Corno d'Africa
27.03.2015 - 09:58
Analisi
 
Etiopia-Egitto: l’intesa di Khartoum segna un passo avanti in vista dell’accordo finale sulla Diga della Rinascita
27 mar 2015 09:58 - (Agenzia Nova) - L’accordo tripartito siglato all’inizio di questa settimana a Khartoum dal presidente egiziano, Abdel Fatah al Sisi, l’omologo sudanese Omar al Bashir e il primo ministro etiope, Haile Mariam Desalegn, per fissare i principi per la futura realizzazione della Diga della Rinascita costituisce un traguardo significativo in vista di un accordo definitivo nella disputa che da anni coinvolge i tre paesi africani. In base al documento, i tre paesi si impegnano a rispettare le raccomandazioni relative all'impatto ambientale frutto delle ricerche di un Comitato di consulenza a cui verrà affidato lo studio di fattibilità della diga. Si tratta di un accordo non definitivo, ma comunque in grado di imprimere una svolta in direzione di un’intesa che, a ben vedere, potrebbe portare dei benefici di lungo periodo a tutte le parti.

Non c’è dubbio, infatti, che per Addis Abeba questo progetto sia irrinunciabile, dal momento che, una volta ultimata, la diga - che ridurrebbe di fatto l’afflusso di acqua da uno rami principali del Nilo, creando un lago artificiale da 63 miliardi di metri cubi d’acqua - diventerebbe il più grande sistema idroelettrico di tutta l’Africa (con una capienza complessiva di 6 mila megawatt), in grado di fornire energia e luce elettrica a tutto il paese, anche nelle più remote regioni dell’altopiano, per poi venderla ai paesi vicini. Inoltre, l’Etiopia sta conoscendo una formidabile crescita economica ed ha un assoluto bisogno di energia. Da parte sua l’Egitto, dopo le minacce iniziali, con la firma della dichiarazione di intenti sembra ora essere intenzionato a rinunciare a qualcosa, incentivato anche dalle aperture delle autorità di Addis Abeba circa la garanzia che la diga non sarà usata per alimentare un nuovo sistema di irrigazione, ma soltanto per la produzione di energia elettrica.

In cambio di questa garanzia, la costruzione della diga potrebbe d’altronde costituire per Il Cairo l’occasione per riconvertire le colture del paese concentrandosi su raccolti a maggior valore aggiunto e minor utilizzo d’acqua. In tal senso, l’importanza dell’accordo quadro raggiunto questa settimana è stata sottolineata anche dal presidente egiziano al Sisi, secondo il quale “le possibilità erano due: collaborare e compiere un passo importante tutti insieme, oppure ostacolarci l’un l’altro. Abbiamo deciso di collaborare”. A separare Etiopia ed Egitto è in particolare la decisione su quale accordo internazionale deve essere preso in considerazione riguardo la suddivisione delle quote d’acque spettanti a ciascun paese del bacino del Nilo. L’Egitto fa infatti riferimento ad un accordo siglato nel 1959 con il Sudan che assegna al Cairo più dei due terzi dell’intera portata d’acqua del Nilo; Addis Abeba ribadisce invece come punto di partenza l’accordo siglato ad Entebbe nel 2011 con Kenya, Uganda, Ruanda, Tanzania e Burundi che rivede le quote in modo maggiormente favorevole ai paesi presenti nel corso inferiore del fiume.

A confermare il fatto che l’accordo porterebbe vantaggi a tutte le parti è stato anche il presidente sudanese al Bashir, secondo il quale i passi concreti realizzati da Etiopia, Sudan ed Egitto porteranno frutti positivi in tutta la regione. "Dobbiamo lavorare tutti per continuare a proseguire sulla strada della cooperazione", ha affermato il presidente sudanese, auspicando che l’accordo sia “un ponte per la cooperazione e l'integrazione fra i paesi del bacino del Nilo e di tutto il continente africano". In tale ottica, Il Cairo dovrebbe inoltre considerare che, se la diga porterà davvero a un rilancio dell’economia etiope, il paese diventerebbe un importante mercato di sbocco per la sua industria in affanno. Un altro compromesso potrebbe essere raggiunto sulla disponibilità, già manifestata da parte etiope, di offrire all’Egitto la possibilità di comprare parte della produzione della diga a un prezzo di vantaggio, il che, per un paese come l’Egitto che importa il 90 per cento circa dell’energia che consuma, costituirebbe un successo in termini di convenienza economica. Si tratta di tutti fattori non secondari in vista di un futuro accordo definitivo che ponga fine all’annosa disputa.