Atlantide
20.04.2015 - 13:11
ANALISI
 
Difesa: Conferenza sulla Sicurezza Internazionale di Mosca, la Russia cerca di non apparire isolata
20 apr 2015 13:11 - (Agenzia Nova) - Da quattro anni, il ministero della Difesa della Federazione Russa organizza in primavera a Mosca una conferenza internazionale sulla sicurezza, la Mcis, assai simile a quella che in febbraio si svolge a Monaco di Baviera. Fino al 2013, vi partecipavano, ed in forze, anche delegazioni ad alto livello degli stati membri dell’Alleanza Atlantica. Con la crisi ucraina, tuttavia, lo scenario è cambiato. I paesi appartenenti alla Nato hanno iniziato a farsi rappresentare a livello non ufficiale da giornalisti, ricercatori ed accademici, mentre è cresciuta la statura delle delegazioni non occidentali.

Il 16 aprile scorso, così, dopo gli interventi inaugurali dei padroni di casa, sul palco degli oratori ufficiali allestito in un prestigioso hotel della capitale russa sono sfilati, l’uno dietro l’altro, i ministri della Difesa della Repubblica popolare cinese, dell’India, dell’Indonesia, del Pakistan, dell’Iran, delle Filippine, del Sudafrica, della Bielorussia, della Corea del Nord, della Serbia e della Mongolia. Unico presente tra i ministri della Difesa dell’Alleanza Atlantica, il greco Panos Kammenos, giunto a Mosca appena qualche giorno dopo la visita del premier Alexis Tsipras al presidente russo Vladimir Putin.

I loro interventi possono essere visti sul sito internet della Difesa russa (http://eng.mil.ru/en/mcis/multimedia/video.htm). Nel pubblico, si riconoscevano molti degli amici vecchi e nuovi della Russia: algerini, egiziani, emiratini e siriani, innanzitutto, ma pure israeliani. Era presente perfino il capo di stato maggiore dell’esercito libanese, Walid Salman. Folte anche le delegazioni latino-americane, a partire da quella cubana, guidata dal capo dell’intelligence castrista Perez Rivero. Molti, altresì, i militari e diplomatici brasiliani e messicani. E poi i vicini di sempre: kazaki e kirghizi, ad esempio.

Il messaggio che il governo russo ha cercato di inviare organizzando una manifestazione così ampia sembra molto chiaro: dimostrare, come del resto non ha fatto mistero nel corso del suo indirizzo di saluto ai convenuti Sergej Shojgu, ministro della Difesa della Federazione, che la Russia sta efficacemente resistendo al tentativo di isolamento cui la sta sottoponendo l’Occidente per contenerne il presunto espansionismo. E rilancia, ponendosi al centro di un tentativo di aggregazione di un fronte anti-egemonico, per contrastare quello che a Mosca pare un progetto statunitense ed atlantico di dominazione globale, di cui sarebbero araldi la nuova dottrina statunitense del “Global Strike” e la rete delle difese antimissilistiche che Washington starebbe stendendo intorno a Cina e Russia.

Sempre in apertura, Patrushev, segretario del Consiglio nazionale della Federazione, ha dato lettura di una lettera del presidente Putin, impegnato contestualmente in una importante diretta televisiva, in cui il leader del Cremlino ribadiva la tesi secondo la quale le “rivoluzioni colorate” non sarebbero affatto processi endogeni, ma piuttosto l’esito di ingerenze esterne negli affari interni di stati sovrani, che si starebbero generalizzando ed estendendo anche fuori d’Europa. Potrebbe presto sperimentarne una, ad esempio, il Venezuela.

Tale prospettiva, secondo la Russia, dovrebbe invece essere scongiurata, prevenendo la destabilizzazione con una vasta cooperazione in nome della sicurezza, anche perché le esperienze di questi ultimi anni hanno dimostrato come al tentativo di cambiare l’ordine politico in alcuni paesi facciano sistematicamente seguito grande instabilità ed infine terrorismo diffuso. Secondo Sergej Lavrov, ministro degli Esteri di Mosca, l’imposizione unilaterale di soluzioni prefabbricate alle crisi avrebbe solo prodotto l’escalation del disordine. Di qui l’invocazione di nuove regole da parte di Shojgu, per ricostruire l’ordine mondiale, dato che quello uscito dalla seconda guerra mondiale sarebbe ormai in frantumi.
 
Difesa: Conferenza di Mosca, più cooperazione internazionale come antidoto al terrorismo
20 apr 2015 13:11 - (Agenzia Nova) - Nel corso dei lavori della Conferenza internazionale sulla sicurezza di Mosca (Mcis) è emersa progressivamente una narrativa strutturata, alla quale ha forse dato il contributo più significativo Hanif Atmar, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente afgano Ashraf Ghani, nel momento in cui, volendo spiegare perché Kabul non sia ancora venuta a capo della guerriglia che le sottrae in media la vita di 20-30 tra militari e poliziotti ogni giorno, ha affermato che “il terrorismo è essenzialmente uno strumento della politica estera degli stati sovrani”.

Qualora fosse stato ulteriormente sviluppato, questo concetto avrebbe potuto condurre ad un’analisi politicamente assai dirompente di quanto sta accadendo in Medio Oriente con il cosiddetto Stato islamico, ma i moderatori del dibattito, in particolare il viceministro della Difesa Anatolij Antonov, hanno fatto del loro meglio per “tranquillizzare” i delegati provenienti dai paesi arabi sunniti, apparsi specialmente a disagio dopo l’intervento del ministro della Difesa iraniano, Hossein Dehghan, un generale di brigata proveniente dai Pasdaran, forse la personalità che ha maggiormente attratto l’interesse della stampa locale, sia in ragione dei recenti negoziati di Losanna che delle trattative in corso per l’acquisto da parte iraniana di importanti sistemi difensivi antiaerei prodotti in Russia.

In effetti, Dehghan aveva speso buona parte del suo discorso a spiegare con dovizia di mappe come lo Stato islamico si fosse progressivamente rafforzato a cavallo tra Iraq e Siria, stabilendo poi più recentemente delle cellule anche in Asia Centrale, mentre venivano fatte scorrere sui maxischermi ai suoi lati le allusive immagini di un’audizione di Hillary Clinton al Congresso Usa, nel corso della quale, a più riprese, l’ex segretario di Stato aveva invitato i suoi ascoltatori a calcolare bene i rischi che si corrono a sostenere oggi partner di dubbia affidabilità, dal momento che possono, come i mujaheddin afgani degli anni Ottanta, trasformarsi un domani in pericolosi nemici. Dehghan ha poi ricordato il recente giuramento di fedeltà allo Stato Islamico da parte dei vertici di al Qaeda, notizia di origine saudita finora ignorata dalla grande stampa internazionale, e protestato contro le ingerenze estere nella politica interna yemenita.

L’enfasi posta sulla lotta al terrorismo nell’economia complessiva dei lavori della Conferenza di Mosca sulla Sicurezza non è stata probabilmente solo una concessione al tema del momento: è parsa piuttosto un segno del fatto che i russi la considerano come noi italiani un possibile terreno d’incontro e di riavvicinamento tra i paesi che la crisi ucraina ha recentemente allontanato, in quanto interesse davvero condiviso, tra l’altro comune anche ad emergenti del calibro di India e Cina.

La Russia vuole ancora ricucire con l’Occidente. Ed è un dato positivo, sul quale si dovrebbe investire: si allontana ed esplora alternative che stanno assumendo una certa consistenza, come la rischiosa carta cinese, senza però ancora chiudere tutte le porte alle sue spalle. Anzi, cerca il modo migliore per riproporsi all’Europa ed agli Stati Uniti nei panni del partner utile e responsabile, ad esempio evidenziando l’apporto dato ai negoziati di Losanna con l’Iran. Va notato come la tesi sottostante al programma della manifestazione sia stata spinta agli estremi dal ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, che l’ha riformulata in questi termini drammatici: “o si va verso una maggiore cooperazione internazionale per la stabilità, oppure dovremo prepararci per una nuova guerra mondiale”, a causa dell’accumularsi progressivo dei fattori di tensione. Il pensiero enunciato alcuni mesi fa da Papa Francesco si fa quindi strada anche in Russia.

Alle risultanze di Losanna, solo marginalmente discusse da Dehghan, le autorità militari russe ed il Ministro bielorusso della Difesa hanno inoltre fatto cenno soprattutto per evidenziare come la cessazione della minaccia nucleare iraniana starebbe smascherando i veri obiettivi della Difesa antimissilistica statunitense, che porrebbe a rischio la stabilità strategica ed accrescerebbe le vulnerabilità della Russia.
 
Difesa: tecnologie militari d’avanguardia di Mosca a Pechino, campanello dall’arme per l’Occidente
20 apr 2015 13:11 - (Agenzia Nova) - La Conferenza sulla cicurezza svoltasi a Mosca non è servita solo alla Russia, ma è stata sfruttata anche dalla Repubblica popolare cinese, questa volta presente alla manifestazione con una delegazione guidata dal ministro della Difesa Chang Wanquan e composta da ben 25 persone, tra le quali cinque generali. Se il ministro della Difesa russo Sergej Shojgu ha infatti parlato di una Federazione Russa di cui si vorrebbe contenere una presunta aggressività, mentre in realtà se ne persegue l’isolamento internazionale, esprimendo così una posizione in qualche modo difensiva, il suo omologo cinese Wanquan ha sottolineato come il successo economico degli emergenti abbia spostato il centro di gravità del mondo, rendendolo più equilibrato, cosa che dovrebbe trovare adesso un riflesso in un sistema internazionale più armonico.

In questo modo, proprio nel cuore della Russia, Pechino ha dato un segno della sua forza e delle sue ambizioni, e poco importa che il suo ministro della Difesa abbia poi sottolineato come le Forze Armate cinesi siano concepite prevalentemente in funzione della difesa della sovranità nazionale e contribuiscano alla stabilità e sicurezza internazionale, ricordando tra l’altro come stiano partecipando con proprie navi alla lotta alla pirateria ed abbiano finora fornito oltre 30 mila peacekeeper alle missioni d’interposizione delle Nazioni Unite.

Shojgu e Wanquan si sono anche visti in separata sede e tra i delegati correva voce che la Russia si apprestasse a cedere per la prima volta ad uno stato straniero alcune fra le proprie tecnologie militari di punta e più sensibili. Non è probabilmente per un caso che nel programma della Conferenza fosse inserita anche una visita al Centro di ricerca e sperimentazione intitolato a Yuri Gagarin, situato all’interno “Città delle Stelle”, il sito che la Russia utilizza per la preparazione delle proprie imprese spaziali.

Si tratta di uno scenario certamente inquietante. Qualora la circostanza concernente la cessione a Pechino delle tecnologie di punta impiegate dalle Forze Armate russe trovasse conferma, ci troveremmo infatti in presenza di un processo rilevante anche per la pianificazione militare statunitense, perché la Cina finirebbe con il beneficiare di una notevole accelerazione del proprio processo di riarmo, guadagnando fino a 5-10 anni di ricerca, probabilmente in contropartita del forte sostegno economico assicurato negli ultimi mesi ad un rublo non sempre solidissimo sui mercati finanziari globali.

Per l’Europa, dovrebbe a questo punto suonare un campanello d’allarme. Ma non pare che alle nostre latitudini ci sia davvero qualcuno disponibile ad ascoltarlo. Lo stesso ministro greco Panos Kammenos, che pure ha preso parte ai lavori, in realtà ha soprattutto cercato di perorare a Mosca la causa di una Grecia che con la Russia condivide l’eredità ortodossa nonché quella storica della lotta al fascismo, e soprattutto deve essere vista come il bastione estremo dell’Europa intera (e non solo) nei confronti della marea montante del terrorismo a matrice jihadista: cosa che imporrebbe di rafforzarla e finanziarla, invece di continuare ad indebolirla come si sta facendo. Sarebbe stato certamente interessante, a quel punto, ascoltare anche un esponente politico turco. Tuttavia, questa opportunità non si è materializzata, malgrado l’evidente intensificarsi dei contatti tra Mosca ed Ankara, forse perché pesa ancora notevolmente l’appoggio ancora garantito dai russi al regime di Assad, i cui militari partecipavano del resto anche quest’anno alla Conferenza e sembravano tra l’altro assai più tranquilli di un anno fa.

Va detto che le insidie dell’abbraccio con la Cina sono peraltro ben chiare anche alla leadership russa, come prova la volontà di inserire il rapporto con Pechino nel contesto di un’apertura bilanciata, che si spinge dalla Mongolia e dalla Corea del Nord fino al Vietnam, all’Indonesia ed alle Filippine, tutti paesi che qualche problema con Pechino lo hanno. Non a caso, un’accademica militare cinese ha ritenuto di dover ricordare come la Cina intenda continuare a gestire i suoi contenziosi con i propri vicini su basi bilaterali, quasi a sbarrare alla Russia ogni passo nella direzione della tutela degli interessi dei suoi potenziali nuovi clienti estremo-orientali. Dei delegati sud-coreani prendevano nota. Il Giappone, invece, non si è visto.