Atlantide
13.01.2015 - 09:59
ANALISI
 
La strage di Parigi: un’analisi a caldo
13 gen 2015 09:59 - (Agenzia Nova) - La strage compiuta il 7 gennaio da estremisti islamici a Parigi rappresenta un punto di svolta per la Francia, e più in generale per la politica internazionale. Un evento che per certi versi può essere paragonato all’attacco alle Torri gemelle di New York, perpetrato l’11 settembre del 2011. Per capire chi possa aver organizzato l’azione e quali possano esserne le conseguenze, conviene partire da alcuni punti fermi. I due fratelli d’origine algerina avevano evidentemente seguito corsi d’addestramento e, vista la calma mostrata nell’esecuzione della strage, avevano probabilmente già partecipato ad azioni di combattimento in Siria. In effetti, a quanto risulta il più giovane, Cherif Kouachi, avrebbe compiuto diversi viaggi in Siria, mentre il maggiore, Said Kouachi, ha frequentato campi d’addestramento nello Yemen. L’errore dei due che, all’inizio dell’azione s’infilano nel portone sbagliato, ingannati dalla targhetta che indica l’archivio del settimanale Charlie Hébdo, invece della redazione, sembra dimostrare che ad effettuare i sopralluoghi preparatori non siano stati i due assalitori, ma altri. Le armi da guerra utilizzate non sono di facile reperimento nemmeno sul mercato nero, e certamente non per due teppistelli di quartiere. I fratelli algerini non erano quindi due semplici balordi isolati, ma due fanatici formati, seguiti, preparati e armati da qualcuno che aveva la possibilità di farlo. Assai più ingenuo, e certamente non addestrato, era il nero Amedy Coulibaly, loro amico e sodale, il quale infatti cede al panico alla prima difficoltà, freddando una vigilessa. Diversa la figura della sua fidanzata, Hayat Boumedienne, anch’essa d’origine algerina, la quale significativamente fugge in Siria prima dell’azione, recandosi prima in Spagna, poi in volo ad Istanbul, e infine via terra verso la frontiera siriana . E’ assai probabile che non potesse rischiare di essere catturata viva.

La strage di Parigi colpisce in modo diretto o indiretto quattro paesi in particolare. La Francia prima di tutto, sfidata e offesa nei suoi valori fondanti, che paga un notevole tributo di sangue. Israele, che vede ancora una volta i suoi figli perseguitati e uccisi da terroristi islamici. Colpita, anche se indirettamente, è la Turchia, le cui autorità hanno lasciato passare la giovane Boumedienne, così come migliaia di altri islamisti radicali impegnati nella “guerra santa”. La Turchia, che pur aderendo alla Nato si è sempre rifiutata di concedere le proprie basi militari per l’offensiva aerea contro lo Stato islamico. La Turchia che sostiene i combattenti islamici radicali contro il regime di Assad e che ora difficilmente potrà mantenere la linea politica fin qui seguita. Il quarto paese, anch’esso colpito indirettamente, è l’Arabia Saudita, per l’atteggiamento accondiscendente tenuto nei confronti di numerose formazioni islamiste, a partire dalla stessa al Qaeda, nata da una costola del regno. A ben vedere, si tratta dei quattro paesi che, fino ad oggi, si sono opposti strenuamente ai negoziati con l’Iran. Solo la Francia, tra essi, fa parte del “quintetto” che partecipa ai colloqui con l’Iran. Ancora un paio di giorni prima della strage, al primo filtrare di voci sulla ripresa dei negoziati, il presidente Hollande aveva detto che “se non ci sarà una dichiarazione chiara da parte dell’Iran sulla sua rinuncia totale alle armi nucleari, non ci sarà nessun accordo. La Francia non indietreggerà su questo punto. Resterà assolutamente ferma”. Una posizione rigida che ora potrebbe mutare.

La strage di Parigi avrà conseguenze importanti sullo scenario internazionale. La Francia appare oggi unita contro i terroristi, e certamente è oggi un paese diverso. Ma la fotografia che ritrae il presidente François Hollande ed il suo predecessore, Nicolas Sarkozy, marciare insieme a numerosi capi di stato e di governo, mostra due leader inappellabilmente legati al passato. Non che il proscenio possa essere occupato da Marine Le Pen, la quale non ha nemmeno partecipato alla manifestazione che, insieme ai capi di stato e di governo di decine di paesi, ha visto la partecipazione emotiva di tutta la Francia. La sua vicinanza alla Russia di Vladimir Putin, del resto, pare condannarla all’opposizione. La scena politica francese, a medio termine, sarà dunque occupata da uomini o donne nuovi, capaci d’interpretare i sentimenti maggioritari d’indignazione, orgoglio e inclusione, ma anche una politica internazionale meno assertiva. Del resto, l’incapacità dimostrata dai servizi d’intelligence e dalle forze dell’ordine nel prevenire e nel rispondere all’attacco costerà probabilmente il posto a qualche dirigente. E’ ben possibile che lo stesso ministro dell’Interno, Bernard Cazeneuve, sia nel prossimo futuro costretto a dimettersi. La strage potrebbe dunque avere, tra le sue conseguenze, la decapitazione dei vertici della sicurezza dello stato, e la loro sostituzione con nuovi elementi. L’appartenenza rivendicata dai terroristi ad al Qaeda ed allo Stato islamico non potrà non provocare un brusco raffreddamento delle relazioni con l’Arabia Saudita, che ha stanziato 13,6 miliardi di euro per acquistare navi da guerra francesi, 2,7 miliardi per ammodernare il sistema anti-aereo e 3,0 miliardi per comprare armi leggere francesi donate all’esercito libanese. Le relazioni saranno probabilmente meno in sintonia anche con la Turchia, paese con il quale la Francia ha condiviso almeno tre importanti obiettivi di politica mediorientale: la guerra di Libia, il tentativo di scatenare l’intervento internazionale in Siria e l’opposizione ai negoziati con l’Iran. Il primo segnale di un raffreddamento è del resto già evidente: il premier di Ankara, Ahmet Davutoglu, ha partecipato alla manifestazione di Parigi in rappresentanza di un paese che incarcera decine di giornalisti, stigmatizzando inoltre l’islamofobia, cosa che ha sollevato le prime polemiche. Quanto alle relazioni con Israele, non potranno giovarsi dell’appello che il primo ministro Benjamin Netanyahu, anch’egli giunto a Parigi per la marcia contro il terrore, ha lanciato agli ebrei francesi, affinché lascino il paese e si trasferiscano in Israele.

Le formazioni di al Qaeda e quelle dello Stato islamico, per quanto diverse esse siano, sono ormai collegate indissolubilmente nell’immaginario collettivo dell’Occidente. L’offesa subita dalla Francia, uno dei paesi più potenti del mondo, membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu, dell’Unione europea e della Nato, non potrà non essere vendicata, pena una brusca perdita di credibilità nei confronti della comunità internazionale. Così come fecero gli Stati Uniti dopo l’11 settembre, non è escluso che la Francia possa invocare l’articolo 5 del Trattato dell’Atlantico del Nord, che impone ai paesi Nato di accorrere in difesa dell’alleato attaccato. La Turchia, in un simile frangente, non potrebbe più tirarsi indietro. Un’offensiva militare, probabilmente a guida Nato, contro Stato islamico e milizie affiliate ad al Qaeda, non potrà tardare. Le aree occupate dal “califfato” in Siria e in Iraq saranno un obiettivo primario di ogni eventuale offensiva, e ad oggi non si può nemmeno escludere la possibilità di truppe a terra, anche se una massiccia campagna aerea potrebbe cambiare gli equilibri sul campo in modo determinante. Se in Iraq un nuovo governo di coalizione nazionale è già costituito, e si avvertono i primi segnali di riduzione del sostegno tribale agli islamisti, in Siria il dopoguerra è tutto da costruire. Probabilmente agli alauiti sarà consentito di mantenere l’egemonia, magari in cambio della consegna di Assad al Tribunale penale internazionale.

Il brusco ridimensionamento dell’influenza di Arabia Saudita e Turchia, il cambio di linea che la Francia imporrà alla propria politica mediorientale e, forse, le prossime elezioni politiche in Israele, renderanno assai meno arduo l’accordo con l’Iran. Ne è prova il tempestivo appello che proprio oggi, lunedì 12 gennaio, Papa Francesco ha lanciato in favore di un’intesa che consenta all’Iran “l’utilizzo dell’energia nucleare per scopi pacifici”. La conclusione positiva dei negoziati rappresenterebbe un grande successo per il presidente iraniano, Hassan Rohani, che ha già ventilato la possibilità di sottoporre il risultato a referendum popolare. Teheran tornerebbe a pieno titolo nel consesso delle nazioni, contribuendo all’equilibrio di potenze nel Medio Oriente: uno sviluppo che sarebbe di grande beneficio per il sistema produttivo dell’Italia, paese storicamente considerato come amico dagli iraniani. L’intesa sul nucleare di Teheran rappresenterebbe un notevole successo anche per la diplomazia della Russia, che potrebbe godere i benefici della distensione in Medio Oriente. Il presidente Vladimir Putin non potrebbe comunque aspettarsi un cambiamento di atteggiamento dell’Occidente nei confronti dell’Ucraina, almeno fino alla fine del mandato presidenziale di Barack Obama. L’accordo con l’Iran, dopo quello raggiunto con la Cuba dei Castro, rappresenterebbe un grande successo per Obama, il quale potrebbe essere tentato dall’idea di forzare la mano anche ad Israele, con l’obiettivo di arrivare a un nuovo trattato tra arabi ed israeliani. Sarebbe un risultato epocale, ma già i successi con Cuba e l’Iran sarebbero sufficienti per consegnare Obama alla storia. Quanto e come ciò influirebbe sulla corsa per la presidenza degli Stati Uniti, resta da vedere. (f.s)