Corno d'Africa
09.04.2015 - 18:26
ANALISI
 
Kenya: con l’attentato di Garissa al Shabaab punta indebolire il ruolo regionale di Nairobi
9 apr 2015 18:26 - (Agenzia Nova) - L’attentato all’università di Garissa che lo scorso 2 aprile ha sconvolto il Kenya, provocando la morte di 148 persone, è da considerarsi la risposta violenta messa in atto dal gruppo militante islamista somalo di al Shabab contro la presenza militare del Kenya in Somalia. Attualmente tre battaglioni di fanteria kenioti con oltre tremila uomini operano infatti nella Missione dell’Unione africana in Somalia (Amisom), autorizzata dalle Nazioni Unite il 19 gennaio 2007 per assicurare la sicurezza e la pace dopo la guerra in Somalia, scoppiata nel 2006. La missione - che vede la partecipazione di Uganda, Kenya e Burundi e minori presenze di Gibuti, Sierra Leone e Nigeria - ha prodotto un fondamentale risultato strategico: la stabilizzazione, sia pur parziale, della Somalia prima dell'arrivo della missione europea denominata Eutm-Somalia, istituita nel 2010. Attualmente la componente militare - uno dei tre pilastri di cui consta la missione Amisom - è composta da 22.126 soldati.

Le Forze armate del Kenya (Kdf) sono responsabili per il settore 2 della missione, che opera nelle regioni del Basso e Medio Giuba, e comprendono attualmente 3.664 unità. Inoltre, nell’ambito dell'operazione “Linda Nchi” - coordinata dall'Esercito nazionale somalo, le Forze di difesa keniane, le Forze di difesa nazionale etiopi con l'appoggio indiretto delle Forze armate francesi e le Forze armate statunitensi - il 16 ottobre 2011 le truppe keniane attraversarono il confine con le zone di conflitto del sud della Somalia, in risposta al rapimento da parte degli al Shabaab di due donne spagnole che lavoravano per l’organizzazione non governativa (Ong) Medici senza frontiere nel campo profughi di Dadaab. In quel frangente il governo del Kenya sostenne che il dispiegamento dell'esercito era stato richiesto dal Governo federale di transizione somalo e che la distribuzione delle truppe keniane aveva ricevuto l'approvazione della Somalia. Dall’inizio di quell’operazione gli al Shabaab hanno colpito ripetutamente negli ultimi anni il Kenya, sia con continue incursioni nei territori settentrionali al confine con la Somalia, sia con attacchi e attentati suicidi nelle maggiori città nel resto del paese, su tutti quello che il 21 settembre 2013 colpì il lussuoso centro commerciale Westgate, a Nairobi, uccidendo almeno 67 persone e ferendone circa 150, e quello della scorsa settimana a Garissa.

Proprio in risposta alla strage di Garissa, peraltro, i caccia kenioti hanno bombardato lo scorso fine settimana le postazioni di al Shabaab a Gondodowe e Ismail, località della regione somala di Gedo, confinante con il Kenya. Il fatto che ciclicamente venga colpito il medesimo obiettivo, il Kenya appunto, è spiegabile considerando che il Kenya è un fondamentale attore regionale nelle dinamiche in atto nei paesi vicini - dal Sudan al Ruanda, dalla Somalia all’Etiopia - e, per questo, elemento chiave per gli equilibri regionali del Corno d’Africa. Inoltre, grazie alla stabilità interna, il Kenya costituisce un prezioso partner strategico per gli Usa e i suoi alleati occidentali nella lotta congiunta al terrorismo e alla pirateria marittima, nello scambio di informazioni di intelligence e nella cooperazione militare.

Il Kenya - dove il ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni, sarà in visita nei prossimi giorni “per portare simbolicamente il sostegno del nostro governo alle comunità cristiane particolarmente colpite dall'orribile strage del campus universitario" di Garissa - ha inoltre svolto un ruolo importante nel processo di pacificazione del Sudan (mediando tra Giuba e Khartoum) e della Somalia (favorendo la creazione di un Governo federale provvisorio e dando ospitalità a numerosi esponenti politici perseguitati dagli al Shabaab). Infine, la progressiva trasformazione di al Shabaab in un "franchising" di al Qaeda potrebbe avere un impatto sensibile sugli scenari della regione, in particolare in quei paesi con una forte presenza di immigrati somali, tra cui appunto il Kenya. Al contempo, la radicalizzazione della diaspora somala non rappresenta soltanto un rischio per l’aumento del flusso di miliziani e di denaro verso il fronte del jihad africano orientale, ma anche per la sicurezza dei paesi che accolgono la diaspora. (Marco Malvestuto)