Corno d'Africa
16.04.2015 - 18:30
Analisi
 
Kenya: la decisione del governo di chiudere il campo profughi di Dadaab mina i già difficili rapporti con la Somalia
16 apr 2015 18:30 - (Agenzia Nova) - Con la decisione da parte del governo del Kenya di chiudere “entro tre mesi” il campo profughi di Dadaab, il più grande del mondo, ha sollevato un vespaio di polemiche a livello internazionale, con le agenzie dell’Onu - Alto Commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) in testa - a chiedere al governo di Nairobi di rivedere una decisione che porrebbe seri problemi per il destino di oltre 530 mila rifugiati, di cui 460 mila provenienti dalla Somalia, che saranno così costretti a ritornare in patria, una decisione che secondo l’Unhcr violerebbe gli obblighi internazionali del Kenya. La decisione di Nairobi, tuttavia, sembra essere definitiva e va considerata come una reazione estrema in risposta al sanguinoso attentato del 2 aprile scorso all’università di Garissa, in cui persero la vita 148 persone.

La reazione del governo kenyano ricalca quella già intrapresa un anno fa, a seguito dell’attentato che il 23 marzo 2014 causò la morte di sei persone in una chiesa evangelica a sud della città costiera di Mombasa, rivendicato dai miliziani jihadisti somali di al Shabaab, gli stessi autori della strage di Garissa. In quel frangente il governo keniano impose a tutti i rifugiati residenti nelle aree urbane del paese di tornare “con effetto immediato” nei campi di Dadaab e Kakuma, minando seriamente l’Accordo tripartito raggiunto il 10 novembre 2013 dall’Unhcr e i governi di Kenya e Somalia, in base al quale il rimpatrio dei rifugiati somali presenti in Kenya deve avvenire in un contesto legale che preveda un carattere esclusivamente volontario e in condizioni di “sicurezza e dignità”.

A seguito di quell’accordo, nel mese di dicembre 2014 fu infatti lanciato un progetto pilota per i rimpatri volontari, mirato appunto a sostenere le persone che cercano volontariamente di rimpatriare in una delle tre aree relativamente sicure della Somalia, cioè Luuq, Baidoa e Kismayo. Alla luce di quell’accordo, l’Unhcr si è detto nuovamente pronto a lavorare con i governi del Kenya e della Somalia per intensificare questo programma “laddove ci sia la possibilità di mettere in atto un rimpatrio volontario”. Tuttavia, si legge in una nota diffusa questa settimana, per ora l'agenzia “ritiene che i ritorni su vasta scala non siano un’opzione praticabile in molte parti del paese, in particolare nella zona centro-meridionale della Somalia”.

Aperto nel 1991 per ospitare i rifugiati somali in fuga dalla guerra civile scoppiata dopo la destituzione del dittatore Mohammed Siad Barre, il campo di Dadaab si trova a 100 chilometri dal confine con la Somalia, nel distretto di Garissa, e ospita attualmente la maggior parte dei 450 mila somali accolti dal Kenya. Già nel 2013 il governo keniano ne aveva chiesto la chiusura dopo l’attacco di al Shabaab al centro commerciale Westgate di Nairobi. Secondo Njonjo Mue, consigliere dell’organizzazione Kenyans for peace, truth and justice, “chiudere Dadaab potrebbe aiutare Al Shabaab a reclutare un esercito di 200 mila giovani disperati e senza niente da fare”. Tuttavia, secondo le autorità di Nairobi, il campo era e rimane un terreno fertile e un facile rifugio per i militanti islamici, di qui la reiterata richiesta di smantellarlo al più presto. A Nairobi vivono attualmente 50.800 dei 550.980 rifugiati e richiedenti asilo presenti in Kenya, la maggior parte dei quali sono di origine somala e la decisione di chiudere il campo di Dadaab contribuisce inevitabilmente ad aggravare ulteriormente i già freddi rapporti fra Nairobi e Mogadiscio.

L’irrigidimento della posizione di Nairobi nella sua lotta senza quartiere agli al Shabaab e la dura repressione portata avanti soprattutto tra la popolazione dei rifugiati somali rischia inoltre di compromettere l’affidabilità del Kenya nello scenario globale. A livello internazionale, infatti, il Kenya è stato finora considerato come un partner strategicamente importante contro la fragilità delle istituzioni e l’instabilità nel Corno d' Africa, ricoprendo un ruolo fondamentale negli sforzi della comunità internazionale per la stabilizzazione della vicina Somalia, ospitando la quarta comunità di rifugiati più popolosa nel mondo e ricevendo molto spesso gli elogi da parte della comunità internazionale e delle agenzie umanitarie per il suo ruolo “responsabile”. Tuttavia, a livello nazionale, l'atteggiamento del governo keniano nei confronti della comunità dei rifugiati somali è stato spesso caratterizzato da una sostanziale emarginazione, spesso sfociata in discriminazione.

Sebbene, infatti, in Kenya i cittadini di origine somala ricoprano importanti incarichi a livello politico e militare, la maggior parte della comunità somala vive piuttosto emarginata e questa condizione di subalternità ha avuto effetti economici e sociali negativi sul rapporto tra autorità e cittadini somali nelle aree urbane del Kenya, in particolare nel quartiere a maggioranza somala di Eastleigh, a Nairobi. Tutto questo, combinato con il crescente attivismo degli al Shabaab nella zona, ha finito spesso per lasciare le comunità vulnerabili in balia degli abusi da parte delle forze di polizia e un’eccessiva rigidità nei confronti della popolazione somala rischia di rivelarsi controproducente ai fini della sicurezza dello stato, in quanto risposte eccessivamente pesanti nei confronti della comunità somala possono portare alla fusione delle questioni nazionali con la più ampia retorica del terrorismo internazionale.