Corno d'Africa
18.12.2014 - 13:25
ANALISI
 
Kenya: la stretta anti-terrorismo del governo infiamma il dibattito politico
18 dic 2014 13:25 - (Agenzia Nova) - Non è ancora stato approvato ma già desta allarme nell’opposizione keniana il disegno di legge sulla sicurezza presentato dal governo e che prevede misure per rispondere alle azioni terroristiche dei fondamentalisti somali di al Shabaab. Le nuove norme rafforzano i poteri in materia del presidente, ma prevedono anche una multa equivalente a 56 mila dollari e tre anni di prigione per chi rivela dettagli di operazioni di polizia mettendo a rischio la lotta al terrorismo. Nella settimana in cui è prevista la terza e definitiva lettura parlamentare, la contestata legge ha sollevato dure polemiche nel dibattito politico keniano, soprattutto da parte della coalizione di minoranza Cord, che denuncia un tentativo del presidente Uhuru Kenyatta di limitare i diritti civili e le libertà fondamentali nel paese. A difendere la proposta di legge è stato, tra gli altri, il leader della Commissione sulla sicurezza nazionale, Asman Kamama, secondo cui “tempi straordinari richiedono decisioni straordinarie” e la legge, una volta approvata, colmerebbe alcune lacune nelle norme attuali, responsabili - a suo dire - dei fallimenti del governo nel garantire la sicurezza.

La legge, dopo un voto parlamentare avvenuto la scorsa settimana, è entrata ora nella fase della terza e ultima lettura: in teoria il parlamento non dovrebbe più riunirsi fino a febbraio, ma è prevista la possibilità di convocare una sessione speciale che discuta proprio la norma sulla sicurezza. La discussione nell’opinione pubblica keniana su quale sia la migliore strategia per contrastare i violenti attacchi del gruppo somalo al Shabaab, soprattutto nelle regioni alla frontiera con la Somalia, resta aperta e risente inevitabilmente dei numerosi episodi tragici verificatisi nel paese ad opera dei miliziani islamisti somali, l’ultimo dei quali avvenuto lo scorso 22 novembre a circa 50 chilometri dalla città di Mandera, vicino al confine con la Somalia, dove 28 persone sono rimaste uccise con dei colpi di arma da fuoco alla testa mentre si trovavano a bordo di un autobus diretto a Nairobi.

L’attacco del mese scorso è l’ultimo di una lunga serie di attentati compiuti in territorio keniano dai miliziani di al Shabaab dall’ottobre del 2011, cioè da quando i soldati del Kenya sono intervenuti in Somalia per fermare l’avanzata di al Shabaab. L’attacco più violento è stato compiuto nel settembre 2013, quando alcuni miliziani del gruppo hanno assaltato il centro commerciale Westgate di Nairobi, uccidendo 67 persone. Negli ultimi mesi al Shabaab ha invece attaccato diverse zone costiere del Kenya, uccidendo in totale 90 persone. Il disegno di legge all’esame del parlamento richiama in qualche modo l’ordinanza, emanata nell’aprile scorso dal governo keniano, che imponeva a tutti i rifugiati somali che vivono nelle aree urbane del paese di tornare “con effetto immediato” nei campi di Dadaab e Kakuma, situati rispettivamente nell’est e nel nord-ovest del Kenya.

La decisione, secondo quanto riferito allora da fonti ufficiali del governo, era stata presa per “motivi di sicurezza” a seguito dell’attentato che lo scorso 23 marzo aveva causato la morte di sei persone in una chiesa evangelica a sud della città costiera di Mombasa. Sempre nell’ambito delle misure anti-terrorismo volute dal governo di Nairobi, nei giorni scorsi 15 organizzazioni non governative (Ong) sono state messe al bando per il sospetto di legami con organizzazioni terroristiche. Nel mirino delle autorità, secondo quanto riferito dai responsabili di un ente statale incaricato di monitorare le attività e le fonti di finanziamento delle Ong, ci sono 510 Ong, dichiarate fuori legge per non aver adempiuto gli obblighi in materia di trasparenza finanziaria. L’irrigidimento della posizione di Nairobi nella sua lotta senza quartiere agli al Shabaab, e la dura repressione portata avanti soprattutto tra la popolazione dei rifugiati somali e tra le organizzazioni che sfuggono al controllo immediato del governo centrale, rischiano di compromettere l’affidabilità del Kenya nello scenario globale.

A livello internazionale, infatti, il Kenya è stato finora considerato come un partner strategicamente importante contro la fragilità delle istituzioni e l’instabilità nel Corno d' Africa, ricoprendo un ruolo fondamentale negli sforzi della comunità internazionale per la stabilizzazione della vicina Somalia, ospitando la quarta comunità di rifugiati più popolosa nel mondo e ricevendo molto spesso gli elogi da parte della comunità internazionale e delle agenzie umanitarie per il suo ruolo “responsabile”. Tuttavia, a livello nazionale, l'atteggiamento del governo keniano nei confronti della comunità dei rifugiati somali è stato spesso caratterizzato da una sostanziale emarginazione, spesso sfociata in discriminazione. Sebbene, infatti, in Kenya i cittadini di origine somala ricoprano importanti incarichi a livello politico e militare, la maggior parte della comunità somala vive piuttosto emarginata e questa condizione di subalternità ha avuto effetti economici e sociali negativi sul rapporto tra autorità e cittadini somali nelle aree urbane del Kenya, in particolare nel quartiere a maggioranza somala di Eastleigh, a Nairobi.

Tutto ciò, combinato con il crescente attivismo degli al Shabaab nel paese, ha finito spesso per lasciare le comunità vulnerabili in balia degli abusi da parte delle forze di polizia. Sebbene, dunque, il ruolo regionale del Kenya abbia avuto conseguenze positive per la stabilità nella regione, un’eccessiva rigidità nei confronti della popolazione somala rischia di rivelarsi controproducente ai fini della sicurezza dello stato, in quanto risposte eccessivamente pesanti nei confronti della comunità somala possono portare alla fusione delle questioni nazionali con la più ampia retorica del terrorismo internazionale.