Atlantide
25.06.2016 - 11:00
 
ANALISI
 
L'addio britannico all'Unione Europea: rischi ed opportunità
Roma, 25 giu 2016 11:00 - (Agenzia Nova) - Nel Regno Unito il sì all’uscita dall’Unione Europea vince con il 51,9 per cento dei voti contro il 48,1 dei contrari. Si apre così uno scenario assolutamente inedito che avrà conseguenze vaste e profonde sul piano della geopolitica, dell’economia, della finanza, ma anche sulla politica interna e sul posizionamento internazionale dell’Italia. Nel breve termine gli effetti del referendum britannico saranno pesantissimi, non solo sul Regno Unito, ma anche sul resto dell’Unione, come dimostra il panico che, sui mercati finanziari, ha provocato il forte arretramento delle Borse europee, del prezzo del petrolio, e l’altrettanto repentino aumento del differenziale fra i tassi d’interesse tedeschi da una parte, e quelli italiani e spagnoli dall’altra. La nuova situazione presenta tuttavia anche importanti opportunità per il nostro paese. Vale dunque la pena di esaminare quali possano essere gli effetti della secessione britannica nel medio e lungo termine.
 
L’Inghilterra rischia l’irrilevanza
Roma, 25 giu 2016 11:00 - (Agenzia Nova) - Il Regno Unito subirà inevitabilmente pesanti conseguenze negative dall’uscita dall’Unione. Il primo ministro, David Cameron, che dissennatamente ha sottoposto il proprio paese a due gravissime alee – il referendum sull’indipendenza della Scozia e quello sull’uscita dall’Ue – ha già annunciato le dimissioni per il prossimo ottobre. Le procedure di separazione consensuale potrebbero prendere molto tempo, ma il brusco arretramento delle Borse europee, oltre che di quelle asiatiche, statunitensi e del prezzo del petrolio, impressionano per le dimensioni e consigliano una rapida conclusione dell’incertezza. In una dichiarazione congiunta i presidenti del Parlamento europeo, Martin Schulz, del Consiglio dell’Unione, Donald Tusk, della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ed il presidente di turno dell’Ue, il premier olandese Mark Rutte, chiedono “che il governo del Regno Unito attui la decisione del suo popolo nel più breve tempo possibile, per quanto questo processo possa essere doloroso”. I quattro precisano che l’intesa raggiunta a febbraio con la Gran Bretagna non è più valida, e lasciano capire che sarà Londra, se lo vorrà, a dover avanzare proposte per nuovi accordi tra l’Ue ed il Regno Unito, trattato ormai come “paese terzo”. Appare evidente l’intenzione dei leader europei di mostrare a tutti che l’abbandono dell’Unione comporta un alto prezzo. Oltre il 50 per cento del commercio estero britannico si svolge con l’Ue, ma ora Londra perderà i privilegi riservati ai paesi membri sul piano del commercio internazionale, delle tariffe amministrate per numerosi settori dell’economia, dei Fondi strutturali, del Mercato interno. La Gran Bretagna dovrà rinunciare al rimborso di buona parte dei suoi contributi all’Ue: un privilegio ottenuto a suo tempo da Margaret Thatcher che ogni anno costa 400 milioni alla Germania, 1,6 miliardi alla Francia e 1,2 miliardi all’Italia. E’ però la stessa esistenza del Regno Unito come nazione ad essere ora messa in discussione. I leader del Partito nazionale scozzese, che governa la regione, chiedono un nuovo referendum sull’indipendenza, per poter poi ottenere l’adesione all’Ue, mentre i nazionalisti del Sinn Fein chiedono un referendum per l’unificazione dell’Ulster all’Irlanda. Anche la sovranità su Gibilterra potrebbe essere a rischio. Sulla rocca, infatti, il 96 per cento degli elettori ha votato per restare nell’Ue. Un eventuale smembramento del Regno Unito priverebbe Londra delle risorse petrolifere del Mare del Nord e rappresenterebbe un brutale ridimensionamento della potenza britannica in Europa, nel Mediterraneo e nel mondo. L’Inghilterra, da sola, difficilmente potrebbe permettersi di mantenere l’attuale dispositivo militare, e non è escluso che qualcuno metta in discussione il seggio permanente di cui Londra dispone nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. E’ chiaro che queste conseguenze potrebbero verificarsi solo nel medio-lungo periodo. Un simile scenario – chiaramente estremo – comporterebbe comunque la fine della relazione privilegiata con gli Stati uniti e una drastica riduzione dell’influenza che l’Inghilterra tradizionalmente esercita in numerosi paesi.
 
Uno scenario da incubo e una possibile via d’uscita
Roma, 25 giu 2016 11:00 - (Agenzia Nova) - La dura reazione dei responsabili delle istituzioni europee al referendum britannico è dettata dalla volontà di chiarire a tutti che uscire dall’Unione comporta altissimi costi politici, economici e sociali. Insieme al panico che si diffonde sui mercati internazionali, la determinazione dei leader europei potrebbe influire sulle elezioni politiche che si terranno in Spagna domani, domenica 26 giugno, dopo mesi di negoziati infruttuosi sulla costituzione di un nuovo governo. Una vittoria del partito “Podemos” potrebbe portare ad un nuovo esecutivo con i socialisti, che difficilmente potrebbe evitare un referendum sull’indipendenza della Catalogna. E’, questo, lo scenario da incubo che ogni leader europeo vorrebbe evitare. Il processo di dissoluzione del Regno Unito, seguito da quello della Spagna, potrebbe liberare le spinte centrifughe in Belgio, con la divisione tra fiamminghi e valloni; in Romania, con le rivendicazioni degli ungheresi della Transilvania; in Francia, con il rilancio dell’indipendentismo corso, e naturalmente in Italia, dove le spinte secessioniste si accenderebbero in Alto Adige, Friuli, Sardegna, Sicilia e Veneto. Molto dipenderà anche dal prossimo presidente degli Stati Uniti: una variabile per ora difficile da valutare. Se comunque la strettoia delle elezioni spagnole dovesse essere superata senza danni, l’Europa dovrà necessariamente mutare radicalmente orientamento. A ripensare il proprio ruolo dovrà essere in primo luogo la Germania, le cui politiche hanno acuito la crisi nei paesi periferici dell’Eurozona, invece di attutirla. Berlino dovrà rinunciare alla difesa dei propri interessi immediati, ed accettare un ruolo di leadership nell’Ue. Molti europeisti ritengono che l’uscita del Regno Unito dall’Unione possa dare la scossa necessaria ad una ripresa del processo d’integrazione. E’ una speranza che difficilmente potrà essere soddisfatta, almeno nel medio periodo. L’Unione è ormai impopolare in ampi strati della popolazione di molti paesi membri, e prima di poter riprendere il cammino federale, dovrà fornire risposte ai problemi concreti creati dagli squilibri degli ultimi anni. I paesi dell’ex Patto di Varsavia, del resto, difficilmente accetterebbero una nuova cessione di sovranità, e la Francia è sempre stata restia a cedere ad altri le sue prerogative. Gli Stati Uniti, infine, faranno il possibile per evitare il formarsi di un nocciolo duro di paesi federati che possano ambire insieme ad un ruolo globale. Ogni passo verso l’Unione politica sarebbe dunque contrastato ed accompagnato da forti tensioni. I leader europei, ed Angela Merkel prima fra tutti, cercheranno dunque di rassicurare, ridare fiducia e stabilità, riparare i danni portati dalla lunga crisi al livello di vita ed allo stato sociale di molti popoli europei. Ciò comporterà, probabilmente, l’abbandono delle rigide politiche dettate da parametri matematici, ed un ritorno al prevalere della politica. Uno sviluppo che, se si verificherà, potrà avere solo effetti benefici.
 
Una chance storica per l’Italia
Roma, 25 giu 2016 11:00 - (Agenzia Nova) - Con l’uscita del Regno Unito dall’Ue, gli Stati Uniti perdono il migliore alleato in Europa, il perno della propria politica d’influenza nei confronti dell’Unione. Ciò non significa che Washington perderà la capacità di condizionare gli eventi politici nel Vecchio continente. Oltre che sulla Nato e sulla presenza militare in numerosi paesi membri dell’Ue, infatti, gli Usa possono contare sul sostegno di molti stati, come Bulgaria, Danimarca, Polonia, Portogallo, Romania, Svezia ecc. Nessuno, tuttavia, in grado di sopperire al vuoto causato dall’assenza della Gran Bretagna. Appare inevitabile che il prossimo presidente degli Stati Uniti, chiunque egli sia, cerchi di stabilire un rapporto privilegiato con un paese europeo di peso. La Germania, leader naturale dell’Unione e fatalmente legata al suo destino, non potrà esercitare il ruolo di rappresentante degli interessi Usa, e nemmeno potrà assumerlo la Francia, paese che ha sempre avuto una sua agenda politica e strategica. Negli ultimi decenni, i governi francesi hanno costantemente teso ad ampliare l’influenza del proprio paese sull’Italia per condizionarne le scelte, in modo da costituire un blocco sufficientemente forte da equilibrare il peso della Germania, e continuare così ad avere un peso determinante in Europa. La prospettiva di Parigi è dunque quella europea, in un rapporto dialettico con la Germania. Spagna e Polonia non hanno né il peso demografico, né quello economico sufficiente a sostituire la Gran Bretagna. Washington, dunque, dovrà probabilmente rivolgersi all’Italia, paese fondatore, membro dell’Eurozona, seconda manifattura e terza economia dell’Unione, che peraltro è già tradizionalmente influenzabile dagli Stati Uniti. Negli Usa vive una fortissima comunità italo-americana, che potrebbe svolgere un ruolo importante nel rafforzare un’eventuale relazione privilegiata tra Washington e Roma. Più volte, in passato, l’Italia ha chiesto il sostegno degli Stati Uniti nel confronto con i partner europei. E’ solo grazie a Washington che il nostro paese entrò nel Gruppo di contatto che coordinava le azioni della comunità internazionale durante la guerra in Bosnia Erzegovina. Allo stesso modo, la linea italiana sulla Libia ha prevalso poiché sostenuta dagli Usa. Nonostante le periodiche spinte federaliste europee, i governi di Roma hanno sempre dovuto allinearsi alle posizioni di Washington, senza tuttavia poter mai essere determinanti nell’affermarle. Con l’uscita del Regno Unito dall’Unione, Roma avrà la possibilità di rendersi indispensabile all’alleato transatlantico, vedendo rafforzato il suo ruolo in Europa e nel Mediterraneo. Un primo importante segnale di questo nuovo peso specifico dell’Italia lo ha dato ieri la Cancelliera tedesca, Angela Merkel, invitando a Berlino, alla vigilia del Consiglio europeo di martedì 28 giugno, i leader di soli due paesi: il presidente francese, François Hollande, e il capo del governo italiano, Matteo Renzi. E’ l’embrione di un triunvirato che potrebbe guidare in futuro un’Europa più equilibrata. Il probabile rafforzamento del peso specifico dell’Italia è uno sviluppo che i nostri cugini francesi non auspicano e che faranno il possibile per evitare. Solo la consapevolezza e la determinazione dei nostri maggiori attori politici, dunque, potrebbe consentire di ottenere questo risultato. Non è scontato che ciò accada. (Fabio Squillante)
 
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