Mezzaluna
08.04.2015 - 18:20
Analisi
 
Arabia Saudita: manovre di Riad per sostenere il prezzo del petrolio senza tagli a produzione
8 apr 2015 18:20 - (Agenzia Nova) - Le autorità saudite tentano di mantenere stabile il mercato dei prezzi petroliferi senza ridurre la produzione, come chiesto invece da compagnie petrolifere e paesi non membri dell’Organizzazione dei paesi produttori di petrolio (Opec). Nei giorni scorsi Riad ha confermato la revisione delle politiche di sconti per i clienti asiatici e statunitensi praticate fino ad oggi, attuando un rincaro medio di un dollaro per tutte le qualità di greggio commercializzate dalla compagnia di bandiera Aramco. In parallelo la monarchia ha comunicato i valori della produzione del mese di marzo, che ha segnato un nuovo rialzo raggiungendo i 10,3 milioni di barili al giorno, contro i 9,64 milioni di febbraio, segnando il livello più alto negli ultimi 12 anni.

I recenti dati sulle quotazioni petrolifere gettano una nuova luce sulla politica bilanciata di Riad, correggendo in parte le previsioni ribassiste dei mesi scorsi, rispetto ad un crollo dei prezzi del petrolio a 20 dollari al barile dovuto alla presunta “guerra” lanciata da Riad contro il nuovo business dei giacimenti non convenzionali, in particolare negli Stati Uniti. Infatti, dopo aver perso oltre 55 punti percentuali in sette mesi i due principali benchmark petroliferi, il Brent e il Wti, hanno iniziato una timida crescita nei giorni scorsi, attestandosi rispettivamente a 63 dollari e a 52 dollari al barile. Sui rialzi di questi giorni pesano il conflitto in Yemen e gli sconvolgimenti nel resto della regione mediorientale e nordafricana, ma rappresentano comunque una parziale controtendenza rispetto alle ipotesi di crollo dei prezzi lanciate dagli analisti dopo l’accordo preliminare sul nucleare iraniano dello scorso 2 aprile.

Dopo mesi di silenzio e comunicati laconici, Riad ha finalmente chiarito nei dettagli la sua posizione in merito all'attuale situazione dei mercati petroliferi. Intervenendo ieri sera a una conferenza annuale su economia ed energia organizzata dall’Associazione economica saudita, il ministro del Petrolio e delle risorse minerarie, Ali al Naimi, ha sottolineato che “la politica estera petrolifera del regno è moderata, in quanto mira a trovare un equilibrio tra il presente e il futuro”. Comunicando i dati sulla produzione del mese di marzo e le future politiche energetiche, il ministro ha sottolineato che ad oggi il fine di Riad è mantenere stabili i prezzi del petrolio, cercando di trovare una strategia in grado di consentire un rafforzamento delle entrate nelle casse statali, mantenendo stabile il ruolo del paese all'interno del mercato petrolifero.

“Il petrolio – ha dichiarato al Naimi – è ancora la fonte principale di energia e insieme al gas è ancora uno dei fattori fondamentali per mantenere stabilità, progresso economico e prosperità del genere umano”. Al Naimi ha enunciato le ragioni di Arabia Saudita e Opec rispetto al bilanciamento fra prezzi e produzione, ricordando gli sforzi di Riad a favore dei combustibili fossili. Per il ministro la monarchia saudita non solo è il più importante membro dell’Opec, ma è attiva anche in varie organizzazioni internazionali come l'Oapec (Organizzazione dei produttori ed esportatori dei paesi arabi) e il Forum internazionale per l'energia, e partecipa ad incontri internazionali su questioni ambientali e cambiamenti climatici. In questi anni - ha sottolineato - si è opposta più volte con successo ad una serie di pressione da parte di lobby energetiche per ridurre il ruolo delle energie fossili, in particolare il petrolio.

Al Naimi ha inoltre denunciato i vari casi in cui la monarchia ha dovuto affrontare fluttuazioni di mercato a suo svantaggio, come avvenuto nel 1998 in seguito alla crisi economica del sud est asiatico, quando i prezzi raggiunsero i 17 dollari al barile, portando produttori Opec e stranieri ad una cooperazione per riequilibrare le quote. Secondo il ministro saudita al momento il mondo si trova di fronte ad uno scenario di mercato molto simile, dovuto soprattutto alla debolezza della domanda di greggio sul mercato e all’ingresso sul mercato di nuovi produttori. “Nel 2014 – ha affermato Al Naimi – Riad ha chiarito ai nostri partner la sua disponibilità a ridurre la produzione, a condizione di un’azione comune dei produttori a livello mondiale”.

Secondo molti analisti la responsabilità degli attuali prezzi al di sotto dei livelli superiori ai 100 dollari degli anni scorsi è dovuta al surplus di produzione causato dai nuovi prodotti petroliferi derivanti dallo sfruttamento dei giacimenti non convenzionali (scisti bituminosi) che hanno fatto alzare la produzione di quasi il 70 per cento dal 2010, invertendo il trend negativo che durava da oltre tre decenni. Proprio su tale assunto si basa la posizione di Arabia Saudita e membri Opec, che spingono per un impegno di tutti i principali produttori petroliferi a ridurre le proprie estrazioni. “Non siamo in competizione con nessuno – ha dichiarato il ministro saudita - né con i produttori di petrolio da scisti o altro, ma abbiamo davanti a noi la lezione della metà degli anni '80, quando abbiamo perso i nostri clienti a seguito della riduzione in parallelo della produzione da 10 milioni di barili al giorno a 3 milioni di barili al giorno e del prezzo del petrolio da 40 dollari al barile a meno di 10 dollari”.

Lo scorso novembre un brusco ribasso dei cosiddetti Official selling prices (Osp) da parte dei sauditi era stato interpretato come l’avvio di una guerra dei prezzi. A confermare la teoria arrivarono in rapida successione analoghi sconti di listino da parte di Iran, Iraq e Kuwait. E alla fine del mese l’Opec decise di non modificare i tetti di produzione, mostrando di essere disposta a sacrificare le entrate pur di difendere le vendite, in un mercato reso ostile dai consumi deboli e dalla crescita prepotente del petrolio da scisti Usa. Le quotazioni del petrolio, già in calo da luglio, accelerarono la discesa fino a sprofondare a 45 dollari al barile all’inizio del 2015, un livello che non si toccava da sei anni e che segnava un ribasso di oltre il 60 per cento rispetto al picco dell’estate 2013.