Atlantide
22.03.2015 - 20:36
ANALISI
 
Russia: Putin riappare, l’incertezza resta
22 mar 2015 20:36 - (Agenzia Nova) - Martedì 17 marzo il presidente russo, Vladimir Putin, ricompare in pubblico dopo dieci giorni d’assenza. Il leader del Cremlino appare pallido, sudato, dà l’impressione di aver subito una malattia, o un’operazione. Un segnale tutt’altro che rassicurante per l’opinione pubblica interna, soprattutto perché preceduto dall’omicidio dell’oppositore Boris Nemtsov. Gli inquirenti che indagano sull’assassinio si sono concentrati su un gruppo di ceceni molto vicini al presidente della repubblica autonoma, Ramzan Kadyrov, uomo legato a Putin ed alla fazione a lui fedele dei servizi d’intelligence. E’ quindi naturale che a Mosca si faccia strada l’ipotesi di una sorda lotta di potere, e a nulla valgono i tentativi di Putin di mostrare la saldezza del proprio potere: l’ordine per realizzare manovre navali straordinarie nel Mar Baltico, e la rivelazione di aver pensato alla mobilitazione delle forze nucleari, nei giorni successivi all’occupazione della Crimea. Ad aggravare la situazione di una Russia ormai in piena crisi economica e di fiducia, arriva la gelata sui prezzi del petrolio: il Wti, del Texas, tocca il minimo da oltre sei anni con 42,85 dollari al barile, ed il Brent del Mare del Nord scivola ad un minimo di 52,50 dollari al barile. Il nuovo calo dei prezzi è in parte provocato dalla prospettiva di un ritorno del petrolio iraniano sui mercati internazionali, ed in parte dalle scorte petrolifere negli Stati Uniti, mai così cospicue dagli anni Trenta.
 
Israele: Netanyahu vince ancora ed imbarazza Obama
22 mar 2015 20:36 - (Agenzia Nova) - Mercoledì 18 marzo, all’indomani delle consultazioni politiche, vengono diffusi i risultati delle elezioni israeliane che, contro tutte le previsioni dei sondaggisti, danno la vittoria al Likud, il partito conservatore guidato dal primo ministro, Benjamin Netanyahu. Ottenendo 30 seggi sui 120 della Knesset, il parlamento monocamerale israeliano, Netanyahu può costituire una coalizione con le formazioni di destra laiche e religiose forte di 67 seggi. Il nuovo governo potrà proseguire con maggiore determinazione la linea di opposizione alla ripresa dei negoziati di pace ed al riconoscimento dello stato palestinese. La vittoria di Netanyahu rappresenta una pesante sconfitta per il presidente Usa, Barack Obama, il quale inizia a pensare alla possibilità di far approvare dal Consiglio di sicurezza dell’Onu una risoluzione che imponga ad Israele i termini di un nuovo negoziato. Il leader della Casa bianca ha vasti poteri nel campo della politica estera, ma una simile linea sarebbe certamente osteggiata dalla maggioranza repubblicana che domina le due Camere Congresso Usa. Se Obama tarda a fare i complimenti a Netanyahu per la vittoria, il probabile candidato repubblicano alle presidenziali, Jeb Bush, afferma che il primo ministro del Likud “è un vero leader che continua a tenere forte e unito Israele”. In effetti, appare improbabile che Obama, nei 22 mesi scarsi di presidenza che gli restano, possa davvero imporre una soluzione al rompicapo mediorientale. E’ anzi possibile che Netanyahu, uscito più forte dalla prova elettorale, si opponga con maggiore efficacia alla positiva conclusione dei negoziati sul nucleare iraniano: un obiettivo cui Obama punta per assicurarsi un posto nella storia.
 
Tunisia: la strage d’italiani torna a far parlare d’intervento
22 mar 2015 20:36 - (Agenzia Nova) - Mercoledì 18 marzo un gruppo di terroristi cerca di penetrare all’interno del palazzo del parlamento a Tunisi, scontrandosi però con le forze di sicurezza. I terroristi si presentano all’ingresso del palazzo del parlamento in divisa, e solo grazie ai loro fucili d’assalto Ak47, le guardie s’insospettiscono e sbarrano loro la strada. I terroristi si rifugiano nel vicino museo del Bardo, prendendo in ostaggio un centinaio di turisti, in massima parte italiani. Negli scontri a fuoco che seguono restano uccisi due terroristi, due agenti tunisini, un custode del museo e 18 turisti, quattro dei quali italiani. Tra i 48 feriti, 11 sono italiani, uno dei quali è grave. Le modalità dell’azione – niente autobombe o kamikaze, ma un tentativo di destrezza – e la stessa rivendicazione, ad opera dello Stato islamico, suscitano qualche perplessità. Appare inoltre sorprendente che miliziani del “califfato” possano aver tentato di attaccare il parlamento tunisino, in cui siedono numerosi deputati di Ennhada, partito che è emanazione dei Fratelli musulmani, e dunque strettissimamente legato alla Turchia ed al Qatar. L’effetto dell’attacco, del resto, è quello di rilanciare le ipotesi di un intervento armato internazionale nella vicina Libia, ormai divenuta una fonte di contagio per tutto il Maghreb. Vale la pena di ricordare che dalla Tunisia passa il gasdotto che porta in Italia il gas algerino: il 30 per cento circa del nostro fabbisogno nazionale di metano. Visto lo stato d’incertezza che avvolge ormai le linee di trasmissione del gas provenienti dalla Libia e dall’Ucraina, il rischio che anche le forniture dall’Algeria possano diventare aleatorie, è particolarmente preoccupante per il nostro paese. Certo, l’idea di un impegno militare in un paese come la Libia, in cui gran parte della popolazione è armata, è inquietante, e non è detto che il governo del nostro paese possa affrontare una simile impresa, fosse anche con il consenso dell’Onu. Ciò nonostante, gli Stati Uniti continuano a premere in favore di un nostro impegno, alla guida di una missione internazionale che, necessariamente, dovrebbe avere una forte presenza europea. Anche i russi sarebbero ben contenti di vedere l’Unione europea impegnata in una difficile missione militare sul proprio fianco sud: uno sviluppo che non potrebbe non allentare la pressione sull’Ucraina.
 
I “grandi” europei aderiscono alla banca voluta da Pechino
22 mar 2015 20:36 - (Agenzia Nova) - La Gran Bretagna entra nella Banca asiatica per gli investimenti nelle infrastrutture (Aiib), una nuova istituzione internazionale che, fortemente voluta dalla Cina, dovrebbe avere a disposizione circa cento miliardi di dollari: poco meno di un terzo rispetto alla potenza di fuoco della Banca mondiale. La decisione di Londra irrita profondamente gli Stati Uniti, tanto più che, subito dopo, anche Germania, Francia e Italia annunciano l’intenzione di aderire all’Aiib. Il segretario al Tesoro Usa, Jack Lew, non nasconde il suo disappunto: “Chiunque aderisca alla nuova Asian Infrastructrure Investment Bank dovrebbe prima accertarsi che vengano adottati standard rigidi. Si devono proteggere i lavoratori, l’ambiente, si deve esser certi che non vi sia corruzione, altrimenti il rischio è di avere un sistema che parte marcio”. Ma l’adesione dei quattro maggiori paesi europei è una dimostrazione della debolezza dell’attuale amministrazione Obama. Indicativa, in questo senso, è la dichiarazione diffusa dal Fondo monetario internazionale, istituzione guidata dalla francese Christine Lagarde, ma basata a New York e da sempre influenzata in modo determinante dagli Stati Uniti. “Il Fondo monetario internazionale – si legge nel comunicato – dà il benvenuto a tutte le iniziative che puntano a rafforzare la rete di istituzioni multilaterali che erogano prestiti e che aumentano i finanziamenti disponibili per infrastrutture e sviluppo, inclusa la neo-nata Asian Infrastructure Investment Bank”.