Atlantide
29.11.2007 - 00:00
Analisi
 
Sarkozy ribadisce il suo no all'entrata della Turchia nell'Unione Europea
29 nov 2007 00:00 - (Agenzia Nova) - Nel corso di un intervento a porte chiuse, del quale però sono stati divulgati gli elementi salienti, il Presidente francese, Nicolas Sarkozy, è tornato ad escludere in modo categorico la possibilità che la Turchia entri nell'Unione Europea. La Francia non consentirà mai, avrebbe affermato il leader transalpino a Strasburgo il 13 novembre scorso, che le frontiere dell'Europa raggiungano un giorno la Siria, che è a tutti gli effetti "Asia Minore".

La sortita di Sarkozy non può essere giudicata del tutto sorprendente, alla luce dei trascorsi del Presidente e soprattutto dell'apporto dato alla sua elezione da quella parte dell'opinione pubblica francese che ha votato no al Trattato costituzionale europeo proprio per sbarrare la strada ad una possibile futura entrata di Ankara nell'Europa comunitaria. Ha però stupito per la tempistica, dal momento che le dichiarazioni di Sarkozy sono giunte proprio nel momento in cui la diplomazia francese è impegnata a promuovere il progetto di Unione Mediterranea al quale l'inquilino dell'Eliseo intende legare il proprio nome.

In effetti, la nuova chiusura nei confronti della Turchia indebolisce fortemente le possibilità di successo dell'iniziativa mediterranea francese, posto che il Governo ed il Parlamento di Ankara sono disponibili a discutere la proposta di Unione Mediterranea soltanto nella misura in cui non implichi in alcun modo una compromissione dell'obiettivo politico dell'integrazione turca nell'Europa comunitaria. Che questa sia la posizione ufficiale della Turchia lo ha confermato nel corso di un incontro-dibattito promosso a Roma dal Centro di Studi Strategici e di Politica Internazionale lo stesso Ambasciatore Ugur Ziyal il 12 novembre, aggiungendo che Ankara non è veramente interessata a vedersi riconoscere un ruolo da protagonista nel Mediterraneo ed in Medio Oriente attraverso la guida dell'Unione Mediterranea, dal momento che tali funzioni la Turchia le starebbe già svolgendo per forza propria, come prova tra le altre cose anche la circostanza che il premier israeliano, Ehud Olmert, ed il Presidente dell'Autorità nazionale palestinese, abbiano scelto proprio Ankara per incontrarsi. Ziyal ha altresì rilevato come si debba soltanto al senso di responsabilità della Turchia il fatto che sia stato possibile contenere la crisi determinata dall'attacco aereo israeliano alla Siria del 6 settembre scorso.

E' a questo punto evidente che, in mancanza d'imprevedibili ritrattazioni da parte del Presidente Sarkozy, il progetto di Unione Mediterranea è fatalmente destinato ad essere ridimensionato, sia sotto il profilo dei contenuti che sotto quello dell'ampiezza geografica. La Francia ha certamente le risorse e la capacità di sviluppare una partnership più stretta con i Paesi rivieraschi della Sponda Sud che si trovano nella parte occidentale del bacino mediterraneo, ma ben difficilmente potrà andare molto più avanti, dando vita ad uno spazio geopolitico complementare rispetto a quello europeo comunitario in cui esercitare una propria leadership, magari in condominio con la Turchia.

E' verosimile che, attraverso il suo progetto di Unione Mediterranea, Sarkozy stia cercando un espediente che restituisca alla Francia un ruolo di primo piano nel Mediterraneo ed al contempo scongiuri la prospettiva di nuovi allargamenti dell'Unione Europea che diluirebbero ulteriormente ciò che resta dell'originaria supremazia transalpina sulla costruzione comunitaria. Tuttavia, è difficile che Parigi riesca nei suoi intenti, specialmente laddove più forti sono la presenza e l'influenza degli Stati Uniti. A dispetto delle buone entrature di cui dispone in Libano, infatti, nel Mediterraneo Orientale la Francia non ha alcuna speranza di proporsi come un broker decisivo nella riattivazione del processo di pace tra israeliani e palestinesi. La rigida chiusura francese alle ambizioni europee della Turchia farà il resto.

Neanche nel Mediterraneo Occidentale le cose saranno più di tanto facili. Perché alcuni Stati meghrebini già sospettano che la Francia intenda utilizzare il format dell'Unione Mediterranea soprattutto per porre un freno all'emigrazione che si dirige verso i Paesi dell'Europa meridionale. Parigi, comunque, ha messo sul piatto asset pesanti: accordi bilaterali di cooperazione nucleare sono stati infatti stretti con Marocco e Libia e con il leader libico, Muhammar Gheddafi, la Francia ha stipulato anche un trattato di collaborazione nella sfera della Difesa, sulla portata del quale grava una classifica di segretezza che neppure l'Assemblée Nationale è riuscita a superare. Potrebbe soprattutto interessare i Paesi del Maghreb la prospettiva eurafricana, che Sarkozy ha evocato recentemente insieme ai suoi disegni per l'Unione Mediterranea, dal momento che gli Stati rivieraschi della Sponda Sud verrebbero a trovarsi in una posizione privilegiata e centrale dello spazio che verrebbe a costituirsi a cavallo dei due continenti. Tuttavia, in Maghreb c'è molta diffidenza circa le reali intenzioni della Francia ed è forte il timore che l'attivismo diplomatico di Sarkozy nasconda ancora una volta delle velleità neocoloniali.

Per inciso, per quanto Parigi abbia cercato di associare ai suoi sforzi anche Roma e Madrid, esistono perplessità anche in Italia e Spagna sul questo progetto francese. La Farnesina, in particolare, preferirebbe non allontanarsi eccessivamente dalla politica mediterranea tradizionalmente definita nell'ambito dell'Unione Europea ed almeno per adesso non accenna ad indebolire il proprio sostegno alle ambizioni comunitarie della Turchia.
 
Pakistan: Musharraf sempre più isolato
29 nov 2007 00:00 - (Agenzia Nova) - Continua ad aggravarsi la crisi che avviluppa il Pakistan. L'accordo che legava il Presidente Pervez Musharraf all'ex premier Benazir Bhutto è apparentemente saltato con l'imposizione dello stato di emergenza, la sospensione delle garanzie costituzionali e la decisione di rimuovere il presidente della Corte Suprema ed i giudici che erano più ostili alla validazione della recente elezione presidenziale. Può darsi che in realtà Musharraf non intenda spingere sino alle estreme conseguenze la sfida con il sempre più potente cartello di forze che ne reclama l'uscita di scena. Dopo tutto, ancorché Benazir sia stata messa agli arresti domiciliari dopo il suo rientro in patria dagli Emirati, i suoi sostenitori non hanno dovuto fronteggiare un'azione repressiva particolarmente violenta. Però, la Bhutto ha denunciato l'intesa raggiunta con Musharraf, chiedendone le dimissioni dalla carica di Presidente ed avviando contestualmente sondaggi per saggiare la disponibilità dell'ex premier Nawaz Sharif ad un'alleanza contro l'attuale Capo dello Stato. Si tratta di sviluppi paradossali, che non promettono nulla di buono.

Tra i tre protagonisti sulla scena, quello certamente più debole è infatti proprio il Presidente, tanto più che un'insopportabile pressione esterna lo costringerà a rinunciare a breve alla carica di Capo di Stato Maggiore dell'Esercito. Quando ciò si verificherà, Musharraf perderà gran parte della propria capacità d'influire sugli eventi. Dipenderà completamente dal proprio successore ai vertici dell'Esercito, il fedele Ahfaq Parvez Kayani, che tuttavia potrebbe essere indotto dagli sviluppi della situazione a voltargli le spalle. Nel frattempo, il pallino passerà nelle mani della Bhutto e, forse, di Sharif, specialmente se l'accordo tra i due evolverà in una vera e propria alleanza delle opposizioni contro il Presidente in uniforme. Entrambi avranno interesse a cooperare almeno fino all'indizione delle nuove elezioni, con l'obiettivo di rimuovere tutti gli ostacoli politici e costituzionali che Musharraf ha frapposto al loro ritorno al potere durante questi anni di esilio.

Se si andrà al voto, a fare la differenza tra i due saranno presumibilmente i consensi dell'elettorato religiosamente più motivato. Sharif è quello che ha più di tutti le carte in regola per blandirlo, sia per i propri trascorsi che per l'appoggio garantitogli apertamente dall'Arabia Saudita. Ma la Bhutto non resterà a guardare. Il rischio è che in Pakistan riprenda quindi la corsa dei maggiori partiti ad accaparrarsi l'appoggio delle fazioni più intransigenti della galassia islamista, riattivando un processo di lungo periodo le cui origini risalgono agli anni di dominio del padre di Benazir, e chiudendo definitivamente la parentesi kemalista di Musharraf.

A decidere i destini del Pakistan potrebbero essere proprio gli elettori che normalmente si rivolgono già ai partiti più radicali, di fatto più o meno collaterali ad Al Qaeda. Uno scenario da incubo, considerate la posizione geografica del Pakistan e la circostanza che Islamabad è dotata di un arsenale nucleare. Di qui, la sempre più concreta possibilità che questa fase convulsa si concluda, come già in passato, con un ulteriore colpo di stato, questa volta ad opera di un ufficiale meno compromesso. Corre voce che contatti in questa direzione siano già in corso. Per Musharraf, uomo dalle sette vite, forse è veramente iniziato il crepuscolo. Ciò che stupisce è la completa acquiescenza occidentale alla sua sorte, che ricorda molto da vicino quella a suo tempo dimostrata nei confronti dell'agonizzante regime di Reza Palhevi in Iran.
 
Georgia: cosa faranno gli americani?
29 nov 2007 00:00 - (Agenzia Nova) - In Georgia il Presidente si trova in gravi difficoltà. Mikhail Saakashvili ha infatti reagito alla defezione del suo Ministro della Difesa, Irakli Okruashvili, ed alle proteste di piazza promosse dall'opposizione filo-occidentale imponendo lo stato d'emergenza. Il Presidente sostiene che dietro la contestazione vi sia la lunga mano di Mosca, interessata a frenare in qualsiasi modo il processo d'integrazione della Georgia nelle istituzioni di sicurezza occidentali. Ma il quadro politico sembra più complesso. La crisi georgiana parte verosimilmente da lontano e non sono estranei alla sua gestazione gli effetti del lungo confronto con la Federazione Russa, che non riguarda soltanto lo status delle Repubbliche separatiste di Abkhazia ed Ossezia del Sud, ma concerne il posizionamento internazionale di Tbilisi.

Il braccio di ferro con il Cremlino ha portato all'interruzione delle rimesse dei georgiani emigrati nella Federazione Russa ed altresì ad un considerevole numero di espulsioni da parte di Mosca. Deve proprio essere stato il timore che il confronto si spostasse sul piano militare ad aver provocato la frantumazione del gruppo dirigente georgiano. Saakashvili desiderava ardentemente l'integrazione di Tbilisi nella Nato, per compensare l'evidente inferiorità politico-militare georgiana nei confronti della Russia e quindi risolvere da basi di forza il contenzioso con Mosca sulle Repubbliche separatiste. Ma il disegno non è riuscito, anche perché l'Alleanza Atlantica non accetta per principio l'ingresso di nuovi Paesi al suo interno qualora coloro che lo chiedono abbiano contenziosi pendenti con Stati terzi. Di qui, forse, la tentazione di Saakashvili di forzare i tempi con un colpo di mano, l'accusa forse più grave che l'ex Ministro della Difesa Okruashvili abbia rivolto al Presidente, poi costatagli l'incarcerazione e l'esilio.

Non vi è comunque dubbio che della frattura apertasi in seno alla Rivoluzione delle Rose a trarre per adesso il profitto politico maggiore sia proprio la Russia, che ha avuto buon gioco, anche sotto il punto di vista mediatico, a denunciare i limiti della democrazia "alla georgiana". Per Tbilisi, la prospettiva di un ingresso nella Nato si è allontanata notevolmente e non è da escludere che la stessa Amministrazione Bush ora decida di cambiare cavallo in Georgia. A Saakashvili è stato chiesto di rinunciare allo stato d'emergenza e di garantire la regolarità del processo democratico. In seguito alle pressioni americane, il Presidente ha annunciato la rimozione entro il 16 novembre delle misure eccezionali assunte negli ultimi giorni e la convocazione di nuove elezioni per il prossimo 5 gennaio. Se l'opposizione filo-occidentale riuscirà effettivamente a coagularsi intorno ad un candidato credibile anche per Washington – potrebbe essere Levan Gachechiladze, un imprenditore vinicolo favorevole alla trasformazione della Georgia in una Repubblica parlamentare - voltafaccia statunitensi non sono da escludere. Dopotutto, all'America non serve un leader a Tbilisi che difetti di realismo. Specialmente in questa fase di confronto a tutto campo con la Federazione Russa.