Atlantide
27.01.2015 - 15:18
Analisi
 
Ue: la Bce vara il Quantitative Easing, ma beneficiarne sarà soprattutto la Germania
27 gen 2015 15:18 - (Agenzia Nova) - Ponendo fine ad indiscrezioni che si susseguivano da mesi, di fronte all’evidente rallentamento delle attività economiche in Eurolandia, il board della Banca centrale europea (Bce) si è finalmente risolto il 22 gennaio scorso a varare il tanto atteso “Quantitative Easing” con il quale si dovrebbe aiutare l’innesco della ripresa. E’ certamente un passo positivo, anche se siamo in presenza di un programma di interventi più modesto ed indiretto di quello che occorrerebbe davvero per rilanciare decisivamente le economie del Vecchio Continente. Nel dettaglio, la Bce finanzierà un piano di acquisti di titoli dei debiti sovrani della zona euro d’importo pari a 60 miliardi mensili, a partire dal prossimo marzo e per almeno un anno e mezzo, periodo al termine del quale si valuterà se prorogarlo ulteriormente o meno.

Il tutto comporterà l’immissione di non meno di 1.140 miliardi di euro di moneta fresca, circostanza che incrementerà sensibilmente le passività dell’istituto europeo di emissione, scese a circa 2.000 miliardi, dopo il recupero dei 1.000 miliardi concessi alle banche europee nel 2012 nell’ambito delle Long Term Refinancing Operation con cui si diede respiro ai mercati dei debiti sovrani, il cui crollo aveva minacciato nel 2011 la sopravvivenza stessa della divisa unica. Gli acquisti non saranno operati alla fonte, ma sul mercato secondario. Conformemente ai Trattati vigenti, la Bce continuerà così ad astenersi dal fare ciò per cui le banche centrali vennero a suo tempo create, cioè prestare soldi a prezzo politico agli stati.

L’Eurotower tuttavia espanderà finalmente la base monetaria, di cui venne permessa improvvidamente la contrazione circa due anni fa: scelta che deve aver contribuito non poco alla deflazione in atto. Condizionato dal pregiudizio keynesiano secondo cui la variabile chiave della politica monetaria sono i tassi d’interesse, effettivamente abbassati ai minimi livelli possibili, Mario Draghi aveva a suo tempo molto probabilmente sottovalutato gli effetti perversi che avrebbe potuto dispiegare una così drammatica contrazione della massa monetaria. A quell’errore si pone ora rimedio.

L’immissione della nuova moneta in circolazione avverrà rifornendo di euro gli istituti di credito dell’Eurozona, che in cambio cederanno quote corrispondenti dei titoli nei loro portafogli. In questo modo, dovrebbe esser loro permesso di tornare a prestare denaro agli imprenditori che ne faranno richiesta. Il miglioramento delle percezioni e delle aspettative dovuto al Quantitative Easing concorrerebbe ad incoraggiarli, accentuando ulteriormente gli effetti dell’impulso espansivo della mossa attuata dalla Bce. La persistente debolezza del cambio dovrebbe fare il resto. E’ forse proprio su queste basi che la Confindustria italiana parla di una possibile impennata all’1,8 per cento del tasso di crescita reale del Prodotto interno lordo del nostro paese. Lo “spin” è di sicuro una componente essenziale della strategia che è stata messa in campo.

Fin qui tutto bene. Tuttavia, il varo del piano e le sue stesse dimensioni, ben superiori a quelle attese alla vigilia, sono stati pagati da Draghi con importanti concessioni al partito del rigore, guidato dal tedesco Jens Weidmann e partecipato dai rappresentanti di Austria, Estonia ed Olanda. Sono due quelle di maggior impatto. Innanzitutto, per evitare trasferimenti occulti di ricchezza tra gli stati membri dell’Unione economica e monetaria, è stato stabilito che gli acquisti dei titoli dei debiti sovrani dei singoli paesi avverranno proporzionalmente alla partecipazione delle rispettive banche centrali nazionali al capitale della Bce. Sarà quindi inopinatamente la Germania a beneficiare maggiormente del Quantitative Easing, mentre non potrà essere destinato ai Bot e Cct italiani più del 12 per cento dei soldi messi a disposizione dall’Eurotower. A quanto corrisponda questa percentuale è oggetto di stime discordi: si va da un minimo di circa 80 miliardi di euro a circa 120 di qui fino al settembre 2016. E’ comunque qualcosa, anzi tanto, ma certo non una panacea, specialmente se si pensa che nel 2015 il Tesoro del nostro paese dovrà collocare sul mercato circa 400 miliardi di titoli del nostro debito sovrano (l’intero stock ammonta ad oltre 2.100 miliardi, con una vita media di 7-7,5 anni). Del resto, gli stati “del Nord Europa” erano determinatissimi ad evitare che il Quantitative Easing potesse essere considerato da qualcuno come una specie di autorizzazione implicita a ripristinare le politiche di “deficit spending” sradicate dal nostro continente circa trent’anni fa. Sta di fatto, però, che i paesi più ricchi di Eurolandia riceveranno molti più soldi di quelli meno forti, accentuando paradossalmente le divaricazioni già esistenti. Berlino ha incredibilmente vinto ancora un’altra volta.

Non meno rilevante il secondo laccio del “corsetto” stretto intorno alla manovra: il grosso dei titoli provenienti dagli istituti di credito dovrà infatti essere rilevato dalle banche centrali nazionali, che si assumeranno anche l’80 per cento del rischio connesso ad un eventuale default del proprio paese. Nei forzieri della Bce, che garantirà il residuo 20 per cento, ne giungerà soltanto l’8 per cento. Gli analisti si affrettano a sottolineare come l’ipotesi di un fallimento sia remota, chissà su quali basi, data l’estrema volatilità del clima politico in Europa, attestata anche dal trionfo di Syriza in Grecia, e considerato l’allargamento della forbice tra gli interessi praticati negli Stati Uniti ed in Eurolandia: fattori che potrebbero a certe condizioni anche alimentare forti fughe di capitali.

Tuttavia, il fatto davvero nuovo è un altro: ed è la circostanza che a 15 anni dall’introduzione della divisa unica, le banche centrali nazionali siano chiamate per la prima volta a riassumere parte delle responsabilità per la solvibilità dei propri stati che avevano dismesso, a causa del rifiuto della Bundesbank di sottoscrivere fino in fondo le implicazioni del Quantitative Easing. Si è così dilatata la zona grigia dei dubbi sulle prospettive della divisa unica. Il pendolo sta in qualche modo tornando indietro, con gran soddisfazione di statunitensi, britannici e, probabilmente, anche russi. Come è stato rilevato da David Marsh e George Friedman, per effetto di questa condizione imposta a Draghi, l’Unione economica e monetaria europea è destinata a sperimentare in futuro più intense pulsioni nazionalistiche. E’ stato infatti formalmente interrotto il movimento verso l’affermazione di un’Europa intesa come comunità di destini, in favore di una netta rivalutazione della dimensione statale nazionale, fatto che difficilmente sarà privo di effetti a più lungo termine. E’ del resto una tendenza forte, questa, che sta affiorando anche in altri campi, come prova l’intensificarsi delle richieste di revisione degli accordi di Schengen registratosi in seguito all’acuirsi della minaccia terroristica dopo gli attentati di Parigi ed, ancor prima, a causa delle evidenti difficoltà incontrate dall’Italia ed alcuni altri stati dell’Unione nel garantire l’impermeabilità delle proprie frontiere esterne.
 
Arabia Saudita: morto re Abdullah cambiano gli equilibri ai vertici, tornano i Sudairi
27 gen 2015 15:18 - (Agenzia Nova) - Nel fine settimana scorso, il 23 gennaio, è scomparso il monarca saudita Abdullah, novantunenne e da tempo malato: evento le cui implicazioni non sono ancora ben chiare ma sono potenzialmente assai rilevanti. Sono infatti in gioco a Riad le sorti del paese che amministra le maggiori riserve energetiche mondiali ed esercita una funzione di guida nel mondo musulmano. Abdullah governava di fatto l’Arabia dal 1995, anno in cui re Fahd venne colpito dall’ictus che lo avrebbe incapacitato fino alla morte, intervenuta nel 2005, ed ha svolto un ruolo fondamentale nelle complesse politiche che sono state poste in essere, da un lato, per arginare il dilagare della Fratellanza Musulmana in tutti i paesi interessati dalle cosiddette “primavere arabe” e, dall’altro, per intralciare i recenti progressi del processo di riconciliazione tra gli Stati Uniti e l’Iran. Sono stati i plenipotenziari di Abdullah a destabilizzare negli anni appena trascorsi l’Egitto del presidente eletto Mohammed Morsi, finanziando tanto i movimenti radicali salafiti che vi si opponevano quanto i gruppi laici e, soprattutto, l’Esercito del generale al Sisi. Ed è dalla sua corte che è stato fatto lo sforzo inizialmente maggiore per armare i jihadisti in lotta in Siria tanto contro Assad, sostenuto da Teheran, quanto contro i Fratelli Musulmani che pure egualmente lo avversavano con l’aiuto di Qatar e Turchia. Da ultimo, la preoccupazione di un successo degli Ikhwan in Yemen aveva indotto il vecchio monarca a considerare in quel paese a loro preferibili persino gli sciiti Houti, alleati dell’Iran, che sembrano essersi proprio in questi giorni impossessati anche della capitale Sana’a.

Ad Abdullah si deve anche la scelta di espandere l’offerta di greggio che è alla radice del recente dimezzamento dei prezzi petroliferi: una mossa diretta a condizionare principalmente l’Iran, secondo gli esperti del settore, ma oggettivamente anche sensibilmente anti-russa, poiché al di sotto di certe soglie il petrolio siberiano viene venduto sottocosto, e negativa persino per quella parte dell’industria energetica statunitense che ha scommesso sull’ampliamento del business della fatturazione idraulica. Pur essendo alla testa di un paese formalmente alleato degli Stati Uniti dal lontano 1945, Abdullah si era comportato negli ultimi anni come un nemico di Washington, osteggiando insieme al premier israeliano Benjamin Netanyahu i pilastri della politica mediorientale perseguita dal presidente Usa Barack Obama, circostanza che spiega i commenti generalmente positivi riservati dalla stampa israeliana alla figura del monarca appena scomparso.

Il profilo antagonista di Abdullah spiega probabilmente il grande interesse dimostrato dalla Casa Bianca nell’avvicinare al più presto i nuovi uomini forti di Riad. Obama ha tagliato la parte finale della sua visita ufficiale all’India, dove si è recato a scongelare il patto di cooperazione nucleare bilaterale firmato dal suo predecessore George Walker Bush, per precipitarsi in Arabia Saudita dove, in effetti, re Salman bin Abdulaziz ed il suo clan hanno già operato diversi avvicendamenti cruciali.

Per quanto nel suo primo indirizzo di saluto il nuovo monarca saudita abbia inteso sottolineare che la sua politica si svilupperà nel solco della continuità con quella del predecessore, alcune scelte provano che potrebbe non essere così. “Sudairo” – cioè figlio di Hissa al Sudairi, moglie favorita del re fondatore dell’Arabia Saudita moderna, al contrario del suo immediato predecessore che invece era nato da una donna sposata da Abdulaziz Ibn al Saud in segno di pace e riconciliazione con la più irriducibile delle tribù sue avversarie, appena sconfitta – Salman ha allontanato dal potere gli artefici delle politiche egiziana e siriana di Abdullah prima addirittura che questi venisse sepolto, sostituendoli con alcuni sudairi della cosiddetta “terza” generazione, fulmineamente piazzati in posizioni chiave sia dal punto di vista della linea di successione che da quello dell’esercizio del potere concreto.

Il regno di Salman, settantanovenne e malato di Alzheimer, potrebbe del resto essere breve e debole. E Muqrin, teoricamente suo primo successore, non è ritenuto particolarmente forte. Sarebbe così Mohammed bin Nayef, titolare degli Interni e nuovo vice principe ereditario, l’uomo fondamentale dei futuri equilibri politici a Riad. Una persona i cui orientamenti debbono conseguentemente essere sondati quanto prima. Spetterà invece al figlio del nuovo re Salman, anch’egli naturalmente un sudairo, il compito di blindare i nuovi assetti come nuovo ministro della Difesa.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan è stato rapidissimo nel precipitarsi nella capitale saudita, complice un viaggio in Somalia da tempo programmato. Obama ha mostrato una fretta non minore. Se davvero, come qualcuno mormora, nel regno degli Al Saud sta assumendo il potere un gruppo dirigente disponibile a ricucire con la Fratellanza Musulmana per recuperare consensi ed evitare di essere travolto in futuro da qualche processo rivoluzionario, quella che si profila potrebbe essere un’occasione da non perdere per ricucire.