Atlantide
04.04.2015 - 10:32
Analisi
 
L’accordo sul nucleare iraniano
4 apr 2015 10:32 - (Agenzia Nova) - Nella serata di giovedì 2 aprile, due giorni dopo la scadenza prevista, l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Unione europea, Federica Mogherini, ed il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Zarif, annunciano il raggiungimento di un accordo di massima per por fine al programma nucleare militare di Teheran. L’intesa, raggiunta a Losanna, in Svizzera, dopo lunghi negoziati tra i rappresentanti iraniani e quelli di Usa, Russia, Cina, Germania, Francia e Gran Bretagna, è solo un accordo quadro, e dovrà essere concretizzata e dettagliata in complessi protocolli tecnici entro il 30 giugno prossimo. In sostanza, l’Iran potrà mantenere la capacità di arricchire l’uranio, ma sotto stretto controllo, con un numero limitato di centrifughe (seimila invece delle attuali 19 mila) e solo ad un livello ampiamente insufficiente per gli scopi bellici. Teheran dovrà inoltre diluire o consegnare all’estero il plutonio finora prodotto e trasformare in centro di ricerca medica il sito militare di Fordo, situato ai piedi di una montagna e dunque inattaccabile dall’aviazione. Buona parte delle limitazioni, tuttavia, varranno solo per 10 anni, mentre altre resteranno in vigore per altri 15. Allo stesso modo, le sanzioni finanziarie contro l’Iran saranno in parte levate contestualmente al rispetto degli impegni fondamentali assunti da Teheran. Resteranno in vigore, invece, le sanzioni imposte per il mancato rispetto dei diritti umani. (f.s.)
 
Un successo per Obama, ma il Congresso ratificherà?
4 apr 2015 10:32 - (Agenzia Nova) - L’intesa tra il Gruppo 5+1 e Teheran viene salutata come un evento “storico” da Barack Obama. Nonostante le fortissime pressioni interne ed internazionali, il presidente degli Stati Uniti riesce a cogliere un notevole successo, perseguito tenacemente. La stampa statunitense, tuttavia, si mostra scettica, se non apertamente critica, la Washington Post, in particolare, mette in risalto i “troppi obiettivi mancati” rispetto ai paletti imposti da Obama nel 2012: l'Iran manterrà tutte le sue infrastrutture, compresa quella sotterranea di Fordo; nessuna delle 19 mila centrifughe per l'arricchimento del materiale fissile verrà fisicamente smantellata; la scorta di uranio arricchito verrà “ridotta”, ma non lascerà il paese, ed entro 10 anni “l'Iran tornerà ad essere improvvisamente una potenza nucleare di soglia, con tutte le infrastrutture e le capacità di cui oggi dispone” (Washington Post, 3.4.15). Pur costituendo obiettivamente un importante successo diplomatico per Obama, l’accordo potrebbe dunque incontrare fortissime resistenze nel Congresso degli Stati Uniti, che potrebbe finire per non ratificarlo. In passato è accaduto che importanti trattati internazionali, non ratificati dal Congresso Usa, siano stati non di meno rispettati dalle amministrazioni presidenziali. Ma è certo che la battaglia politica proseguirà fino al 30 giugno prossimo, per poi prolungarsi certamente nella campagna elettorale per le presidenziali, che inizierà nel prossimo autunno. (f.s.)
 
Israele perde l’esclusiva sul nucleare nella regione
4 apr 2015 10:32 - (Agenzia Nova) - I dubbi espressi dalla stampa statunitense sono le paure dei dirigenti israeliani. Pur se sottoposto ad un rigoroso monitoraggio da parte dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), l’Iran manterrà infatti la capacità di arricchire l’uranio e quindi, in futuro, di dotarsi dell’arma atomica. Vale la pena di ricordare che il paese ha un’industria missilistica di tutto rispetto, e si ritiene che i vettori più evoluti abbiano una gittata di tremila chilometri: quanto basta per colpire tutti i paesi del Golfo, Israele, la Turchia, il Pakistan, ma anche India, Egitto, Grecia e Italia meridionale. In verità l’Iran è stato ripetutamente invaso nel corso della storia, ma anche dell’ultimo secolo, ed oggi è circondato dalle basi militari Usa. E’ improbabile che possa quindi costituire una seria minaccia alla stabilità internazionale. Tuttavia, l’accettazione del suo programma nucleare civile da parte delle grandi potenze, spingerà Arabia Saudita, Egitto e Turchia a dotarsi di capacità simili, e sarà difficile impedire a questi paesi quel che è stato consentito a Teheran. Se ciò avvenisse, Israele perderebbe l’esclusiva della tecnologia atomica in Medio Oriente, subendo così un brusco ridimensionamento della propria superiorità strategica. (f.s.)
 
Arabia Saudita e Turchia tra i grandi perdenti
4 apr 2015 10:32 - (Agenzia Nova) - L’Arabia Saudita e la Turchia sono i paesi che, forse, hanno più da temere dal ritorno dell’Iran nel concerto delle nazioni. L’etichetta di “stato canaglia”, assegnata già da Ronald Reagan, ha condannato l’Iran ad un lungo isolamento che ha favorito i paesi vicini, la cui influenza relativa è notevolmente cresciuta. I sauditi, in particolare, hanno a lungo goduto di un pregiudizio positivo nella concezione strategica statunitense, che solo negli ultimi due anni ha iniziato ad essere effettivamente intaccato, nonostante l’attacco contro le Torri gemelle di New York, l’11 settembre del 2001. Non sorprende che Riad ed Ankara si siano opposte con ogni mezzo alla conclusione dell’accordo sul nucleare iraniano, al punto da sostenere le milizie islamiche più estremiste in Siria, in Iraq e, più di recente, nello Yemen. (La strage perpetrata giovedì 2 aprile a Garissa, in Kenya, dai miliziani islamici somali shebaab, potrebbe essere avulsa dal contesto mediorientale, ma sorprende che l’attacco, sferrato da un gruppo affiliato ad al Qaeda contro cristiani, abbia coinciso con la firma dell’accordo quadro tra le grandi potenze e l’Iran). Proprio lo Yemen è teatro di uno scontro che vede le milizie sciite degli houthi combattute da una coalizione sunnita guidata dall’Aviazione saudita e dalla Marina egiziana. Una coalizione sostenuta, però, da paesi lontani e diversi come il Marocco, la Turchia ed il Pakistan. E’ probabile che paesi così diversi possano presto prendere strade differenti, ma è un fatto che l’ostilità nei confronti dell’Iran ha causato una convergenza d’interessi tra Arabia Saudita e Turchia, ed una comunanza d’intenti tra gruppi prima assai ostili tra loro, come ad esempio le formazioni qaediste e quelle dello Stato islamico. (f.s.)
 
Il ritorno dell’Iran sui mercati internazionali
4 apr 2015 10:32 - (Agenzia Nova) - L’accordo con l’Iran riaprirà canali commerciali chiusi ormai da decenni. Il ritorno del petrolio di Teheran sui mercati internazionali, secondo la maggior parte degli analisti, potrebbe provocare un ulteriore significativo ribasso dei prezzi del greggio, visti l’eccesso d’offerta, la lenta uscita dell’Europa dalla crisi economica e le difficoltà di alcuni paesi importanti, come Brasile e Russia. Il crollo dei prezzi petroliferi verificatosi nei mesi scorsi è tuttavia dovuto in buona parte al tentativo dell’Arabia Saudita di boicottare l’accordo sul nucleare iraniano. Il calo dei prezzi ha in effetti colpito più di altri proprio l’Iran, la Russia e paesi ad essi vicini, come Algeria e Venezuela. Una volta chiuso l’accordo, non necessariamente i sauditi vorranno mantenere bassi i prezzi, anche per via dei forti investimenti realizzati negli ultimi due anni a sostegno del bilancio pubblico egiziano, della difesa libanese, e degli acquisti di armamenti. Anche la guerra nello Yemen comporta costi significativi, e non è quindi impossibile che – una volta raggiunto l’accordo definitivo tra le grandi potenze e l’Iran – il prezzo del greggio possa tornare su livelli meno bassi. Petrolio a parte, l’apertura al mondo dell’economia iraniana, per quanto graduale, rappresenterebbe una buona notizia per l’Italia. A Teheran il nostro paese è considerato un partner privilegiato, e proprio in Iran l’Eni mosse i suoi primi passi. Il paese, dopo decenni d’isolamento, ha la necessità di ammodernare le proprie infrastrutture, ma anche l’industria dei beni di consumo, e le nostre imprese potrebbero trovarsi in buona posizione per approfittarne. (f.s.)