Atlantide
26.11.2007 - 00:00
Analisi
 
Afghanistan, Kosovo e Libano: crescono i rischi per i militari italiani
26 nov 2007 00:00 - (Agenzia Nova) - C'è un crescente allarme internazionale su quanto sta accadendo in Afghanistan e l'agguato costato la vita al maresciallo Daniele Paladini è un campanello d'allarme anche per l'opinione pubblica e la classe politica del nostro Paese, fortemente distratta in questi giorni dalle turbolenze interne. Prima ancora dell'attentato che ha colpito il nostro contingente nei pressi di Kabul, a richiamare l'attenzione sul deteriorarsi della situazione nel tormentato Paese centro-asiatico era stata la pubblicazione del rapporto del Senlis Council: un documento analitico, consultabile on line, secondo il quale la guerriglia neo-talebana controllerebbe ormai il 54% del territorio nazionale afgano.

Occorre operare delle puntualizzazioni. Il movimento neo-talebano infesta le Province meridionali ed orientali dell'Afghanistan, dove formazioni dell'ampiezza di decine e talvolta centinaia di miliziani contendono con crescente efficacia il possesso di villaggi e distretti alle forze della Coalizione, della Nato e dello stesso Esercito Nazionale Afgano. In Italia, non esiste purtroppo una pubblicistica che racconti e mostri ciò che sta accadendo, ma altrove, dove si riscontra una maggiore sensibilità e c'è una minore reticenza a trattare questi argomenti, non è difficile reperire sul mercato editoriale pubblicazioni e libri che mostrino la realtà. Una realtà che vede i canadesi e gli inglesi, in particolare, impegnare da mesi le formazioni neo-talebane in vere e proprie battaglie campali, in cui vengono utilizzati anche sistemi d'arma pesanti, come i carri armati Leopard, le "cannoniere dell'aria" ed i caccia-bombardieri. Alcune basi avanzate stabilite dai contingenti di Ottawa e Londra sono diventate già durante il 2006 simili a veri e propri fortini sotto assedio, isolati anche per settimane e costretti a dipendere dai rifornimenti aerei esattamente come era successo agli americani ed ai francesi in Indocina.

Tuttavia, al di fuori di queste Province, dove i neo-talebani possono contare sul sostegno loro assicurato per linee tribali dalle varie articolazioni della comunità pashtun, la situazione è diversa. Per questo, quando minacciano l'estensione delle loro operazioni all'intero territorio nazionale afgano, i neo-talebani non sono del tutto credibili. A Nord e nelle Province occidentali, infatti, esiste un potente argine etnico alle infiltrazioni dei nostalgici del mullah Omar, ai quali si oppongono i tagiki, gli uzbeki e gli hazara che si sono coalizzati fin dai tardi anni Novanta nella cosiddetta Alleanza del Nord. Si tratta di etnie che hanno pagato un alto tributo di sangue alle follie del regime talebano e che sono quindi poco inclini ad accettare la prospettiva di una sua restaurazione a Kabul. In queste zone, conseguentemente, i guerriglieri neo-talebani non sono certamente in grado di muoversi liberamente in larghe unità e dispongono di opzioni operative molto limitate. Non possono contendere né mantenere territori, anche se sono in grado di provocare danni sensibili ricorrendo al terrorismo.

Quanto a Kabul, si trova in una situazione particolare, perché è da sempre al centro della contesa tra le differenti anime etniche dell'Afghanistan. Ed anche se non rientra nello zoccolo duro pashtun, contiene comunque elementi di quella comunità al proprio interno. Per questo, la minaccia che fronteggia chi la controlla in questo momento è duplice. Da un lato, infatti, si tratta di fronteggiare il progressivo avvicinamento alla capitale delle milizie neo-talebane: cosa che i militari occidentali fanno da diverso tempo con un certo successo. Dall'altro, esiste un rischio terroristico diffuso, di cui l'attacco di sabato è stato soltanto una delle più recenti manifestazioni.
 
I rischi per il contingente italiano
26 nov 2007 00:00 - (Agenzia Nova) - Per le truppe italiane, l'evoluzione della situazione sul terreno implica evidentemente rischi crescenti sia nella zona di Herat che in quella della capitale, dove tra l'altro a breve il nostro contingente assumerà il comando della regione centrale afgana. Ad Herat fa capo l'intero quadrante occidentale dell'Afghanistan, compresi i distretti meridionali di Bakwa e Gulistan, appartenenti alla Provincia di Farah e a maggioranza pashtun, dove i neo-talebani operano ormai con raggruppamenti di media entità ed incontrano una resistenza comparativamente inferiore a quella con cui fanno i conti nelle Province di Helmand o Kandahar.

Il fatto è che nella zona Ovest, sotto comando italiano, i militari disponibili sono pochi: all'incirca un quarto di quelli che si trovano nei quadranti Sud ed Est. Ed i contingenti che vi operano appartengono a Paesi più sensibili al rischio di subire perdite, come il nostro e la Spagna. Sappiamo da alcuni corrispondenti sul posto che specialmente i nostri elicotteri A 129 Mangusta sono impiegati quasi quotidianamente in azioni di controguerriglia, mentre sulle truppe a terra è stato steso il più assoluto riserbo. I nostri partner atlantici sanno che è meglio mantenere la consegna del silenzio sull'operato del contingente italiano, se si vuole che il Paese onori la promessa, recentemente reiterata da Parisi a Washington, di elevare il profilo "quantitativo e qualitativo" dell'azione militare dei nostri soldati.

Kabul sarà invece esposta ad una pressione presumibilmente duplice. Il comando italiano dovrà arginare, con le truppe a sua disposizione fornite anche dagli altri Paesi Nato presenti nell'area, possibili tentativi di sfondamento sulle linee di avvicinamento alla capitale. E fare i conti con la probabile fiammata di atti terroristici dietro il fronte che accompagnerà l'attacco principale. Sotto entrambi i punti di vista, il pericolo d'incorrere in perdite aumenterà, così come quello di essere coinvolti in crisi comunicative, magari per effetto di scoop sugli inevitabili danni collaterali che verranno inflitti dalle nostre truppe durante i combattimenti. Un assaggio di quanto potrebbe accadere sotto questo profilo lo si è già avuto in seguito al tentativo di attribuire alla reazione dei soldati italiani la morte di alcune delle vittime cadute il 24 novembre nei pressi del ponte che i genieri del nostro Esercito stavano per inaugurare.

E' anche per scongiurare questi sviluppi che ad Abu Dhabi il premier Romano Prodi ha invocato una nuova strategia "politica" per l'Afghanistan, senza peraltro articolarla in proposte concrete. Verosimilmente, all'interno del Governo italiano si pensa ad una qualche trasposizione in Afghanistan del "Modello Petraeus", al quale è attribuita parte significativa dei recenti successi riportati in Iraq.

A Kabul, mutuare l'esperienza fatta dagli americani in Mesopotamia significherebbe puntare sulla strategia delle "macchie d'olio", vale a dire sulla stabilizzazione progressiva di singole zone e sulla loro successiva espansione dal basso. Sarebbe un passo opportuno, dopo il velleitario tentativo d'imporre dall'alto la creazione di uno Stato centralizzato e pseudo-democratico, perseguito ostinatamente dal 2004 in avanti senza curarsi delle reazioni che avrebbe provocato in una società tradizionalmente frammentata ed abituata all'autogoverno tribale. Se ne è reso conto, apparentemente, anche il Presidente Hamid Karzai, che ha infatti dischiuso ai neo-talebani la possibilità di essere reintegrati a pieno titolo nell'amministrazione delle regioni meridionali ed orientali del Paese. E' però tutto da vedere se un approccio politico-strategico di questo tipo sia accettabile per la comunità internazionale ed il grosso dei Paesi che hanno inviato truppe in Afghanistan, convinti a farlo anche dall'obiettivo di sradicare dalla storia uno dei regimi più retrogradi del pianeta.
 
La situazione si deteriora anche in Kosovo e Libano
26 nov 2007 00:00 - (Agenzia Nova) - A rischi non indifferenti i militari italiani potrebbero presto essere esposti anche in Kosovo e Libano, in dipendenza degli sviluppi in atto sul piano politico nei due scacchieri. Nei Balcani, la crisi che concerne la determinazione dello status politico definitivo della provincia serba a maggioranza albanese sotto il controllo delle Nazioni Unite e dell'Alleanza Atlantica dal 1999, è giunta ad un punto verosimilmente decisivo. Perché in Kosovo, alle recenti elezioni hanno vinto le forze politiche più oltranziste ed intransigenti nella rivendicazione dell'indipendenza. Ed è quindi più che verosimile che, in assenza di un accordo con Belgrado, i kosovari proclamino unilateralmente la loro costituzione in un nuovo Stato sovrano, rimettendosi poi alla comunità internazionale per il successivo riconoscimento.

Cosa faranno i serbi a quel punto, non è ancora chiaro. Chi si trova al di fuori della striscia settentrionale, omogeneamente serba, probabilmente abbandonerà le proprie abitazioni. Ma a Nord ciò che resta della comunità serba potrebbe resistere, magari aiutata da Belgrado, e spetterebbe allora alla Kfor della Nato, che l'anno prossimo si troverà sotto comando italiano, il compito di far rispettare l'ordine. Anche combattendo. La prospettiva è resa ancor più inquietante dal fatto che sono già stati osservati sotto traccia movimenti di milizie paramilitari di entrambe le parti. Non è un caso che la Kfor sia stata recentemente rinforzata e che anche il governo italiano abbia mandato un contingente addizionale di carabinieri paracadutisti del "Tuscanica" in teatro.

L'eventuale proclamazione dell'indipendenza potrebbe poi incoraggiare le sempre più forti tendenze secessioniste della Repubblica Srpska di Bosnia, ponendo fine all'esperimento multietnico anche in quel Paese ed esponendo le truppe sotto il comando dell'Unione Europea ad un primo, impegnativo, test di credibilità.

C'è infine il Libano. Dove il Parlamento non è riuscito ancora a raggiungere il vasto accordo necessario all'elezione di colui che succederà al cristiano filosiriano Emil Lahoud alla presidenza della Repubblica. Il rischio è quello di una scelta che provochi la secessione di fatto dell'Hezbollah e l'innesco di una nuova guerra civile, che questa volta contrapporrebbe il Sud del Libano alle restanti parti del Paese. Difficilmente l'Unifil, che si trova sotto comando italiano, potrebbe a quel punto restare a guardare. I caschi blu verrebbero infatti identificati verosimilmente come una forza ostile alle milizie del Partito di Dio, proprio in quanto impegnati nel rafforzare il governo centrale di Beirut. Inoltre, non sarebbero da escludere reazioni ed interventi militari israeliani, che avrebbero lo scopo di evitare il successo degli Hezbollah nei confronti del debole esercito nazionale libanese.

Si sta quindi delineando un trittico di situazioni ad alto rischio per le forze armate italiane. E il fatto più preoccupante è che tali sviluppi stiano intervenendo in una fase della vicenda politica nazionale totalmente dominata dalla ristrutturazione degli schieramenti di maggioranza ed opposizione.