Atlantide
07.01.2015 - 17:11
ANALISI
 
Vaticano: forte attivismo diplomatico della Santa Sede, apertura di Francesco alla Cina
7 gen 2015 17:11 - (Agenzia Nova) - Tra i grandi attori della politica internazionale, nello scorcio finale del 2014 la Santa Sede di Papa Francesco è certamente fra quelli che si sono fatti maggiormente notare per dinamismo ed intraprendenza. Non sempre gli analisti collocano nella sua corretta dimensione l’azione diplomatica del Vaticano. Faticano, infatti, a comprenderla, tanto per l’obiettiva compresenza di obiettivi di natura politica e religiosa tra le sue determinanti, quanto per l’orizzonte temporale delle iniziative della Cattedra di Pietro, che privilegia il lungo ed il lunghissimo termine rispetto alla logica del breve periodo. Tuttavia, è forte l’impressione che stia prendendo corpo e traducendosi in atti concreti di notevole impatto la visione strategica di Bergoglio, che non è specificamente né anti né pro-Usa, pur tendendo a favorire l’avvento di un ordine più decisamente multipolare, che è del resto consono all’idea di una pace che il Papa ha descritto proprio recentemente come una condizione di armonia tra le comunità umane e tra queste e l’ambiente.

Come confermano le scelte fatte per il secondo Concistoro del suo magistero, la Chiesa di Francesco non intende affatto abdicare al suo ruolo mondiale, bensì rilanciarlo. Sono almeno quattro i fatti nuovi di cui occorre tener conto, tutti intervenuti nelle ultime settimane dello scorso anno. Il primo è senz’altro rappresentato dall’accelerazione del processo di “appeasement” nei confronti della Cina. Francesco mira infatti alla riconciliazione con Pechino, e si dice sia disposto a considerare l’ipotesi di un accordo con la Chiesa Nazionale Patriottica, quella vicina al regime, anche a costo di sacrificare gli interessi dei cattolici rimasti fedeli in tutto e per tutto a Roma durante questi decenni difficili.

Il compromesso allo studio prevede la condivisione del procedimento di nomina e consacrazione dei vescovi, che garantirebbe la Repubblica Popolare rispetto al rischio di avere prelati anticomunisti, e permetterebbe alla Chiesa di condurre una più aperta e capillare opera di evangelizzazione della Cina. E’ il sogno accarezzato per secoli dai Gesuiti, ordine al quale Bergoglio appartiene e che a suo tempo propugnò cedimenti ben più importanti sul piano della dottrina per poter cristianizzare il Celeste Impero, prima che Papa Lambertini, Benedetto XIV, intervenisse a bloccarlo. Fonti di stampa informano che il negoziato è condotto per Pechino dall’Ambasciatore cinese presso il Quirinale, Li Ruiyu, che non a caso sta intensificando la spola tra Roma e la sua capitale. Si dice che sia in vista un accordo per lo stabilimento di sedi diplomatiche, che ovviamente implicherebbe la chiusura dell’Ambasciata presso la Santa Sede di Taiwan.

Che si faccia sul serio, lo si deduce anche dalla mancata concessione di un’udienza pontificia al Dalai Lama, di recente in visita a Roma. Francesco ed il cardinal Parolin debbono evidentemente aver giudicato l’idea di un incontro gravemente controproducente mentre è in ballo il raggiungimento di un’intesa cui il Vaticano attribuisce valenza strategica e portata storica. Secondo alcune stime, qualora fosse libera di far proseliti con il consenso del governo di Pechino, la Chiesa cattolica potrebbe in effetti convertire fino a 250 milioni di cinesi nei prossimi venti anni. La prospettiva di una Cristianizzazione della Cina è probabilmente considerata con favore negli Stati Uniti, ma di per sé non favorisce gli interessi di Washington, che non controlla la Santa Sede e che al rafforzamento mondiale del Cattolicesimo preferisce certamente quello delle sette protestanti.

Non meno difficile risulta comprendere il calcolo cinese. Anche in questo caso, infatti, è in questione un potere che ragiona su archi temporali estremamente lunghi. Sulla carta, l’ingresso in pompa magna della Chiesa di Roma nel Celeste Impero parrebbe destinata a creare delle vulnerabilità, introducendo un elemento di pluralismo in un contesto piuttosto chiuso. Dietro la scelta della Repubblica Popolare deve esserci per forza qualcosa d’importante. Un’ipotesi plausibile è che Pechino giudichi utile importare in una forma comunque “controllata” il Cattolicesimo per rafforzare il suo appeal internazionale e migliorare il suo “soft power”, desiderando tornare ad occupare una posizione centrale nel mondo. (g.d.)
 
Vaticano: Francesco affronta l’Islam politico
7 gen 2015 17:11 - (Agenzia Nova) - Novità importanti si sono osservate anche in relazione alla politica mediorientale della Santa Sede. In questione è il rapporto locale tra Islam e minoranze non musulmane, tra le quali vi sono quelle cristiane, eredi di antichissime comunità. Su questo capitolo, Francesco si sta infatti sensibilmente irrigidendo, dopo le iniziali aperture, forse addirittura più del suo predecessore Benedetto XVI a suo tempo. Non che il Papa abbia del tutto rinunciato al dialogo, anzi: gestisce un account twitter in arabo, ad esempio, e la sensibilità ecumenica di cui è portatore è evidente in molti gesti compiuti da quando è al timone della Chiesa. Tuttavia, Bergoglio ha probabilmente compreso che gli estremisti intendono cancellare il Cristianesimo dalle zone in cui è nato ed è ormai fermamente interessato a resistere ai loro propositi. Di qui, la sponda offerta al presidente siriano Bashar al Assad nell’autunno del 2013 e gli elementi salienti del viaggio compiuto lo scorso autunno in Turchia, probabilmente il più importante fra quelli finora fatti dal Papa regnante.

A Recep Tayyip Erdogan, Francesco ha chiesto in effetti un intervento autorevole di denuncia delle pratiche con le quali in molti paesi musulmani alcuni movimenti radicali stanno cercando di distruggere le minoranze religiose. Ma Erdogan gli ha risposto denunciando l’islamofobia che imperversa in Europa. D’altra parte, il presidente turco è sospettato di aver sostenuto la nascita dello Stato islamico, i cui miliziani hanno più volte sanguinariamente preso di mira le minoranze cristiana e yazida in Siria ed Iraq. Quello che ha avuto luogo nella parte pubblica dell’incontro è stato quindi un dialogo tra sordi. Si dice che il Papa ed il presidente turco si siano trattenuti a colloquio più del previsto, ma non si sono visti grandi risultati. E’ quindi probabile che Bergoglio possa presto essere annoverato tra gli avversari di Erdogan, altro elemento che certamente lo vede in sintonia con la Casa Bianca. Ci sono tuttavia ulteriori implicazioni: ben difficilmente, la Chiesa sarà mai tra gli attori politici europei favorevoli alla causa dell’ingresso della Turchia nell’Ue. (g.d.)
 
Vaticano: nuovo slancio alla riconciliazione con l’Ortodossia
7 gen 2015 17:11 - (Agenzia Nova) - Una terza direttrice della recente azione pontificia è il rilancio della prospettiva paneuropea: sempre in Turchia, infatti, ma ad Istanbul, Papa Francesco ha riannodato il dialogo con l’Ortodossia, un esercizio che era rimasto un po’ in ombra nello scorcio iniziale del suo pontificato, sottolineando davanti al patriarca Bartolomeo come i cristiani di tutte le denominazioni siano ormai uniti dalla comune esposizione al “martirio”. Anche l’utilizzo del termine è emblematico delle percezioni che si stanno radicando. I cristiani si sentono infatti sotto attacco. E potrebbero davvero riavvicinarsi per meglio resistere alla montante pressione esterna. Francesco si è inchinato a Bartolomeo e gli ha chiesto di pregare per la Chiesa di Roma: un atto d’umiltà molto apprezzato in Oriente. Ma non dovrebbero essere tanto i greci ad interessarlo, quanto i russi.

Tornando in Italia, in effetti, Francesco ha ripetutamente ripetuto il suo desiderio di incontrare il patriarca Kirill, che dispone di un seguito ben più rilevante di quello di Bartolomeo. A Kirill, Bergoglio non ha offerto soltanto l’inchino davanti al patriarca di Costantinopoli, ma altresì il riconoscimento che non è l’uniatismo l’approccio ideale per trattare con l’Ortodossia nelle terre condivise. La circostanza non avrà certamente rasserenato i sostenitori del nuovo quadro politico ucraino, che avranno constatato una volta di più come quanto è accaduto a Kiev non goda di alcun apprezzamento da parte delPapa. Vedremo come risponderà il Patriarcato di Mosca. Kirill è stato a lungo il plenipotenziario del predecessore Alexei II nel dialogo con Roma, e si dice nutra meno pregiudizi nei confronti della Santa Sede. Comunque, il parallelismo con le aperture nei confronti della Cina è evidente. In entrambi i casi, sono le Chiese locali ad essere spiazzate e sacrificate ad un interesse superiore. La valenza geopolitica è tuttavia differente. La convergenza tra Cattolicesimo ed Ortodossia è infatti avversata dagli Stati Uniti. (g.d.)
 
Vaticano: contributo alla distensione tra Stati Uniti e Cuba
7 gen 2015 17:11 - (Agenzia Nova) - Infine, ha destato stupore il successo colto dalla Santa Sede nel facilitare l’accelerazione della distensione tra Stati Uniti e Cuba, che è destinato a privare la Russia di un importante riferimento nel Mar dei Caraibi. Sarebbe tuttavia sbagliato interpretare l’intervento diplomatico del Vaticano come un deliberato sostegno indiretto agli obiettivi geopolitici della Casa Bianca. In questo caso forse più ancora che negli altri, infatti, è certo che la Santa Sede abbia agito soprattutto nella prospettiva di recuperare terreno ed influenza su una popolazione ed in un’area di tradizioni cattoliche: un indirizzo di lunga durata, risalente ai tempi di Giovanni Paolo II e confermato da Joseph Ratzinger. (g.d.)