Corno d'Africa
23.04.2015 - 14:23
ANALISI
 
Sudan: la bassa affluenza alle elezioni presidenziali è un monito per il presidente al Bashir
23 apr 2015 14:23 - (Agenzia Nova) - La bassa affluenza - stimata dall’Unione africana fra il 30 e il 35 per cento - alle urne per le elezioni presidenziali della scorsa settimana in Sudan, che hanno visto la schiacciante quanto scontata vittoria del presidente in carica Omar al Bashir, testimonia l’enorme distanza tra le masse popolari e i partiti, sia di governo che di opposizione, in un paese da ormai più di 25 anni saldamente nelle mani di un golpista al potere dal 1989, candidato alle elezioni nonostante un mandato di cattura della Corte penale internazionale per genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità.

L’astensione di massa può essere letta in parte come conseguenza dell’appello al boicottaggio dei partiti di opposizione, lanciata nel febbraio scorso dall’alleanza National Consensus Forces (Ncf) per “portare rinnovamento” nella vita politica del paese, ma soprattutto sembra essere espressione dell’insoddisfazione per il governo guidato dal Partito del Congresso nazionale, al potere da oltre 25 anni. Come denunciato questa settimana dal segretario generale Movimento armato per la liberazione del popolo sudanese (Splm-N), il principale gruppo oppositore e partito politico separatista in Sudan, la bassa affluenza alle elezioni "è un voto di sfiducia nei confronti del regime, ed esprime la volontà di cambiamento".

Dal canto suo il governo sudanese ha tenuto ribadito l'impegno del governo ad avviare un dialogo nazionale con le forze di opposizione dopo le elezioni. "Il dialogo nazionale è un opzione strategica per il governo e continuerà dopo l'annuncio dei risultati definitivi delle elezioni", si legge in un comunicato diffuso dopo la chiusura delle urne. Tuttavia sarebbe sbagliato considerare l’astensione di massa alle urne come un sostegno alle formazioni di opposizione, la cui presa sulla società si è molto ridotta. La rielezione di Bashir giunge peraltro in un momento delicato della politica nazionale, con la resa dei conti, tutta interna al Partito del Congresso nazionale, tra falchi e colombe: i primi fautori della conservazione a ogni costo, i secondi di aperture forse improrogabili alla luce della crisi economica.

Quanto al contesto internazionale, sia l’Unione europea che gli Stati Uniti avevano annunciato già prima delle elezioni che non ne avrebbero riconosciuto i risultati e che il voto non si sarebbe svolto “in condizioni politiche favorevoli con partiti che dialogano tra loro e i diritti umani e le libertà civili rispettate”. A differenza di quanto accadde con le elezioni del 2010, né Washington né Bruxelles hanno infatti inviato osservatori o assicurato fondi. Proprio in risposta allo scetticismo dimostrato dai governi occidentali, il ministero degli Esteri di Khartoum ha convocato nei giorni scorsi gli ambasciatori di Stati Uniti, Regno Unito e Norvegia, accusando i loro governi di aver compiuto “un’ingerenza negli affari interni del paese” per aver messo in dubbio la trasparenza delle elezioni.

Le elezioni si sono svolte inoltre in un contesto, quello sudanese, che continua a essere devastato dalle guerre, con esercito e paramilitari che combattono i ribelli nelle regioni di confine, dal Darfur ai Monti Nuba e al Nilo Azzurro, il che finisce inevitabili conseguenze anche sul piano economico. L’economia sudanese, già devastata dalla secessione del Sud Sudan nel 2011, continua a essere condizionata dall’emorragia delle sue già povere risorse legata ai conflitti. A pesare sono anche fattori esterni, come le sanzioni imposte dagli Stati Uniti e le tensioni con alcuni paesi arabi. Il valore della moneta nazionale è crollato, l’inflazione ha eroso fino al 70 per cento dei redditi reali e per milioni di sudanesi le condizioni di vita sono diventate insostenibili. A detta degli esperti tutto questo, unito all’incessante conflitto con il Sud Sudan, rende estremamente urgente e non procrastinabile la necessità di aprire il regime all’interno e all’esterno del paese, promuovendo una riconciliazione con l’opposizione e anche i movimenti ribelli.