Corno d'Africa
29.01.2015 - 13:37
Analisi
 
Sud Sudan: l’accordo siglato all’interno del Splm ridà nuova linfa al processo di pace
29 gen 2015 13:37 - (Agenzia Nova) - L’accordo per l’unificazione che le diverse fazioni appartenenti al Movimento di liberazione del popolo sudanese (Splm) - lo storico partito al potere in Sud Sudan fin dall’indipendenza del 2011 - hanno siglato lo scorso 21 gennaio ad Arusha, in Tanzania, rappresenta l’ultima di una serie di tappe nel lungo e travagliato percorso verso la stabilità che dovrebbe accompagnare il “paese più giovane del mondo”. L’accordo, di 12 pagine, è stato firmato dal presidente Salva Kiir e dal leader dell'opposizione, Riek Machar, sotto la mediazione del Partito della rivoluzione della Tanzania, ed è stato accolto con favore dal segretario generale delle Nazioni Unite, Ban-Ki moon, che in una dichiarazione rilasciata questa settimana ne ha chiesto l’“immediata attuazione”, ribadendo l’invito a rispettare la cessazione delle ostilità e incoraggiando i firmatari a “risolvere i problemi di leadership all’interno del Splm”.

Il capo delle Nazioni Unite ha ricordato alle parti che "il tempo stringe" e le ha esortate a sfruttare l'opportunità offerta dal prossimo vertice dell'Autorità intergovernativa per lo sviluppo (Igad), in programma alla fine di quest'anno, per raggiungere un accordo di pace definitivo che ponga fine al conflitto che sta insanguinando il paese dal dicembre 2013. Parlando all’emittente “Radio Miraya” dopo l’accordo di Arusha, il capo della delegazione governativa del Splm, Daniel Awet Akot, ha affermato che “l’accordo di riunificazione ha diversi obiettivi: l'obiettivo principale è quello di riunificare tutte le fazioni del Splm per portare avanti le riforme nel partito e nel paese. Abbiamo concordato questioni politiche, organizzative e di leadership, in uno spirito di riconciliazione e di riunificazione. Si tratta di un passo molto importante verso l'unità del nostro popolo e la risoluzione del conflitto", ha detto.

Nelle intenzioni delle parti contraenti, ha spiegato Akot, l'accordo di riunificazione ha l’obiettivo di predisporre una tabella di marcia per porre fine ad un conflitto che finora ha provocato 1,4 milioni di sfollati interni e oltre 600 mila rifugiati nei paesi vicini (Uganda, Etiopia, Sudan e Kenya). L’accordo invita inoltre le fazioni in lotta a rispettare e attuare i due accordi di cessate il fuoco firmati il 23 gennaio e il 9 maggio scorsi ad Addis Abeba, entrambi rimasti finora disattesi. Secondo Lam Akol, leader del Movimento di liberazione del popolo sudanese di opposizione per il cambiamento democratico (Splm-Dc), sebbene ci sia ancora molto da fare, l'accordo rappresenta un buon passo verso l'unità della leadership e può costituire “un buon punto di partenza” verso la ripresa dei negoziati di pace di Addis Abeba.

Le divisioni all’interno del Splm erano iniziate nel corso del 2013 con lo scioglimento, da parte del presidente Salva Kiir, del governo e con la sospensione del vicepresidente Machar e del segretario generale del Splm, Pagan Amum, accusato di cattiva gestione del partito e incitamento alla violenza. La decisione di Kiir azzerò di fatto i delicati equilibri di rappresentanza politica della popolazione, ancora fortemente legata all’appartenenza e fedeltà etnica, finché i dissidenti non arrivarono a tacciare apertamente Kiir di deriva autoritaria, innescando uno scontro che nella notte tra il 14 e 15 dicembre 2013 sfociò in conflitto armato. Tra gli elementi che hanno fatto da miccia al conflitto in Sud Sudan, uno dei principali è costituito proprio dalle diatribe sulla gestione interna del partito al potere, diretta emanazione del movimento di liberazione, che non ha conosciuto le trasformazioni necessarie a farlo diventare un partito politico di governo.

Nelle due parti ora in conflitto si possono infatti riconoscere i due gruppi che per mesi si sono confrontati sulla governance, e in definitiva sul metodo di controllo, del partito: il gruppo del vicepresidente Rieck Machar, di cui fa parte anche il segretario stesso del partito, Pagan Amun, che spingeva per una democratizzazione interna, e dunque per l’elezione degli organi statutari a scrutinio segreto; e quello del presidente Kiir, che invece sosteneva la nomina degli stessi per acclamazione, cosa che avrebbe perpetuato, con ogni probabilità, il mantenimento del gruppo al potere. Controllare l’Splm, in pratica, significa controllare il paese e tutte le sue abbondanti risorse, petrolio in testa, dunque la posta è altissima anche dal punto di vista economico. Innescato essenzialmente da ragioni di potere, il conflitto in Sud Sudan ha poi via via assunto connotazioni etniche che hanno portato a gravissime conseguenze in termini di massacri di civili e di distruzioni di intere città e infrastrutture pubbliche, in particolare negli stati di Jongley, dell’Alto Nilo e di Unity, ricchi di giacimenti petroliferi, dove da sempre convivevano le etnie dinka e nuer. È proprio questa connotazione etnica, contrapposta ad uno scontro prettamente politico, l’elemento più critico e che rischia tutt’ora di mettere in gioco il futuro stesso del paese.

Alla crisi in Sud Sudan non sono estranei, ovviamente, i paesi dell’area, in particolare il Sudan. All’interno della leadership di Giuba due fattori hanno provocato particolare tensione nei mesi precedenti la rottura: gli accordi con Khartoum, centrati in particolare sulla ripresa dell’estrazione del petrolio e sulla gestione dei suoi proventi, e il referendum di autodeterminazione per la zona petrolifera di Abyei, previsto dagli accordi di pace del 2005 e non ancora attuato. Il petrolio è infatti il più importante fattore di disaccordo tra i due paesi, separati soltanto da quattro anni. I giacimenti petroliferi si trovano concentrati soprattutto lungo il confine, dalla parte del Sud Sudan, che però non ha nessuna infrastruttura per la sua lavorazione e commercializzazione. Infatti, quando il paese era uno solo, il governo centrale se ne era garantito il controllo costruendo tutte le infrastrutture petrolifere nel nord. Dopo l’indipendenza del sud è stato perciò necessario trovare accordi sulla sua comune gestione, e dunque sulla divisione dei suoi proventi, che sono la parte più consistente delle entrate dei due paesi.

L’altro attore regionale che gioca un ruolo di primo piano nella crisi in Sud Sudan è l’Etiopia, che considera la stabilità del Sud Sudan una priorità strategica in termini di sicurezza regionale e di accesso alle risorse naturali, a partire dallo sfruttamento delle acque del fiume Nilo. Pubblicamente impegnato nei finora fallimentari colloqui di pace tra Kiir e Machar, il governo etiope di Hailemariam Desalegn ha infatti interessi rilevanti nella partita geopolitica regionale: il Sud Sudan può essere un alleato importante sia per quanto riguarda l’annosa questione della ripartizione delle acque del Nilo, sia dal punto di vista della sicurezza. In tale contesto, anche il governo del Sudan rappresenta per l’Etiopia un partner economico di primo piano nello scambio tra l’energia elettrica etiope e il petrolio sudanese. Il governo di Addis Abeba, capofila dei paesi dell’alto corso del Nilo, corteggia quello sudanese per allearselo nello storico antagonismo con l’Egitto, per lo sfruttamento delle acque del più lungo fiume del mondo.

Inoltre la presenza di qualcuno che tenga impegnata Khartoum sul suo confine meridionale si traduce, nelle intenzioni dell’Etiopia, in una diminuzione dell’aiuto che dalla capitale sudanese arriva all’Eritrea, storica rivale di Addis Abeba, e da qui ai ribelli sud sudanesi, che rappresentano un altro possibile rischio per la stabilità etiope. Il ruolo centrale giocato dall’Etiopia in Sud Sudan, del resto, era stato messo in luce già in occasione dell’indipendenza di Giuba da Khartoum, avvenuta il 9 luglio 2011, che aveva fatto del Sud Sudan il secondo stato dell’Africa sub-sahariana, e in particolare del Corno d’Africa, ad aver compiuto una secessione in deroga ai principi di conservazione dei confini ereditati dal periodo coloniale sanciti nel 1964 dall’Organizzazione per l’unità africana, oggi Unione Africana (Ua). In quel frangente Addis Abeba si era posta come mediatore della crisi confinaria legata alla provincia di Abyei, ricca di riserve petrolifere e dunque preziosa sia per il governo di Khartoum che per quello di Giuba.

Per ora non si vede luce in fondo al tunnel nell’intricato conflitto sud sudanese. L’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (Igad) - l’organizzazione regionale dell’Africa orientale, che aveva mediato anche il conflitto tra il Nord e il Sud Sudan - si è assunta il difficile incarico di trovare una soluzione politica alla crisi. Attorno al tavolo siedono i mediatori delegati dai paesi membri dell’organizzazione - l’etiope Seyom Mesfin è il mediatore capo, Sudan, Kenya e Uganda sono pure attivamente coinvolti nel processo - i rappresentanti delle due parti in conflitto, il gruppo degli undici politici arrestati, denominati ormai Splm-G11, i partiti d’opposizione, rappresentati da Lam Akol, capo della già citata fazione Splm-Dc, e i rappresentanti della società civile e dei leader religiosi, nominati attraverso un complicato percorso che ha dato adito a non poche contestazioni.

Dall’inizio della mediazione, nel gennaio 2014, numerosi sono stati gli incontri ad Addis Abeba, sede dei negoziati, e parecchi documenti sono stati elaborati e firmati dalle due parti, tuttavia nessuna firma è stata finora onorata. Non quelle che prevedevano il cessate il fuoco, apposte il 23 gennaio e il 9 maggio, e neppure l’ultima, del 10 giugno, che impegnava i due contendenti, tra le altre cose, ad un processo di mediazione inclusivo e aperto agli altri attori della società sud sudanese, e ad un percorso diretto alla formazione di un governo provvisorio di unità nazionale nell’arco di 60 giorni. Ora la firma dell’accordo di Arsha pone un ulteriore tassello verso il complesso percorso verso la pace: l’unità del partito al potere, del resto, rappresenta il presupposto essenziale per un serio negoziato che ponga fine a 13 mesi di conflitto.