Corno d'Africa
06.03.2015 - 15:45
Analisi
 
Sud Sudan: negoziati a un punto morto, l’accordo di pace si allontana
6 mar 2015 15:45 - (Agenzia Nova) - Si fa sempre più in salita la strada verso un accordo di pace globale in Sud Sudan per porre fine a 15 mesi di conflitto. Il nuovo round di negoziati fra le due parti, che ha preso il via lo scorso 23 febbraio ad Addis Abeba sotto la mediazione dell’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (Igad), è infatti giunto ad un punto morto dopo che il presidente Salva Kiir e il leader dei ribelli Riek Machar non sono riusciti a rispettare il termine ultimo per l’accordo, fissato dai mediatori per il 5 marzo. A nulla sono serviti dunque i colloqui a porte chiuse avvenuti fino a tarda notte per discutere sulle questioni critiche, in particolare sulla struttura del governo di transizione, sui rapporti di condivisione del potere e sulla composizione del futuro parlamento. Come ultimo tentativo per cercare di giungere ad un accordo, la squadra dei mediatori ha deciso di prorogare i negoziati di ulteriori 24 ore per consentire alle due parti di colmare le divergenze che, tuttavia, sembrano ancora troppo ampie per far ipotizzare un accordo.

Il capo negoziatore dell’Igad, Seyoum Mesfin, ha esortato Kiir e Machar ad "impiegare il tempo rimasto per compiere dei progressi sulle questioni rimaste in sospeso", sottolineando come la spartizione del potere e la sicurezza restino i nodi più intricati da districare. Ieri il portavoce dei ribelli, James Gatdet Dak, ha accusato il governo di essere responsabile per la situazione di stallo, accusando la controparte di rifiutare ogni tipo di accordo sulle questioni fondamentali senza motivare il rifiuto. La fazione governativa, da parte sua, ha respinto le richieste dell’opposizione definendole “irragionevoli”, accusando Riek Machar di non essere “pronto per la pace” e di tenere in ostaggio il paese “per interesse personale”. In particolare, il presidente Kiir continua a rifiutare la richiesta da parte dell’opposizione di inserire nel testo dell’accordo la riforma del sistema federale di governo e la separazione dei due eserciti rivali, o la loro graduale fusione durante periodo di transizione, che in base all’accordo preliminare siglata lo scorso 2 febbraio dovrebbe iniziare il prossimo 9 luglio - anniversario dell’indipendenza del Sud Sudan - per una durata di 30 mesi.

Sempre in base all’accordo di febbraio, Salva Kiir dovrebbe restare presidente ma dovrà dare vita a un nuovo governo nominando Mechar suo vice, e quest’ultimo potrà contare sul 30 per cento dei ministri del nuovo esecutivo. Resteranno infine gli attuali 332 membri del parlamento ai quali se ne aggiungeranno altri 68, il 30 per cento dei quali dovranno far capo al leader ribelle. Sono molte, tuttavia, le questioni ancora rimaste in sospeso. I ribelli chiedono infatti che il nuovo parlamento venga sciolto e ricostituito sulla base di nuovi rapporti di forza, mentre restano tutte da negoziare le “percentuali” per l’allocazione di ministeri e posti chiave nel governo di unità che dovrà nascere. Gli altri nodi da sciogliere riguardano la governance, le misure di sicurezza da intraprendere nel periodo di transizione, la spartizione dei proventi del petrolio, l’organizzazione delle elezioni e la giustizia. Quanto alla condivisione del potere, i ribelli chiedono che essa si applichi in tutto il paese sia a livello nazionale che a livello statale e locale, mentre il governo spinge affinché sia estesa soltanto nella capitale Giuba e non nelle istituzioni dei singoli stati e nelle contee.

Un’altra delle questioni controverse che sinora hanno ostacolato i negoziati è quella riguardante la struttura dell’esercito. "Vogliamo che i due eserciti restino sotto due comandi separati e che un processo di fusione graduale venga elaborato durante il periodo di transizione", ha fatto sapere il portavoce di Machar, James Gatdet Dak. Dal canto suo la fazione governativa chiede la reintegrazione incondizionata dei soldati ribelli che prima del conflitto facevano parte dell'esercito regolare. Il concreto rischio di un nulla di fatto aveva portato all’inizio di questa settimana il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a votare all’unanimità una risoluzione, promossa dagli Stati Uniti, che consenta di imporre sanzioni mirate su singoli individui considerati responsabili di minare la stabilità del paese, commettere crimini o ostacolare l’arrivo di aiuti umanitari. In base al testo della risoluzione, il Consiglio ha chiesto che tutte le parti attuino “immediatamente” gli accordi per il cessate il fuoco e “il progressivo ritiro delle forze straniere dispiegate in Sud Sudan dal 15 dicembre 2013". Le sanzioni dovrebbero applicarsi ai responsabili, ai complici e a tutti coloro che, direttamente o indirettamente, sono coinvolti in azioni o politiche che minaccino la pace, la sicurezza o la stabilità del Sud Sudan, a chi prende di mira i civili e attacca gli ospedali, i luoghi di culto, le scuole e i luoghi in cui i civili cercano rifugio e a chi ostacola il lavoro delle missioni di peacekeeping e delle missioni diplomatiche e umanitarie e a chi ostacola la fornitura e la distribuzione di aiuti umanitari o l'accesso ad essi.

Innescato essenzialmente da ragioni di potere, il conflitto in Sud Sudan ha infatti via via assunto connotazioni etniche che hanno portato a gravissime conseguenze in termini di massacri di civili e di distruzioni di intere città e infrastrutture pubbliche, in particolare negli stati di Jongley, dell’Alto Nilo e di Unity, ricchi di giacimenti petroliferi, dove da sempre convivevano le etnie dinka e nuer. È proprio questa connotazione etnica, contrapposta ad uno scontro prettamente politico, l’elemento più critico e che rischia tutt’ora di mettere in gioco il futuro stesso del paese. A ciò si aggiunga il fatto che l’Igad - l’organizzazione regionale dell’Africa orientale, che aveva mediato anche il conflitto tra il Nord e il Sud Sudan - si è finora mostrata scarsamente efficace nel processo di mediazione, a causa soprattutto del macchinoso meccanismo che ne regola il funzionamento: attorno al tavolo siedono, infatti, i mediatori delegati dai paesi membri dell’organizzazione - l’etiope Seyom Mesfin è il mediatore capo, Sudan, Kenya e Uganda sono pure attivamente coinvolti nel processo - i rappresentanti delle due parti in conflitto, il gruppo degli undici politici arrestati, denominati ormai Splm-G11, i partiti d’opposizione, rappresentati da Lam Akol, capo della già citata fazione Splm-Dc, e i rappresentanti della società civile e dei leader religiosi, nominati attraverso un complicato percorso che ha dato adito a non poche contestazioni.

Tutti fattori che non giocano a favore di un accordo di pace finale, che resta ancora lontano dall’essere raggiunto. Alla crisi in Sud Sudan non sono estranei i paesi dell’area, in particolare il Sudan. All’interno della leadership di Giuba due fattori hanno provocato particolare tensione nei mesi precedenti la rottura: gli accordi con Khartoum, centrati in particolare sulla ripresa dell’estrazione del petrolio e sulla gestione dei suoi proventi, e il referendum di autodeterminazione per la zona petrolifera di Abyei, previsto dagli accordi di pace del 2005 e non ancora attuato. Il petrolio è infatti il più importante fattore di disaccordo tra i due paesi, separati soltanto da quattro anni. I giacimenti petroliferi si trovano concentrati soprattutto lungo il confine, dalla parte del Sud Sudan, che però non ha nessuna infrastruttura per la sua lavorazione e commercializzazione. Infatti, quando il paese era uno solo, il governo centrale se ne era garantito il controllo costruendo tutte le infrastrutture petrolifere nel nord. Dopo l’indipendenza del sud è stato perciò necessario trovare accordi sulla sua comune gestione, e dunque sulla divisione dei suoi proventi, che sono la parte più consistente delle entrate dei due paesi.

L’altro attore regionale che gioca un ruolo di primo piano nella crisi in Sud Sudan è l’Etiopia, che considera la stabilità del Sud Sudan una priorità strategica in termini di sicurezza regionale e di accesso alle risorse naturali, a partire dallo sfruttamento delle acque del fiume Nilo. Pubblicamente impegnato nei finora fallimentari colloqui di pace tra Kiir e Machar, il governo etiope ha infatti interessi rilevanti nella partita geopolitica regionale: il Sud Sudan può essere un alleato importante sia per quanto riguarda l’annosa questione della ripartizione delle acque del Nilo, sia dal punto di vista della sicurezza. In tale contesto, anche il governo del Sudan rappresenta per l’Etiopia un partner economico di primo piano nello scambio tra l’energia elettrica etiope e il petrolio sudanese. Il governo di Addis Abeba, capofila dei paesi dell’alto corso del Nilo, corteggia quello sudanese per allearselo nello storico antagonismo con l’Egitto, per lo sfruttamento delle acque del più lungo fiume del mondo. Alla luce di tutto ciò appare evidente come una soluzione duratura al conflitto risulti al momento alquanto difficile, anche alla luce degli accordi per il cessate il fuoco sinora mai rispettati.