Atlantide
21.01.2008 - 00:00
Analisi
 
Usa: si delinea la corsa alle nomination
21 gen 2008 00:00 - (Agenzia Nova) - E' ormai entrata nel vivo la competizione interna ai due maggiori partiti degli Stati Uniti, in vista della conquista della nomination democratica e repubblicana. Per ora, i delegati acquisiti dai candidati più forti sono ancora pochi, in rapporto a quelli che occorrono per aggiudicarsi il diritto di concorrere all'elezione presidenziale vera e propria che si svolgerà a novembre, ma alcune situazioni si stanno gradualmente delineando.

Dopo la parziale sorpresa in Iowa, Stato nel quale Barack Obama ha sconfitto nettamente Hillary Clinton, i risultati del New Hampshire hanno prontamente rimesso in carreggiata l'ex First Lady, che si è confermata la candidata d'elezione dell'apparato democratico e, vincendo anche in Nevada, si è assicurata già 210 dei 2.025 delegati che le occorrono per ottenere la nomination. La circostanza non sorprende, dal momento che Hillary ha fatto cospicui investimenti, negli scorsi anni, per dotarsi di una rete di sostenitori e grandi elettori in molti Stati dell'Unione. Se la tendenza dovesse essere consolidata, gli spazi per il giovane sfidante di colore si ridurrebbero notevolmente: attualmente, dispone di 123 delegati ed il suo ritardo è ancora colmabile, ma la sua corsa è tutta in salita.

Molto presto, Barack potrebbe riorientare i suoi sforzi verso il più realistico obiettivo di ottenere la cooptazione come Vice nel ticket che sarà guidato da Hillary. La distribuzione dei consensi indica fin d'ora questo come l'esito più probabile in casa democratica, ma per fare i conti occorre attendere la Convenzione ed i sondaggi che di qui alla primavera si moltiplicheranno circa l'accoppiata che ha le maggiori chance di vincere a novembre. Date le caratteristiche del sistema elettorale statunitense, infatti, il ticket non verrà assemblato seguendo semplicemente la logica dell'accumulazione dei voti popolari che si suppone ciascun candidato sia in grado di portare al Partito Democratico, ma rifletterà piuttosto l'intento di allestire una coalizione di Stati in cui prevalere e dei quali in conseguenza assicurarsi i cosiddetti "grandi elettori". Ad ogni buon conto, tra i democratici sono emerse due star, mentre Edwards segue ormai a notevolissima distanza, con soli 52 delegati al suo attivo, ed è molto difficile che possa rientrare in partita.

Certamente più confusa la situazione in campo repubblicano, dove i tre candidati finora emergenti si sono assicurati almeno uno Stato a testa: Mike Huckabee lo Iowa, John McCain il New Hampshire e la South Carolina, Mitt Romney il Wyoming, il Michigan ed il Nevada. Dei tre, il più forte è senza dubbio quest'ultimo, sia perché è già in testa nel numero dei delegati alla Convenzione che si sono impegnati a sostenerlo, 72 sui 1.191 da raggiungere per ottenere la nomination, sia perché ha il supporto dell'establishment del Great Old Party, incluso quello di George Bush senior, che lo ha ospitato alcuni mesi fa nella sua Università texana di College Station.

Tuttavia, anche se si è aggiudicato soltanto 38 delegati, McCain non va sottovalutato, perché al momento tutti i sondaggi più recenti lo danno come il candidato di parte repubblicana che ha le possibilità maggiori di resistere allo sfidante democratico, chiunque esso sia. Inoltre, ha superato felicemente l'insidioso scoglio della South Carolina, dove otto anni fa naufragarono le sue ambizioni.

La campagna di Huckabee ha perso un po' di smalto ed è improbabile che riesca a risalire la china (ha solo 29 delegati), anche se il profilo della sua candidatura rende il personaggio interessante come vice nella prospettiva della costituzione di un ticket forte. Chi ha assolutamente deluso è invece Rudolph Giuliani, che ancora un mese fa era considerato favorito in Michigan e che pare invece aver fatto gli investimenti più cospicui in Florida, dove si voterà il 29 gennaio, ed in alcuni altri Stati maggiori. Di fatto, ha perso un mese di visibilità mediatica, un bel pugno di delegati e l'aura del personaggio da battere. Ha conquistato finora solo due delegati. La sua competizione è praticamente compromessa ed esiste fondato motivo di ritenere che possa gettare la spugna subito dopo il super-martedì di febbraio che dovrebbe fare il grosso dei giochi.

Pochi analisti si sono occupati di chiarire le implicazioni che il successo dell'uno o dell'altro candidato avrebbe sulla politica estera americana, in particolare sotto l'aspetto della lotta al terrorismo internazionale, dei rapporti con la Russia e delle relazioni con l'Europa. Si sa di Hillary che è ostile alla crescita di ruolo degli europei, posto che ne ha criticato il coinvolgimento nel negoziato con l'Iran, e che non condivide le aperture fatte da George Walker Bush nei confronti della Federazione Russa: un aspetto della sua visione che è condiviso anche da diversi candidati repubblicani. La Clinton ha altresì promesso il ritiro dall'Iraq, ma i suoi impegni al riguardo sono scarsamente credibili, alla luce del fatto che l'attuale Amministrazione sta stipulando con Baghdad accordi vincolanti di lungo periodo che impegneranno anche il Presidente che giurerà il 20 gennaio 2009.

Di John McCain è noto che è tra i politici americani che hanno sostenuto più convintamente il surge, per cui è verosimile che una sua Presidenza garantirebbe continuità all'attuale strategia in Iraq ed Afghanistan. Mitt Romney è sostenuto dal potente staff dei vecchi repubblicani storici: Bush padre, l'ex Segretario di Stato James Baker e lo stesso Robert Gates, attuale segretario alla Difesa. E questa circostanza induce a prevedere che una sua eventuale presidenza s'impronterebbe alla linea realista tradizionalmente seguita dal Great Old Party, rispetto alla quale l'esperienza di George Walker Bush dei trascorsi sette anni rappresenta un'anomalia.

Quanto ad Obama, infine, promette nulla di meno di un New Deal in politica internazionale e soprattutto una distensione nei rapporti con il mondo musulmano. Si tratta in qualche modo di una rivisitazione dell'approccio carteriano, intrisa di idealismo politico, che seduce soprattutto la stampa liberal, ma che potrebbe perdere parte cospicua del proprio appeal qualora l'attuale Presidente riuscisse prima del prossimo novembre a riportare successi significativi in Medio Oriente o nei Balcani.
 
Usa: Bush in lotta contro il tempo per entrare nella storia
21 gen 2008 00:00 - (Agenzia Nova) - Il presidente Usa, George W. Bush, ha sorpreso tutti con le straordinarie aperture fatte ai palestinesi proprio nel corso della sua prima visita al suo più solido alleato regionale: lo Stato d'Israele. In una conferenza stampa tenuta a Gerusalemme subito dopo l'incontro con i vertici dell'Autorità nazionale palestinese, l'attuale Presidente ha infatti chiesto la cessazione dell'occupazione militare israeliana della Cisgiordania e, persino, che il futuro Stato palestinese, da creare di qui ad un anno, sia territorialmente continuo. Per i profughi palestinesi espulsi dopo le guerre del 1948-49, Bush ha inoltre prospettato un risarcimento internazionale, senza peraltro chiarirne l'ammontare e quali Paesi sarebbero chiamati a contribuirvi.

E' soprattutto la clausola territoriale a preoccupare gli israeliani, posto che Gaza e la Cisgiordania sono oggi separate da una striscia di territorio ebraico che è profonda, nel punto di massimo restringimento, non meno di quaranta miglia. Verosimilmente, si proporrà un assetto molto simile a quello escogitato durante la Guerra Fredda per collegare Berlino Ovest alla Repubblica Federale, prevedendo l'apertura di un corridoio autostradale extraterritoriale. Ma non vi è dubbio che sia stato inserito nel dibattito un elemento inedito, in grado di suscitare nuovi appetiti. Tra Washington e Tel Aviv stanno altresì affiorando divergenze in relazione al Libano, che forse gli israeliani sarebbero disponibili a sacrificare il cambio della pace con la Siria ed il divorzio di Damasco da Teheran, mentre per Bush il processo di democratizzazione iniziato con l'assassinio di Rafiq Hariri non dovrebbe essere interrotto per nessuna ragione.

Va notato come il viaggio del Presidente americano si sia sostanzialmente sovrapposto ad un vasto tour intrapreso nella stessa regione più o meno contemporaneamente dal Presidente francese Nicolas Sarkozy, che dopo l'Egitto si è recato in Arabia Saudita e negli Emirati, piazzando armi, centrali nucleari ed ottenendo il diritto di aprire una base militare interforze francese ad Abu Dhabi. Si ritiene che i movimenti del Presidente transalpino siano concordati con l'Amministrazione americana. Eppure è difficile resistere alla tentazione d'ipotizzare che l'attivismo di Sarkozy nasconda dei retropensieri ed in particolare l'ambizione di restituire alla politica estera di Parigi un raggio d'azione via via più ampio, con l'obiettivo di reintegrare pienamente la Francia nella posizione di grande potenza.
 
Il Pakistan dopo l'assassinio di Benazir
21 gen 2008 00:00 - (Agenzia Nova) - Non si può tacere la situazione in cui si è venuto a trovare il Pakistan dopo l'assassinio di Benazir Bhutto, il 27 dicembre scorso. Il progetto statunitense di sfruttare la svolta impressa dal Presidente, Pervez Musharraf, alla propria politica interna con l'attacco alla Moschea Rossa ne è uscito infatti quanto meno fortemente ridimensionato. Il Presidente ora non potrà più sperare di compensare con il carisma della sua ex avversaria l'evidente crisi di consenso che ha patito il suo regime dopo l'inizio della repressione dei movimenti islamisti legati alle madrase che predicano la dottrina "deobandi". Ed è un peccato, perché stava per la prima volta profilandosi la possibilità d'infliggere un colpo coordinato e concentrico al movimento neo-talebano che ha preso il controllo di tutta la fascia di territorio pashtun che si trova ad immediato ridosso della Linea Durand. Che questo fosse il progetto, lo aveva del resto confermato anche la visita del Presidente afgano Hamid Karzai ad Islamabad, culminata negli incontri con Musharraf e la stessa Bhutto, durante i quali si era parlato della collaborazione bilaterale nella lotta al terrorismo ed all'estremismo religioso.

Proprio la situazione di debolezza in cui si trova il Presidente pachistano è adesso all'origine di crescenti preoccupazioni. Le opzioni sul terreno per scongiurare la discesa del Pakistan nel caos sono poche e nessuna è priva di controindicazioni. E' verosimile che si permetterà a Musharraf di predeterminare in qualche modo l'esito delle imminenti elezioni politiche, sperando comunque che nel nuovo Parlamento gli eredi di Benazir accettino di sostenere l'attuazione del piano di compromesso concordato nello scorso autunno: un esito per nulla scontato. Inoltre, incombe sempre su questa campagna il rischio di attentati che inducano Musharraf ad interrompere il processo elettorale e, forse, l'Esercito a disporre un ulteriore e più intrusivo intervento nella vita politica pachistana. Gli occhi di Washington sono da tempo puntati sul nuovo Capo di Stato Maggiore, Ashfaq Pervez Kayani, che vanta importanti trascorsi nelle accademie militari occidentali ma anche un lungo periodo alla testa dell'ISI, la potente intelligence interforze pakistana sospettata da molti analisti di intrattenere rapporti ambigui con il mondo dell'estremismo religioso e del jihadismo. Musharraf non ha probabilmente tutti i torti quando si descrive come la migliore alternativa di cui ancora dispongano il Pakistan e l'Occidente.