già disporrebbe degli appoggi assicurati da numerose cellule jihadiste, spesso protette da una parte dei servizi di sicurezza pachistani che ambisce a servirsene in futuro contro l’India. Il governo laico non avrebbe la forza necessaria per contrastare questa penetrazione, che potrebbe in tempi brevi destabilizzare definitivamente il paese, a dispetto del fatto che i pashtun siano in Pakistan un’esigua minoranza. E’ per questo motivo che gli accordi stretti tra il Presidente, Asif Ali Zardari, e la leadership che ha conquistato Swat sono stati criticati aspramente dall’amministrazione americana e dal suo inviato speciale nella regione, Richard Holbrooke, come un pessimo segnale di debolezza ed arrendevolezza, reso più grave dal successivo rifiuto dei talebani di onorare i patti deponendo le armi.

Per compensare questa situazione, l’esecutivo pachistano sta cercando sostegni all’estero, come è risultato evidente sia durante la visita a Roma del ministro degli Esteri, Shah Mehmood Qureshi, sia nel corso del recente viaggio di Asif Ali Zardari in Cina. Ma la base interna su cui poggia il governo d’Islamabad si è drammaticamente ridotta dopo il confronto con il movimento dei giudici e soprattutto la rovinosa sconfitta patita nel duello con Nawaz Sharif, inducendo a temere il peggio. Non è casuale che intervenendo alla trasmissione della Cnn diretta da Fareed Zakaria, andata in onda il 19 aprile, proprio Holbrooke abbia fatto capire come l’amministrazione americana confidi comunque nel generale Ashfaq Parvez Kayani, attuale capo di Stato maggiore dell’esercito e vero uomo forte del Pakistan: una personalità “sincera”, con la quale gli Stati Uniti hanno finora collaborato soddisfacentemente e che viene vista come la suprema garanzia della sicurezza del paese.

Non tutti gli analisti sono però della stessa opinione. Commentando queste affermazioni, ad esempio, lo stesso Ahmed Rashid ha ritenuto di dover precisare come le Forze armate pachistane continuino a trovarsi in un vero e proprio “stato di negazione” rispetto alle maggiori minacce alla sicurezza nazionale, preferendo tuttora occuparsi della frontiera orientale e quindi dell’India, piuttosto che della destabilizzazione interna. Tale sindrome dovrebbe essere invece rapidamente superata, per permettere all’esercito di proteggere il Punjab dalle infiltrazioni talebane e jihadiste. La situazione avrebbe già raggiunto una soglia critica. Anche se Holbrooke ha raccomandato prudenza, è sintomatico che David Kilcunnen, un colonnello australiano tra i più ascoltati consiglieri di Petraeus, abbia raccomandato al Pentagono di mettere allo studio dei piani di contingenza per il caso in cui il Pakistan sprofondi nel caos. Un’ipotesi che è tanto più inquietante se si tien conto del fatto che i militari di Islamabad controllano tra le 50 e le cento testate nucleari.
EDITORIALE
 
Roma, 20 apr 2009 20:28 - (Agenzia Nova) - Proprio perché non esiste ancora una verità “scientifica” condivisa su quello che sta accadendo, la vittoria appena riportata dai “massimalisti” non ha spazzato il campo dai dubbi pendenti sulla possibilità di stabilizzare efficacemente l’Afghanistan ricorrendo ad una nuova massiccia iniezione di soldi e soldati. Al contrario, il dissidio sulle ricette da adottare è destinato a persistere. Gli elementi di perplessità, inoltre, sono numerosi. Ovviamente, non sono convinti della bontà della scelta finale di Obama tutti coloro i quali ritenevano attribuibile proprio alla leggerezza della presenza militare occidentale il lungo periodo di calma apparente registratosi in Afghanistan tra il 2002 e l’estate del 2005. Costoro ritengono il surge un passo nella direzione sbagliata. Ma critiche sono affiorate anche nel campo opposto, in rapporto alle modalità pratiche della declinazione in Afghanistan dell’approccio applicato da Petraeus in Iraq. E’ utile a questo proposito ricordare come il grosso dei rinforzi inviati a suo tempo in territorio iracheno sia stato impiegato per riconquistare Baghdad attraverso un’azione capillare di presidio dei quartieri, volta principalmente a proteggere la popolazione civile, in modo tale da conquistarne le simpatie. Mentre in Afghanistan, dove non esiste un centro di gravità paragonabile alla capitale irachena, la gran parte dei 17 mila soldati addizionali in arrivo sarà dispersa nelle province orientali e meridionali a ridosso del confine pachistano, dove non abita una grande quantità di persone ed il terreno favorisce l’attività della guerriglia.

Non sarebbero quindi veramente in procinto di cambiare le modalità d’impiego della forza sul terreno, al contrario di quanto accadde in Iraq, ma saremmo semplicemente alla vigilia di un’ulteriore intensificazione delle operazioni, che è tanto più probabile dal momento che la dirigenza neo-talebana afgana ha invitato il movimento gemello sorto nelle zone tribali pachistane a contribuire alla battaglia che si profila per i prossimi mesi. Anche l’obiettivo dell’afganizzazione del conflitto sembra rappresentare una differenza significativa tra i due teatri, posto che il surge attuato in Iraq è stato precisamente la negazione del processo di irachizzazione della lotta che i comandi americani dell’epoca stavano perseguendo. Mentre Obama ha fatto precedere la presentazione della nuova strategia dall’accenno alla necessità di predisporre comunque una exit strategy dall’Afghanistan.

Esisterebbe soltanto un vero punto di contatto tra la strategia perseguita già in Iraq e quella che si conta di attuare adesso sul suolo afgano. Riguarda il progetto di armare delle milizie tribali per integrarle successivamente nell’esercito nazionale di Kabul. Petraeus ambirebbe infatti a replicare in Afghanistan il successo ottenuto con i cosiddetti “Figli dell’Iraq”, emanazione militare dei Consigli del risveglio, sorti nella provincia sunnita di al Anbar. E degli esperimenti sarebbero già in corso nella provincia di Wardak, una delle ridotte neo-talebane più vicine alla capitale. I risultati, però, sono al momento altamente incerti. Perché se le componenti minoritarie tagike e hazara della popolazione locale hanno risposto con entusiasmo, i pashtun hanno preferito respingere l’offerta, forse proprio temendo le rappresaglie della guerriglia. Un problema che non sarà certamente risolvibile in quelle zone erigendo barriere fisiche come le mura costruite nel 2007 a Baghdad per separare i quartieri sciiti da quelli sunniti.