Corno d'Africa
05.02.2015 - 16:41
Analisi
 
Sud Sudan: progressi nel processo di pace, ma l’accordo finale è ancora lontano
5 feb 2015 16:41 - (Agenzia Nova) - L’intesa per la divisione dei poteri siglata domenica scorsa ad Addis Abeba dal presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, e dal suo ex vice diventato capo dei ribelli, Raiek Mechar, potrebbe portare ad un accordo di pace finale entro il mese di marzo e alla formazione di un governo di transizione di unità nazionale entro il mese di aprile. Questo, almeno, nelle intenzioni del governo di Giuba che, per bocca del ministro dell’Informazione, Michael Makuei Lueth, ha definito l’accordo sottoscritto ad Addis Abeba una “pietra miliare”. L’accordo segue quello sottoscritto lo scorso 21 gennaio ad Arusha, in Tanzania, per la riconciliazione tra le diverse fazioni appartenenti al Movimento di liberazione del popolo sudanese (Splm), lo storico partito al potere in Sud Sudan fin dall’indipendenza del 2011. In base al nuovo accordo , Salva Kiir resta presidente ma dovrà dare vita a un nuovo governo nominando Mechar suo vice che potrà contare anche sul 30 per cento dei ministri del nuovo esecutivo.

Resteranno infine gli attuali 332 membri del parlamento ai quali se ne aggiungeranno altri 68, il 30 per cento dei quali faranno capo al leader ribelle. Sono molte, tuttavia, le questioni ancora rimaste ancora in sospeso: restano tutte da negoziare, infatti, le “percentuali” per l’allocazione di ministeri e posti chiave nel governo di unità che dovrà nascere. Secondo quanto affermato dal portavoce dei ribelli, Gatdet Dak, l’intesa riguarda “solo il mandato dell’esecutivo di unità e non la struttura di comando né le quote di suddivisione del potere come sostenuto da alcuni mezzi di informazione”. Stando alla lettera del documento, promosso dai mediatori dell’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (Igad), l’esecutivo dovrà restare in carica 30 mesi, un periodo nel quale avrà il compito di porre le basi per nuove elezioni, avviare un processo di riconciliazione e assistere i quasi due milioni di profughi costretti a lasciare le proprie case dal conflitto.

Un altro punto ancora oggetto di frizioni è quello relativo alla poltrona di vicepresidente: la delegazione del governo ha proposto la nomina di "due vicepresidenti con pari dignità", mentre i mediatori dell’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (Igad)hanno proposto che uno dei due vicepresidenti sia espressione dell'opposizione armata guidata da Riek Machar, in sostituzione dello storico collaboratore di Kiir, James Wani Igga, attuale segretario generale del Splm. L’esistenza di questi ostacoli pone quindi i negoziati in corso lungo un percorso assai fragile: già in precedenza, infatti, i due accordi per il cessate il fuoco - sottoscritti il 23 gennaio e il 9 maggio scorsi - erano falliti e i presupposti per un negoziato di pace realmente risolutivo sembrano pertanto ancora deboli. Innescato essenzialmente da ragioni di potere, il conflitto in Sud Sudan ha infatti via via assunto connotazioni etniche che hanno portato a gravissime conseguenze in termini di massacri di civili e di distruzioni di intere città e infrastrutture pubbliche, in particolare negli stati di Jongley, dell’Alto Nilo e di Unity, ricchi di giacimenti petroliferi, dove da sempre convivevano le etnie dinka e nuer.

È proprio questa connotazione etnica, contrapposta ad uno scontro prettamente politico, l’elemento più critico e che rischia tutt’ora di mettere in gioco il futuro stesso del paese. A ciò si aggiunga il fatto che l’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (Igad) - l’organizzazione regionale dell’Africa orientale, che aveva mediato anche il conflitto tra il Nord e il Sud Sudan - si è finora mostrata scarsamente efficace nel processo di mediazione, a causa soprattutto del macchinoso meccanismo che ne regola il funzionamento: attorno al tavolo siedono, infatti, i mediatori delegati dai paesi membri dell’organizzazione - l’etiope Seyom Mesfin è il mediatore capo, Sudan, Kenya e Uganda sono pure attivamente coinvolti nel processo - i rappresentanti delle due parti in conflitto, il gruppo degli undici politici arrestati, denominati ormai Splm-G11, i partiti d’opposizione, rappresentati da Lam Akol, capo della già citata fazione Splm-Dc, e i rappresentanti della società civile e dei leader religiosi, nominati attraverso un complicato percorso che ha dato adito a non poche contestazioni.

Tutti fattori che non giocano a favore di un accordo di pace finale, che resta ancora lontano da raggiungere. Tuttavia gli indubbi progressi compiuti con l’accordo di riconciliazione all’interno del Splm, prima, e con l’accordo per la spartizione dei poteri, dopo, sembrano poter costituire un presupposto da cui partire per porre fine a 13 mesi di un conflitto che finora ha provocato 1,4 milioni di sfollati interni e oltre 600 mila rifugiati nei paesi vicini.