Atlantide
03.12.2007 - 00:00
Analisi
 
Kosovo: l'Italia apre all'autodeterminazione
3 dic 2007 00:00 - (Agenzia Nova) - Fino ad una settimana fa, la posizione ufficiale del governo italiano in merito alla determinazione dello status giuridico finale del Kosovo era rimasta ancorata alle disposizioni di un ordine del giorno approvato dalla Camera nel marzo scorso, contestualmente al Decreto annuale di proroga delle nostre missioni militari all'estero. L'esecutivo era stato vincolato in quell'occasione a non sostenere in alcuna sede internazionale una soluzione che non fosse "pacifica e condivisa" della controversia: una posizione che, a rigore di logica, si sarebbe tradotta nell'indisponibilità dell'Italia ad appoggiare qualsiasi fuga in avanti degli indipendentisti kosovari e nel parallelo supporto da parte di Roma alla prosecuzione dei negoziati tra le parti. Idealmente, il nostro Paese si era così schierato al fianco della Grecia, della Spagna, della Romania, della Bulgaria, della Slovacchia e di Cipro, adottando un atteggiamento molto prossimo a quello assunto dalla Russia.

Da qualche tempo, tuttavia, i media internazionali hanno smesso di annoverare l'Italia all'interno di questo schieramento, preferendo invece inserirla tra gli Stati che presto o tardi seguiranno Washington, Londra, Berlino e Parigi sulla strada del riconoscimento di un Kosovo che è ormai in procinto di proclamare unilateralmente la propria indipendenza. Anche se i media nazionali hanno passato l'evento del tutto sotto silenzio, di questo mutamento di orientamenti politici si è avuta la riprova la scorsa settimana, durante un dibattito svoltosi a Montecitorio che è sfociato nell'approvazione di due atti d'indirizzo presentati, rispettivamente, dalla Lega Nord e dal presidente della Commissione Esteri della Camera, Umberto Ranieri. Il documento leghista mirava a legare in qualche modo le mani del governo, impegnandolo non solo a respingere soluzioni che non fossero "pacifiche e condivise", ma altresì a condannare l'eventuale decisione delle autorità di Pristina di proclamare la propria indipendenza senza il consenso di Belgrado: un elemento assente, invece, nel testo presentato da Ranieri, quasi identico sotto tutti gli altri punti di vista. Il rappresentante della Farnesina alla seduta, il sottosegretario Ugo Intini, ha chiesto ed ottenuto l'eliminazione di questo inciso dal dispositivo della mozione presentata dall'onorevele Giancarlo Giorgetti, accettando soltanto l'impegno a non riconoscere il nuovo Stato balcanico senza prima sottoporre la decisione al vaglio del Parlamento.

Quanto è avvenuto è rivelatore del fatto che il governo italiano non esclude più, ormai, la propria disponibilità ad offrire alle autorità kosovare e soprattutto ai loro potenti sponsor all'interno dell'Alleanza atlantica il riconoscimento dello stato di fatto. Il passaggio parlamentare inciderebbe infatti soltanto sui tempi, posto che il governo comunque si è aperto la via che gli consentirebbe di proporre alle Camere il riconoscimento dell'indipendenza di Pristina. Questo cambiamento si presta a più di una chiave di lettura. La più ovvia chiama in causa la lezione degli anni Novanta, quando Roma non trasse alcun giovamento dall'essersi opposta fino all'ultimo al riconoscimento delle Repubbliche secessioniste di Slovenia e Croazia, amplificando soltanto l'ampiezza del successo riportato dalla Germania nel garantire il proprio sostegno ai nuovi Stati.

Ma esistono anche altre spiegazioni. Il governo italiano, infatti, negli ultimi mesi si è riavvicinato notevolmente agli Stati Uniti, garantendo a Washington l'appoggio del nostro Paese in tutta una serie di delicatissimi scacchieri, dall'Afghanistan al Medio Oriente. D'altra parte, verosimilmente non c'era altra scelta, essendo venuta a mancare, dopo la vittoria di Nicolas Sarkozy in Francia, la sponda necessaria per perseguire qualsiasi velleità di smarcamento del nostro Paese dall'America. Tanto a Palazzo Chigi quanto alla Farnesina, il rischio di vedere il nostro status nella Nato pericolosamente ridimensionato deve essere emerso in tutta la sua concretezza, determinando la svolta che ha avuto ripercussioni su tutti i dossier più importanti ai fini della sicurezza internazionale. Così, non potendo contrastare gli eventi, l'Italia ha sostanzialmente deciso di far buon viso a cattiva sorte anche in Kosovo, assecondandoli nei modi opportuni. Anche se l'indipendenza di Pristina potrebbe provocare un'accentuazione dell'instabilità nei Balcani, che sono alle porte del nostro Paese, e raffreddare le relazioni con la Russia, dalla quale comunque dipendiamo per il soddisfacimento del fabbisogno energetico nazionale.

Anche sotto questo profilo, pertanto, il Kosovo si sta imponendo all'attenzione delle cancellerie europee come un fattore di ridefinizione degli equilibri internazionali e delle sfere d'influenza. Soltanto gli sviluppi della crisi che si profila all'orizzonte chiariranno, ad esempio, se Mosca si accontenterà di formalizzare i propri guadagni in Transdniestria e nel Caucaso meridionale, promuovendo il riconoscimento di altre Repubbliche separatiste sulla base del precedente kosovaro, od invece tenterà di esercitare pressioni più significative anche sui Paesi dell'Unione Europea attualmente più propensi a soddisfare le ambizioni di Pristina.
 
Il Pakistan di Sharif e Kayani
3 dic 2007 00:00 - (Agenzia Nova) - Novità importanti si sono verificate in Pakistan per effetto del ritorno in patria dell'ex premier Nawaz Sharif e del recente passaggio di consegne alla testa dell'esercito tra il Presidente Pervez Musharraf ed il generale Ahfaq Parvez Kayani. Il rientro di Sharif dall'esilio è stato soprattutto il risultato delle pressioni esercitate su Islamabad dall'Arabia Saudita, come prova la circostanza che il grande avversario dell'attuale Presidente pachistano sia tornato a casa immediatamente dopo la visita di Musharraf a Riad. Per il Presidente, il rimpatrio di Sharif dev'essere stato veramente un colpo molto duro, trattandosi dell'uomo che nel 1999 aveva tentato di deportare l'allora Capo di Stato maggiore dell'esercito pachistano in India. Non a caso, nello scorso mese di settembre, un precedente tentativo di Sharif era stato immediatamente respinto. Il fatto che Sharif sia potuto atterrare trionfalmente questa volta è di per sé la riprova più evidente del grado d'indebolimento patito da quello che è stato l'indiscusso leader ad Islamabad negli ultimi otto anni.

Sharif, inoltre, è stato accolto con grande calore da numerosissimi pachistani, senza che si verificassero incidenti od attentati anche solo lontanamente paragonabili a quello subìto dai sostenitori di Benazir Bhutto. Tale circostanza induce a ritenere che Nawaz Sharif sia già notevolmente in vantaggio rispetto alla Bhutto nell'intercettare il sostegno degli islamisti, come del resto l'appoggio garantitogli dai sauditi aveva lasciato presagire.

E' possibile che il rientro di Sharif induca a questo punto Musharraf e la Bhutto a riavvicinarsi, anche se non è da escludere uno scenario in cui i due vecchi rivali degli anni Novanta, Benazir e Nawaz, si accordino per ridurre al minimo il ruolo delle Forze Armate in questa delicatissima fase della storia pachistana. Il primo scenario sembra però più realistico, soprattutto perché Musharraf è adesso troppo debole per giustificare l'allestimento di un asse Sharif-Bhutto. Da mercoledì scorso, oltretutto, il Presidente rappresenta di fatto soltanto se stesso, avendo rinunciato alla carica di Capo di Stato maggiore dell'esercito in favore del fido Ahfaq Parvez Kayani. Stranamente, il passo indietro compiuto da Musharraf è stato oggetto di commenti positivi tanto a Washington quanto in Europa.

Eppure, l'evidente tramonto della stagione kemalista ad Islamabad non promette nulla di buono. Tanto più che le autorità pachistane rischiano di dover presto fare i conti con le ambizioni dei pashtun delle aree tribali e del Waziristan, che per la prima volta hanno articolato un disegno politico di riunificazione in un unico Stato del loro popolo, diviso politicamente in due dalla Linea Durand. In assenza di una riscossa da parte del potere centrale pachistano, non è purtroppo da escludere che queste zone escano definitivamente dal controllo di Islamabad, inserendo un elemento nuovo e destabilizzante anche nella dinamica del conflitto in atto nel confinante Afghanistan. Di qui il rischio concreto che l'acuirsi della crisi pachistana induca uno stato di caos al quale soltanto l'esercito potrebbe porre rimedio con un nuovo intervento.

Tutto il recente sommovimento innescato dall'attacco alla Moschea Rossa della scorsa estate potrebbe così concludersi semplicemente a tempo debito con la sostituzione più o meno cruenta di Kayani a Musharraf. Cosa che non implicherebbe necessariamente un miglioramento della situazione. Il nuovo Capo di Stato maggiore, infatti, ancorché legato a Musharraf da antica amicizia, è molto meno kemalista dell'attuale Presidente e proviene dal vertice dell'intelligence pachistana: un'organizzazione nella quale notoriamente esistono elementi che intrattengono rapporti con il mondo del jihadismo internazionale e dell'estremismo. Nulla potrebbe quindi garantire Washington e tutti noi rispetto al rischio di un governo che blandisse molto più di quello ora al potere gli esponenti del network internazionale del terrore. Del resto, anche il generale Zia diede un grande contributo all'islamizzazione politica della società pachistana.