Atlantide
29.10.2007 - 00:00
Analisi
 
L'uso geopolitico delle risorse energetiche e la sicurezza europea
29 ott 2007 00:00 - (Agenzia Nova) - Petrolio e gas sono risorse energetiche essenziali allo sviluppo economico. Dal punto di vista dei Paesi esportatori, petrolio e gas possono essere utilizzati in funzione di due scopi. Da un lato, forniscono le risorse in valuta pregiata con le quali gli Stati sono messi nelle condizioni di finanziare l'ammodernamento infrastrutturale ed istituzionale, oliare i meccanismi di mantenimento del consenso delle élites dominanti ed, eventualmente, allestire forze armate il grado di accrescere la potenza nazionale. Dall'altro, offrono strumenti preziosi alle strategie di guerra economica che mirano al condizionamento del comportamento politico o all'indebolimento degli Stati avversari.

L'arricchimento e l'ammodernamento degli Stati esportatori sono favoriti dalle politiche di controllo dell'offerta delle risorse, che le rende relativamente scarse e ne fa quindi lievitare i costi, a parità di condizioni, anche quando i prezzi si formano liberamente sui mercati come accade attualmente. Gli embarghi più o meno formalizzati sono di contro lo strumento d'elezione per agire sugli Stati che si vogliano influenzare o di cui s'intenda provocare il collasso.

Dal punto di vista dei Paesi consumatori ed importatori, invece, il petrolio ed il gas servono soprattutto per alimentare una crescita economica interna che esige energia in quantitativi abbondanti, certi ed al prezzo più basso possibile. Di qui, il fondamentale conflitto d'interessi che oppone strutturalmente i Paesi esportatori a quelli importatori e consumatori di gas e petrolio, da cui discendono sia la tendenza storicamente osservata dei secondi ad esercitare pressioni sui primi che quella di questi ultimi ad adottare politiche di controllo dell'offerta volte a massimizzare la propria rendita energetica.

Gli Stati che dipendono dall'estero per il soddisfacimento totale o parziale del proprio fabbisogno energetico utilizzano infatti la potenza politica di cui dispongono per assicurarsi la certezza delle forniture al prezzo più conveniente. Inoltre, i Paesi importatori accrescono le loro pressioni politiche, diplomatiche e militari sugli Stati produttori ogni qual volta percepiscano un rischio relativo all'accessibilità alle risorse di cui necessitano: ad esempio, in relazione ad una presunta scarsità del petrolio e del gas assoluta o determinata di privilegi concessi a Paesi competitori, o alla possibilità di essere estromessi dalle forniture per ragioni politiche, o al pericolo di interruzioni nel trasporto.

Comprendere questo approccio "strategico" non implica necessariamente l'accettazione degli scenari più drammatici proposti dai cosiddetti "petro-catastrofisti", secondo i quali l'offerta complessiva di petrolio e gas sarebbe destinata ad assottigliarsi rapidamente nel prossimo futuro, accentuando la competizione internazionale per accaparrarsi risorse sempre più scarse. E' invece perfettamente compatibile anche con la più solida tesi sostenuta dai "petro-ottimisti", i quali osservano come le più negative previsioni sull'esaurimento delle risorse energetiche siano state finora sistematicamente smentite dai fatti e pongono l'accento sulle capacità dei mercati mondiali d'indurre gli investimenti per la commercializzazione dei petroli non convenzionali, lo sfruttamento più accurato dei giacimenti esistenti ed il miglioramento delle tecniche di raffinazione.

Il fondamento dell'approccio strategico alla politica energetica risiede nel fatto che le grandi potenze, e spesso non solo quelle, contemplano sempre nel loro calcolo geopolitico l'eventualità della guerra, che altera inesorabilmente il funzionamento dei mercati ed implica distorsioni rispetto alle quali occorre cautelarsi sin dal tempo di pace. Alla stessa logica risponde tra l'altro anche la prassi di stoccare riserve che coprono almeno tre mesi di consumo energetico, anche se occasionalmente gli Stati che ne dispongono, e specialmente l'America, vi fanno ricorso per calmierare le aspettative degli operatori e controllare le oscillazioni dei mercati.
 
Le strategie di pre-posizionamento adottate da Stati Uniti e Cina
29 ott 2007 00:00 - (Agenzia Nova) - Gli Stati Uniti hanno cercato di affrancarsi dalla loro dipendenza dai volatili equilibri mediorientali facendo cospicui investimenti politico-militari in Africa ed Asia Centrale, specialmente dopo i fatti dell'11 settembre. Basi sono state impiantate a ridosso dell'Afghanistan in diverse Repubbliche ex sovietiche – anche se nel 2005 l'Organizzazione di Cooperazione di Shanghai ha invitato Washington a sgomberarle – nonché a Sao Tomé e Principe: una posizione nevralgica in funzione di possibili proiezioni di potenza verso il Golfo di Guinea e l'Angola. Alla stessa logica dovrebbe ubbidire anche la decisione del Pentagono di creare un nuovo comando regionale competente per l'Africa, l'Usafricom, appena inaugurato in Germania.

Ad una strategia per certi versi speculare sta facendo ricorso anche la Cina, i cui consumi energetici sono in crescita tumultuosa parallelamente all'avanzata del processo di industrializzazione del Paese ed hanno già fatto della Repubblica Popolare il secondo consumatore di petrolio del mondo. Pechino ha infatti investito in Africa, Medio Oriente, Asia Centrale e Sud America. Nel Continente Nero, i suoi interessi si concentrano soprattutto in Angola, Paese che è da poco divenuto il primo fornitore di greggio della Repubblica Popolare, e naturalmente in Sudan, dove i cinesi stanno massicciamente investendo nello sviluppo della locale industria petrolifera. Ma una presenza cinese rilevante è stata osservata persino in zone africane tradizionalmente considerate sotto l'influenza occidentale, come la Nigeria.

In Medio Oriente, la Cina è subentrata agli Stati Uniti come primo mercato di destinazione del petrolio saudita. Anche in Asia Centrale, la penetrazione della Repubblica Popolare è certamente in aumento. Sta sfruttando il tentativo delle Repubbliche ex sovietiche di garantire la propria indipendenza differenziando i mercati di sbocco del proprio export energetico – emblematica sotto questo profilo è la strategia adottata dal Kazakhstan del Presidente Nursultan Nazarbaev – anche se i margini di cui Pechino dispone sono al momento limitati dal ritorno in forze dei russi, la cui influenza sull'intera regione centro-asiatica è in costante recupero dal 2004.

La presenza cinese è on the rise anche in America Latina. Lì la testa di ponte è il Venezuela del discusso Presidente Hugo Chavez, che della Repubblica Popolare intende servirsi per ridurre la propria dipendenza dal mercato nord-americano. Alcuni analisti statunitensi ritengono peraltro vulnerabile e costosa una strategia di approvvigionamento cinese che obblighi le navi di Pechino a circumnavigare il Sudamerica, allungando pericolosamente le linee di rifornimento. Ma lavori importanti sono stati avviati a Panama per l'allargamento del canale e pare che i capitali cinesi vi stiano concorrendo in maniera rilevante.
 
La sicurezza delle rotte e il problema degli stretti
29 ott 2007 00:00 - (Agenzia Nova) - Come è stato osservato in un recente articolo pubblicato sulla prestigiosa rivista dell'Istituto di Studi Strategici Internazionali di Pechino, firmato da Xiong Guankai, i 2/3 del traffico navale che veicola il petrolio dai giacimenti ai mercati di destinazione attraversa sei stretti di cruciale importanza strategica. Di questi, quello di Hormuz è sempre più evidentemente esposto alla minaccia iraniana, e non è un caso che in Arabia sia in corso di progettazione una vasta rete di condutture, descritta dal sito Debkafile, il cui scopo è permettere l'esportazione del greggio da porti esterni al Golfo Persico in caso di ostilità che coinvolgano la Repubblica Islamica. Per proteggere al meglio il proprio traffico mercantile in uscita dal Golfo Persico, Pechino ha allestito una propria base navale nel porto pachistano di Gwadar. Quanto a Suez, al momento può considerarsi relativamente al riparo, e comunque va ricordato come soldati cinesi si trovino già in Sudan ed in Libano, seppure funzionalmente ad altri obiettivi. Al sicuro è anche Gibilterra, mentre a Panama capitali cinesi stanno attivamente concorrendo al finanziamento dei lavori per il potenziamento delle sue capacità, ormai prossime alla saturazione.

Gli stretti di Sonda e Malacca, dove transitano non meno di 50 mila petroliere ogni anno, sono invece infestati dai pirati e Pechino li considera una straordinaria vulnerabilità, dato che le sue acque sono esposte al potere marittimo occidentale e della stessa Unione Indiana, cosa che spiega la costruzione della cosiddetta String of Pearls – una catena di basi e stazioni di monitoraggio stesa a partire dalle isole Andamane – nonché il tentativo cinese di aprire corridoi e pipelines attraverso la Thailandia e la stessa Birmania.
 
Il gas come strumento efficace di guerra economica in contrapposizione al petrolio
29 ott 2007 00:00 - (Agenzia Nova) - Il condizionamento che i Paesi produttori di greggio sono in grado di esercitare in tempo di pace restringendo l'offerta petrolifera verso alcuni Stati consumatori non andrebbe peraltro sopravvalutato. E' un fatto che il tentativo dell'Opec di privare Israele di sostegni internazionali durante la Guerra del Kippur, manipolando prezzi e forniture petrolifere, non abbia impedito la sconfitta finale di Egitto e Siria, pur dispiegando effetti molto significativi sulla salute del sistema economico internazionale.

In effetti, il petrolio si presta male agli embarghi, perché a differenza di quanto capita nel campo del gas, la sua offerta è distribuita tra numerosi produttori. Il greggio è inoltre facilmente trasportabile e difficilmente tracciabile. Una volta che un Paese sia stato estromesso dalle forniture di uno o più Stati produttori, nulla gli impedisce di rivolgersi ad una nazione terza anche non produttrice, che sia disponibile a rivendergli ad un prezzo maggiorato il petrolio di cui sia venuta in possesso sul mercato. Ciò spiega la debolezza intrinseca dell'embargo petrolifero come arma di guerra economica. Per il gas il discorso è invece diverso. Innanzitutto, l'offerta gasifera è decisamente più concentrata di quella petrolifera, posto che i dieci maggiori produttori detengono il 76% delle riserve accertate, i cinque più grandi (oltre alla Federazione Russa, l'Iran, il Qatar, l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti) il 67% e la sola Russia il 26,7%. Di contro, il primo produttore mondiale di petrolio, l'Arabia Saudita, controlla soltanto il 13% dell'offerta, pari a circa 10 milioni di barili al giorno. In secondo luogo, la distribuzione del gas risente di importanti vincoli tecnici, posto che la risorsa può essere trasportata soltanto attraverso tubi che scorrono in superficie o sui fondali marini, a meno di non essere portata a circa 160 gradi sottozero, stoccata allo stato liquido in apposite metaniere e successivamente riscaldata in appositi impianti costieri di rigassificazione.

Da queste caratteristiche peculiari dell'industria gasifera discende un'importante conseguenza: la possibilità di utilizzare con significative probabilità di successo le forniture di gas come strumento per perseguire obiettivi politici nella sfera internazionale, minacciandone od attuandone l'interruzione. Una volta chiusi i rubinetti dei gasdotti, infatti, il Paese sottoposto ad embargo non può rivolgersi a Stati terzi per sopperire alle mancate forniture, perché né i gasdotti né i rigassificatori possono essere costruiti dall'oggi al domani, ed alle stesse conseguenze possono essere esposti anche gli Stati a valle rispetto a quelli di transito. Ciò spiega perché, tra il dicembre del 2005 ed il gennaio del 2006, la Federazione Russa sia riuscita ad alterare rapidamente gli equilibri politici a Kiev semplicemente riducendo le forniture di metano, oltretutto inducendo un significativo mutamento della disponibilità dei principali Paesi europei a considerare con favore la candidatura dell'Ucraina alla membership atlantica e comunitaria. Di qui, l'emergente supremazia della geopolitica del gas rispetto alla petropolitica, brillantemente evidenziata da Michael Klare.
 
Il problema della sicurezza energetica europea
29 ott 2007 00:00 - (Agenzia Nova) - Per l'Europa le implicazioni di questo stato di cose sono immediate. Le particolari condizioni dell'industria e del mercato gasifero internazionale hanno permesso a Mosca di conquistare un'influenza eccezionale sul Vecchio Continente. L'Unione Europea dipende per il 25% del suo fabbisogno di gas dalla Russia. Ed anche l'Italia fa i conti con un'obiettiva vulnerabilità, posto che dipende dall'estero addirittura per l'85% del metano consumato, seppure le forniture dirette verso il nostro Paese siano distribuite in modo più equilibrato, provenendo tanto dalla Russia quanto dall'Algeria e dalla Libia.

Il rischio è accentuato dalla circostanza che gli Stati fornitori abbiano maturato una piena consapevolezza delle straordinarie opportunità loro dischiuse dalla geopolitica del gas. Non è infatti solo la Federazione Russa a perseguire attraverso la costruzione di gasdotti l'acquisizione di un'influenza sugli Stati consumatori. Anche l'Iran sembra essersi dato una strategia simile, stringendo accordi sia per lo sfruttamento congiunto delle proprie risorse gasifere che per la costruzione di pipelines transnazionali, con lo scopo di rendere relativamente impermeabile alle pressioni di Washington il maggior numero di Stati possibile. Peraltro, la recente rinuncia indiana al "gasdotto della pace" ha significativamente compromesso la realizzazione di questo disegno, che avrebbe potuto legare in modo più solido i destini di Teheran a quelli di Nuova Delhi e, forse, anche di Pechino.

In questa fase storica, il grosso del gas commerciato a livello mondiale, e soprattutto il grosso del gas consumato in Europa, giunge ai mercati di destinazione attraverso una rete di gasdotti che permette agli Stati fornitori – e persino agli Stati di transito – di ricattare i Paesi a valle in un modo sconosciuto ai Paesi produttori di greggio. E' di per sé emblematico che sia ormai in rapporto al gas, e non certo al petrolio, che tanto all'interno dell'Alleanza Atlantica quanto dell'Unione Europea venga sollevata la questione della sicurezza energetica.

Le strategie prospettate finora poggiano sul principio della diversificazione delle forniture, che tuttavia incontra importanti limiti geografici e tecnici nel breve-medio periodo, e sulla costruzione di un'ampia rete di rigassificatori costieri. La seconda opzione sembra di gran lunga la più convincente. Alla schiavitù della geopolitica dei gasdotti sarà infatti possibile sottrarsi soltanto rendendo effettivamente mondiale anche il mercato del gas. La via d'uscita risiede verosimilmente nell'adozione del modello al quale si è risolto a suo tempo il Giappone, dotatosi di rigassificatori sin dal tempo della Guerra Fredda, non potendosi agganciare ad alcun gasdotto proveniente dall'Eurasia. Questa soluzione sembra interessare anche gli Stati Uniti. Non è tuttavia facilmente percorribile, né lì né da noi, perché gli impianti di rigassificazione sono avversati dall'opinione pubblica ed è sempre più difficile deliberarne la costruzione dove occorrono maggiormente.