Atlantide
15.10.2007 - 00:00
Analisi
 
Un cambiamento nella politica estera italiana
15 ott 2007 00:00 - (Agenzia Nova) - La recente polemica tra il Presidente del Consiglio, Romano Prodi, e il Commissario europeo per gli Affari Economici e Monetari, Joaquín Almunia, è emblematica del profondo cambiamento di priorità e prospettive intervenuto nella politica estera italiana. Agli inizi della legislatura, l'architettura complessiva dell'azione diplomatica del nostro Paese era stata rivoluzionata, ridimensionando il peso della relazione speciale stabilita da Silvio Berlusconi con Washington ed assumendo connotazioni marcatamente multipolariste e multilateraliste. Prodi aveva assunto il potere con l'obiettivo dichiarato di riportare l'Italia nel vagone di testa del processo d'integrazione europea, nella convinzione che un'Unione Europea rilanciata potesse proporsi quale autonomo polo fianco a fianco delle nuove potenze emergenti: la Cina, innanzitutto, ma anche l'India e la rinascente Russia del Presidente Vladimir Putin. Di qui anche la draconiana legge Finanziaria dello scorso autunno, di fatto uno strumento della politica estera utilizzato per dimostrare alle autorità di Bruxelles la volontà del governo di Roma di ritornare all'ortodossia europeista, più che l'espressione di una vera e propria strategia economico-finanziaria. (g.d.)

Allo stesso tempo, sfruttando la crisi esplosa in Medio Oriente nell'estate del 2006, Prodi si diede da fare per riportare al centro della scena internazionale anche le Nazioni Unite, cosa che ha sicuramente contribuito a favorire successivamente il ritorno dell'Italia nel Consiglio di Sicurezza. L'approccio ha avuto manifestazioni rilevanti anche nello specifico campo politico-militare, posto che Prodi ha immediatamente ritirato il contingente italiano di stanza a Nassiriyah e negato i rinforzi aerei all'Isaf promessi dal suo predecessore, promuovendo invece con la Francia del presidente Jacques Chirac un massiccio intervento d'interposizione nel Libano meridionale sotto le bandiere dell'Onu, al quale si sarebbero associati direttamente o indirettamente i soldati di Pechino e di Mosca. (g.d.)

La svolta ha naturalmente provocato gravi ripercussioni nelle relazioni bilaterali con Washington, determinando crescenti pressioni sul sistema politico del nostro Paese da parte dell'Amministrazione Usa, di cui sono state una manifestazione eclatante le iniziative prese dell'ambasciatore Ronald Spogli per favorire l'approfondimento della spaccatura creatasi all'interno della maggioranza tra le forze moderate ed i partiti della sinistra radicale. Ne sono derivati alcuni aggiustamenti, ad esempio in relazione all'ampliamento della base di Vicenza, ma anche in rapporto alla conferma della presenza degli istruttori militari italiani a Baghdad, senza che tuttavia il significato complessivo della politica estera di Roma ne risultasse stravolto.

Rispetto a questo disegno, la circostanza che Prodi abbia affermato di non essere disposto a sacrificare gli interessi dello sviluppo economico italiano sull'altare dei criteri di convergenza imposti dall'Unione Europea rappresenta invece un'autentica inversione ad U di cui è lecito chiedersi le cause. Verosimilmente, un contributo notevole lo ha dato l'evidente crisi di consensi patita dalla maggioranza di centro-sinistra. Ma sarebbe limitativo circoscrivere l'analisi ai fattori di politica interna. Perché, in realtà, l'evoluzione della politica estera italiana sembra riflettere soprattutto il profondo cambiamento intervenuto sulla scena internazionale, ed in particolare in Europa. La Francia di Nicolas Sarkozy è diversa da quella di Chirac, così come la Germania di Angela Merkel è sempre più chiaramente differente da quella di Gerhard Schroeder. La circostanza è stata lucidamente descritta da Angelo Panebianco, che ha dedicato all'argomento un brillante editoriale del Corriere della Sera, peraltro centrato soprattutto sull'atteggiamento degli europei nei confronti dell'Iran.

Il fatto è che l'idea prodiana di affrancarsi dalla tutela americana presupponeva l'esistenza di un asse franco-tedesco antagonista, che rimanesse sulle stesse posizioni del 2003, quando Parigi, Berlino e Mosca allestirono il "fronte del no" per contrastare con ogni mezzo possibile l'avventura militare statunitense in Iraq. E' questo il cruciale fattore che pare essere venuto meno in questi mesi. Sono soprattutto le iniziative dell'energico presidente francese – che è filoisraeliano, critico nei confronti della Russia, non pregiudizialmente ostile all'America e persino disponibile a considerare il pieno reinserimento di Parigi nella Nato – ad aver infatti colto di sorpresa l'Italia. Mettendola nella necessità di rincorrere Parigi sulla strada che conduce a Washington per non rimanere isolata ed evitare il proprio spiazzamento.

Rilette alla luce di questo elemento, assumono un significato diverso alcune scelte più o meno recenti fatte dal governo Prodi: dal potenziamento in uomini e mezzi del contingente impiegato in Afghanistan alla decisione di aumentare significativamente il numero degli istruttori militari italiani a Baghdad, ormai giunti a settanta. Passando ovviamente per la richiesta di udienza alla Casa Bianca, cui l'Amministrazione statunitense sembra finalmente essersi decisa a rispondere favorevolmente. La stessa polemica con Almunia, in fondo, riecheggia quella di Sarkozy con il governatore della Banca centrale europea, Jean Claude Trichet. Le conseguenze sul piano interno sono facilmente intuibili: sulla politica estera può adesso maturare un riavvicinamento tra il centro-destra e le forze moderate del centro-sinistra, mentre è destinato ad allargarsi il fossato che già divide Rifondazione, Verdi e Pdci dal costituendo Partito democratico. (g.d.)
 
Il Pakistan dopo le elezioni presidenziali e l'attentato a Musharraf
15 ott 2007 00:00 - (Agenzia Nova) - Il rischio di una destabilizzazione del Pakistan non accenna a diminuire neanche dopo le elezioni che hanno confermato Pervez Musharraf alla presidenza della Repubblica. Domenica 7 ottobre il presidente ha ricevuto il 98 per cento dei suffragi espressi dai membri del Parlamento e delle Assemblee provinciali del Pakistan, anche a causa della mancata partecipazione delle opposizioni al voto. Il successo è stato permesso in larga parte dall'accordo preventivamente raggiunto con Benazir Bhutto, cui è stata promessa la carica di primo ministro non appena farà rientro nel Paese dal suo esilio. Musharraf dovrebbe contestualmente abbandonare le cariche militari che riveste, eventualità alla quale si è peraltro preparato insediando alle sue spalle il fidato generale Ashfaq Parvez Kayani, finora ai vertici dell'intelligence ed amico di lunga data del presidente.

Manca ancora un pronunciamento della magistratura nazionale, che deciderà entro il 17 ottobre circa la legittimità della candidatura del capo di Stato maggiore generale alla massima carica dello Stato, ma il fatto più importante è che a pochissime ore dalla sua vittoria, Musharraf sia scampato ad un nuovo tentativo di assassinio, di cui questa volta hanno fatto le spese uno dei tre elicotteri della sua scorta e l'equipaggio di quattro persone. Sembra che l'attentato sia stato condotto addirittura con il lancio di un razzo terra-aria, il che induce a sospettare il coinvolgimento di parte dei servizi segreti pachistani (Isi) nell'operazione. Ancorché dirette e controllate da persone di fiducia, le Isi non sono in effetti nuove ad iniziative del genere: anche il generale Muhammad Zia-ul-Haq, ex presidente pachistano, venne infatti a suo tempo eliminato da un complotto di cui erano partecipi settori importanti degli apparati di sicurezza. Ed oggi la presa degli islamisti jihadisti è più forte di un tempo, come prova il fatto che recentemente si sia fatto esplodere in un attentato suicida persino un membro del selezionatissimo corpo speciale che si occupa dell'antiterrorismo.

Anche Osama bin Laden ha fiutato il vento, riorientando gli sforzi del suo network proprio sul Pakistan, paese che vanta oltre 160 milioni di abitanti e possiede un deterrente nucleare. Di qui l'evidente inasprimento recente degli scontri tra le forze del governo centrale di Islamabad ed i jihadisti di tutte le risme, culminati nella ripresa delle operazioni nelle zone tribali ed in Waziristan che avrebbero fatto non meno di trecento morti negli ultimi giorni.

Con l'assalto alla Moschea Rossa, in effetti, Musharraf si è tagliato i ponti alle spalle. Il delicato equilibrio su cui si era retto il suo governo, bilanciando il sostegno degli islamisti con la solidarietà antiterroristica agli Stati Uniti, è stato apparentemente compromesso. A poco sembra giovare l'elevata crescita garantita all'economia pachistana, che vanta un tasso di sviluppo del 7 per cento reale, anche grazie ai sostegni offerti dagli Stati Uniti. Date le caratteristiche della società, del sistema politico e delle istituzioni pachistane, è ora molto difficile che il presidente possa a lungo sopravvivere alla situazione che si è determinata. (g.d.)
 
Una crisi turco-americana?
15 ott 2007 00:00 - (Agenzia Nova) - Degne di nota le tensioni che stanno affiorando nei rapporti tra Washington ed Ankara, a sedare le quali non hanno giovato né il voto con il quale al Congresso Usa è stato riconosciuto come genocidio il massacro degli armeni, né la minaccia turca di attaccare il Kurdistan iracheno per rimuovervi le basi nelle quali si rifugiano gli uomini del Pkk.

La Turchia ha agitato lo spettro di adottare appropriate rappresaglie per quanto accaduto a Capitol Hill e vi è già chi ricorda come, in seguito al voto dell'Assemblea nazionale francese, Ankara abbia interrotto la cooperazione militare bilaterale con Parigi. Se il governo turco si risolvesse ad una misura paragonabile con Washington, sarebbe l'intero quadro di sicurezza nel Mediterraneo Orientale a risentirne, dato che vi sarebbero ripercussioni sulla Nato, di cui la Turchia è l'estremo avamposto.

Quanto al Kurdistan iracheno, il governo turco ha messo in moto una complessa procedura che dovrebbe sfociare in un voto del Parlamento di Ankara per autorizzare un intervento armato nell'Iraq settentrionale. A quel punto, l'esecutivo diretto da Recep Tayyip Erdogan avrebbe le mani libere per condurre una vasta operazione di polizia oltreconfine, che avrebbe molteplici obiettivi. Non si tratterebbe, evidentemente, soltanto d'infliggere un colpo durissimo al separatismo curdo che imperversa in Anatolia, ma altresì di scoraggiare qualsiasi tentazione indipendentista del Kurdistan iracheno. La prospettiva inquieta profondamente Washington, perché rischia di compromettere i risultati raggiunti in una delle zone più tranquille di tutto l'Iraq, oltre a porre in rotta di collisione i militari statunitensi che sostengono la stabilizzazione irachena con quelli dell'alleata Turchia.

Al di là delle specifiche conseguenze che un'eventuale invasione da Nord del Kurdistan avrebbe sul teatro iracheno, va sottolineato come uno sviluppo del genere sia destinato a dispiegare rilevanti conseguenze anche sul processo di avvicinamento di Ankara all'Unione Europea, posto che in seguito all'eventuale attacco aumenterebbero esponenzialmente le resistenze ad un allargamento comunitario alla Turchia e, probabilmente, diminuirebbero anche le pressioni esercitate da Washington sull'Europa a favore della candidatura turca. (g.d.)