Atlantide
16.02.2015 - 17:48
Analisi
 
Libia: l’Italia di fronte a una grande prova di maturità
16 feb 2015 17:48 - (Agenzia Nova) - La caduta di Sirte nelle mani di miliziani che rivendicano la loro appartenenza allo Stato islamico (Is) sta precipitando una crisi internazionale di maggiori proporzioni alle porte dell’Italia. E l’avvenuta decapitazione di 21 lavoratori egiziani di confessione copta rischia di accelerare sensibilmente i tempi di decisione ed effettuazione di un nuovo intervento militare oltremare che dovrebbe vedere impegnato anche il nostro paese. Da tempo Roma è destinataria di messaggi e sollecitazioni che le chiedono di assumere un ruolo di primo piano nella stabilizzazione della Libia. Il presidente statunitense Barack Obama ne parlò anche nella conferenza stampa con la quale concluse gli aspetti ufficiali della sua visita in Italia il 27 marzo scorso. Malgrado da allora non si siano osservati importanti passi in avanti da parte del nostro governo, la Libia non ha mai cessato di essere tra le principali preoccupazioni della nostra politica estera, a causa della sua prossimità geografica, degli interessi energetici che vi abbiamo e del problema rappresentato dal controllo dei flussi migratori.

L’accelerazione recente, in larga parte dettata dai successi colti dall’Is anche in Libia, ha tuttavia colto di sorpresa molti osservatori. Dopo una visita negli Stati Uniti, nel corso della quale aveva conferito tanto con autorità statunitensi quanto con i vertici dell’Onu, commentando i nuovi successi colti dai seguaci del Califfato sul suolo libico, il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ha affermato che “l’Italia è pronta a combattere”, ovviamente “all’interno di un quadro di legalità internazionale”, cioè una volta acquisito un mandato autorizzativo da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La sortita del titolare della Farnesina ha ricevuto immediato sostegno dal Presidente del Consiglio, che aveva a sua volta posto il problema rappresentato dalla Libia in occasione del più recente vertice europeo. Sulla vicenda, è poi intervenuto anche il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, sottolineando come l’Italia sia in grado di partecipare ad un eventuale intervento militare multinazionale con un contingente anche superiore ai 5.000 uomini raggiunti in passato in Afghanistan.

Non mancano però gli ostacoli, i problemi ed i rischi da affrontare. Intanto, mentre a Roma si pensa ad un’operazione che avrebbe a modello l’esperienza dell’Unifil II in Libano o, forse, quella della missione Alba del 1997, la situazione sul terreno libico non pare congeniale alla conduzione di attività di mantenimento della pace o, come si ama dire, di “peacekeeping”. Sul terreno della nostra ex colonia sono presenti infatti due Governi, due Parlamenti ed oltre 1.500 gruppi armati di varia estrazione, che annovererebbero nel complesso circa un milione di armati, tra i quali lo Stato Islamico sta facendo proseliti attingendo tanto al bacino qaedista dell’Ansar al-Sharia quanto tra gli adepti della Fratellanza Musulmana.

Lo prova quanto stanno dichiarando gli italiani rimpatriati da Tripoli, che parlano tutti di una presenza Isis ormai tangibile non solo a Bengasi ma anche nella capitale, che si ipotizzava sotto il saldo controllo della Brigata di Misurata. Dovremmo quindi pensare a un contingente pesantemente equipaggiato, la cui componente maggiore di fanteria e corazzati verrebbe da altri: probabilmente gli egiziani, che dispongono anche di un cospicuo quantitativo di carri armati Abrams.

Il brutale assassinio dei 21 malcapitati lavoratori copti, mediatizzato ieri, ha poi impresso un’accelerazione alla tempistica che mal si concilia con le esigenze italiane. Il generale al-Sisi ha convocato nella notte il proprio consiglio per la sicurezza nazionale ed ha inviato il suo Ministro degli Esteri a New York, presumibilmente con il compito di chiedere all’Onu l’adozione di una Risoluzione di condanna del crimine e forse un’autorizzazione ad intervenire militarmente. Quindi, ha ordinato l’effettuazione questa mattina di alcuni raid aerei contro Derna, capitale del Califfato in Libia, che ha fatto anche vittime civili,tra le quali si dice anche tre bambini.

Con la velocità che è propria delle sue istituzioni, si è mossa in queste ore anche la Francia, chiedendo una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza. E’ chiaro quindi che si farà alla svelta. Nel nostro Paese sono invece indispensabili alcuni passaggi: sull’eventuale uso della forza occorre infatti acquisire la valutazione preventiva del Capo dello Stato, se possibile attraverso il Consiglio Supremo di Difesa, e poi ottenere il via libera del Parlamento, anche solo a livello di Commissioni Esteri e Difesa, e persino da parte di una sola delle due Camere. E’ già accaduto in passato. Si tratta tuttavia in entrambi i casi di momenti politicamente assai delicati, destinati a consumare giorni preziosi, che dovrebbero essere invece dedicati alla costruzione di una coalizione credibile, di cui dovrebbero essere parte, oltre ai francesi che verrebbero in ogni caso a completare il lavoro del 2011, ed agli egiziani, anche britannici, forse i tedeschi e gli algerini. Non sarebbe inopportuno che l’Italia prospettasse in questo contesto anche il coinvolgimento dei russi, che dopo tutto con Parigi stanno rifornendo il Cairo di sofisticati materiali d’armamento.

E’ possibile che il Presidente del Consiglio veda in questa crisi un’opportunità per rilanciarsi e ripristinare il quadro politico pre-esistente all’elezione del Presidente della Repubblica, ricucendo il rapporto con Silvio Berlusconi in nome di un’emergenza nazionale. Il leader di Forza Italia si è dimostrato del resto disponibile ad assecondarlo. Ma proprio per questo motivo, oltre che per intrinseche convinzioni ideologiche, parte della maggioranza che sostiene l’attuale Governo avversa la prospettiva. Di qui, la prudenza affiorata nelle ultime ore a Palazzo Chigi, dove debbono essere giunte anche le preoccupazioni dei nostri militari, che hanno un’idea più precisa di cosa sta succedendo in Libia.

Non sarebbe infatti una passeggiata. A parte la difficoltà di farsi riconoscere la leadership dell’intervento avendo altri le componenti più forti sul terreno, l’Italia dovrebbe contemplare l’elevata probabilità di sostenere azioni di combattimento a fuoco, con un significativo numero di vittime, tanto tra i nostri militari, quanto tra gli avversari e gli eventuali civili nel mezzo. Occorrerebbe quindi associare allo svolgimento della missione anche una solida strategia comunicativa, di cui del resto si stanno già osservando i prodromi.

D’altra parte, esistono alternative? Dopo le dichiarazioni rese dai Ministri Gentiloni e Pinotti, i media dello Stato Islamico hanno iniziato ad attaccare il nostro Paese, ciò che costituisce obiettivamente un invito a colpirlo con attentati. In queste condizioni, rimanere del tutto passivi costituisce certamente un rischio aggiuntivo. L’Italia è attesa da una grande prova di maturità.