Corno d'Africa
11.12.2014 - 15:48
Analisi
 
Somalia: le dimissioni del premier Ahmed complicano il processo di stabilizzazione di Mogadiscio
11 dic 2014 15:48 - (Agenzia Nova) - Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha annunciato questa settimana di aver “preso atto” del recente voto di sfiducia del parlamento somalo nei confronti del primo ministro Abdiweli Sheikh Ahmed, adottato a larga maggioranza dopo che Ahmed si era messo in conflitto aperto con il presidente Hassan Sheikh Mohamud per controversie legate alle nomine ministeriali. Nel comunicato diramato al termine della seduta di ieri, il Consiglio di sicurezza ha ribadito "l'importanza vitale" di una leadership politica unitaria nel paese dilaniato dal conflitto e dall’instabilità e ha espresso “preoccupazione” per le ripercussioni che gli ultimi sviluppi potrebbero avere sulla pace e la stabilità del paese, rischiando di "mettere a repentaglio i progressi compiuti finora". Al contempo il Consiglio ha elogiato il premier Ahmed per la sua accettazione del voto, invitando la nuova leadership politica somala a concentrarsi su alcuni settori prioritari, tra cui la revisione della Costituzione provvisoria e la rapida implementazione del programma “Vision 2016”, che prevede che prevede l'adozione di una Costituzione federale entro il 2015 e lo svolgimento di elezioni parlamentari e presidenziali entro il 2016.

La mozione di sfiducia del parlamento nei confronti di Ahmed, votata lo scorso 6 dicembre con 153 voti favorevoli e 80 contrari, rappresenta il culmine di un conflitto - più o meno latente - tra il premier e il presidente Mohamud iniziato circa due mesi fa dopo che Ahmed ha annunciato un rimpasto di governo che ha penalizzato l'ex ministro della Giustizia, Farah Abdulqadir, braccio destro di Mohamud, declassato a ministro per la Zootecnia e veterinaria. Secondo i detrattori, in realtà, il rimpasto di governo - e il conseguente rifiuto da parte di Ahmed di revocarlo - costituirebbe solo il pretesto utilizzato da Mohamud per impedire ad uno dei clan a lui ostili rappresentati nelle istituzioni somale di esprimere il proprio rappresentante nelle istituzioni. La comunità internazionale, infatti, per la creazione delle attuali istituzioni della Repubblica federale somala ha adottato il meccanismo del cosiddetto “4.5”, cioè un rappresentante nelle istituzioni per ciascuno dei quattro grandi clan del paese, e mezzo per le minoranze.

Tuttavia, se il presidente della Repubblica federale, appartenente ad un clan, determina ogni sei mesi la caduta del primo ministro appartenente ad un altro clan che lui stesso ha scelto dopo accurato esame - Ahmed è infatti il decimo primo ministro somalo in dieci anni e il secondo del nuovo governo di Mogadiscio - è evidente che potrebbe trattarsi del deliberato disegno volto ad impedire ad uno dei quattro grandi clan di esprimere il proprio rappresentante nelle istituzioni. Ahmed era stato nominato 11 mesi fa dopo che anche al suo predecessore, Abdi Farah Shirdon, era stato riservato lo stesso trattamento: sfiduciato dal parlamento con l'accusa di non aver rispettato i suoi impegni. Ad aggravare la già complessa situazione erano giunte, nei mesi scorsi, la denuncia di Yussur Abrar, ex governatrice della Banca Centrale, che si era dimessa dopo aver denunciato tentativi di corruzione nell’entourage del presidente, e le ripetute analoghe denunce del Gruppo di monitoraggio per Somalia ed Eritrea.

Infine, nelle scorse settimane, il rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite per la Somalia, Nicholas Kay, aveva denunciato in una nota di aver saputo che alcuni parlamentari sarebbero stati pronti a votare una mozione di sfiducia nei confronti del primo ministro in cambio di denaro da parte della setta islamista Damul Jadid, di cui Abdulqadir è esponente di punta. Kay aveva rincarato la dose affermando che avrebbe denunciato all’Onu chiunque avrebbe ostacolato il percorso della “road map” di pacificazione somala. Al comunicato di Kay hanno fatto seguito quelli di Unione europea, Usa, Unione africana e Autorità intergovernativa per lo sviluppo (Igad), tutti unanimi nel sostenere il proseguimento dell’esecutivo di Ahmed.

Di fronte ad un simile scenario di caos politico-istituazionale, non c’è dubbio che il percorso di stabilizzazione della Somalia avviato con il programma “Vision 2016” rischi di accusare una significativa battuta d’arresto, soprattutto se ciò si inquadra in un contesto politico-militare che vede la Somalia ancora coinvolta in un conflitto fluido e frammentario, che nei primi sei mesi dell’anno ha visto oltre 1.500 episodi di violenza, in aumento del sette per cento rispetto allo stesso periodo del 2013. Tutti fattori che contribuiscono ad allontanare, o quantomeno a ritardare, l’obiettivo di una Somalia stabile e pacifica entro il 2016.