Corno d'Africa
04.12.2014 - 13:22
ANALISI
 
Sudan-Sud Sudan: il conflitto nel Sud Kordofan riaccende le tensioni tra Khartoum e Giuba
4 dic 2014 13:22 - (Agenzia Nova) - Gli episodi di tensione, sfociati di recente in vere e proprie operazioni di guerra, scoppiati nelle ultime settimane nello stato sudanese del Sud Kordofan, al confine con il Sud Sudan, hanno riacceso i riflettori su un’area da tre anni teatro - insieme allo stato del Nilo Azzurro - di un conflitto che vede fronteggiarsi le Forze armate sudanesi (Saf) e le milizie ribelli del Movimento armato per la liberazione del popolo sudanese (Splm-N), il partito-gruppo armato nato nel 1983 e che dopo l’indipendenza del Sud Sudan, nel 2011, continua a battersi per allontanare da Khartoum i due stati di confine, ricchi di risorse energetiche e minerarie. Secondo quanto dichiarato dal portavoce del Saf, al Sawarmi Khaled, l'esercito sudanese ha ucciso questa settimana circa 50 ribelli in seguito all’offensiva lanciata nelle zone del Kordofan da loro occupate, entrando in possesso di una grossa quantità di armi e di mezzi sottratti dai ribelli in due villaggi della zona e riprendendo il controllo dell'area.

I conflitti negli stati del Nilo Azzurro e del Sud Kordofan sono scoppiati nel 2011 a pochi mesi di distanza l'uno dall'altro, quando il Sudan tentò di disarmare con la forza i combattenti Splm-N, accusandoli di essere sostenuti dai loro alleati dell'esercito sud sudanese. Da allora si sono succeduti otto round di colloqui ad Addis Abeba, l’ultimo dei quali lo scorso 26 novembre, senza che finora si sia giunti ad alcun passo avanti significativo verso una soluzione definitiva. I negoziati, che si svolgono con la mediazione di Thabo Mbeki, presidente dell’African Union High Level Implementation Panel (Auhip), sembrano, infatti, aver preso una piega non positiva, dal momento che la delegazione governativa, guidata dal consigliere presidenziale Ibrahim Ghandour, contesta il documento presentato dal mediatore, chiedendo di limitare la discussione alle due aree, mentre nel documento, supportato da Yassir Arman, mediatore capo della delegazione dell’Splm-N, sono stati inseriti anche punti relativi al Darfur e all’evoluzione politica degli ultimi mesi, quali la rimessa in moto del dialogo nazionale e la questione delle elezioni presidenziali previste per l’anno prossimo, di cui l’opposizione chiede il rinvio.

D’altra parte, una soluzione politica non sembra essere nei piani di Khartoum. Lo stesso presidente Omar Hasan Ahmad al Bashir nei mesi scorsi ha dato ufficialmente avvio ad una campagna militare con l’obiettivo, secondo le sue stesse dichiarazioni, di schiacciare la ribellione con le armi entro la fine dell’anno. Nel Sud Kordofan e nel Nilo Azzurro i bombardamenti aerei non sono stati interrotti neppure durante la stagione delle piogge, ma si sono intensificati a partire dallo scorso mese di aprile, a seguito della nuova offensiva lanciata dall’esercito di Khartoum denominata “Estate decisiva”, con l’obiettivo di “debellare ogni forma di ribellione nel Sud Kordofan, nel Nilo Azzurro e nel Darfur”. La scorsa estate Amnesty International ha denunciato la progressiva distruzione in atto nel Sud Kordofan a seguito di attacchi da terra e bombardamenti aerei indiscriminati da parte delle forze sudanesi. Secondo l’organizzazione per i diritti umani, potrebbe trattarsi di crimini di guerra, soprattutto nelle zone di Heiban, Um Dorein e Delami. Secondo fonti dell’Splm-N, dall’inizio del conflitto gli sfollati sarebbero arrivati a quasi 900 mila.

Di recente l’aviazione di Khartoum ha anche ricominciato a bombardare il territorio di confine del Sud Sudan, dove ritiene ci siano campi militari o rotte di transito verso le zone controllate dalle forze armate dell’opposizione. All’inizio di novembre è toccato alla contea di Raja, nell’area occidentale dello stato di Bahr El Gazal, confinante con il Sud Kordofan, dove le autorità locali hanno dichiarato 35 morti civili, cosa che ha provocato dimostrazioni popolari nel capoluogo Wau, mentre due settimane fa è stata la volta di Maban, dove un bombardamento dell’aviazione sudanese avrebbe provocato il ferimento di almeno sei feriti, tutti civili. Per quel che concerne il Nilo Azzurro, in particolare, questo stato cerca da anni di staccarsi da Khartoum, in maniera tale da riuscire a ottenere un miglior controllo delle proprie ingenti disponibilità di petrolio.

Il Nilo Azzurro, che ospita l'imponente diga di Roseires, tra i più importanti impianti idroelettrici del paese, è posizionato nel centro-est del Sudan a ridosso dell'Etiopia. La popolazione è a maggioranza musulmana ed è composta da una eterogenea mescolanza di tribù molto diverse dall'etnia cristiana dei Dinka, la più numerosa nell'area anche se in prevalenza residente in Sud Sudan. Le rivendicazioni degli abitanti del Nilo Azzurro sono sostenute dal governo del Sud Sudan e dai movimenti armati sudanesi anti-Bashir, riunitisi nel 2011 nelle Sudan Revolutionary Forces (Srf). Le fazioni attive all’interno del Srf sono desiderose di aumentare l’indipendenza delle regioni meridionali, mentre il National Party Congress - al potere a Khartoum - cerca di mantenere stretto il legame con le periferie. Fin dagli anni ’70, del resto, con la scoperta dei pozzi petroliferi nell’attuale territorio del Sud Sudan - soprattutto nella zona dell’Alto Nilo e dello stato di Unity - si è registrato un innalzamento delle tensioni per il controllo della regione che attualmente appartiene al Sud Sudan, paese che, dopo la dichiarazione di indipendenza, è venuto in possesso del 75 per cento del totale dei giacimenti petroliferi che appartenevano al Sudan.

La strategia “divide et impera” adottata da Karthoum nel sud del paese e le richieste di indipendenza da parte delle popolazioni non arabe presenti in queste aree hanno inoltre creato nel corso degli anni le basi per uno scontro aperto tra le varie fazioni riconducibili alle etnie sul territorio. In questo senso il “Comprehensive Peace Agreement” (Cpa) del gennaio 2005, che ha segnato la fine del conflitto nord-sud iniziato nel 1983, sebbene abbia permesso a Giuba di separarsi da Karthoum, ha tuttavia lasciato insolute questioni di grande rilevanza relative al confine tra Sudan e Sud Sudan, al tema della sicurezza e soprattutto alla suddivisione dei proventi del petrolio tra i due paesi. Inoltre, il gruppo ribelle Justice for Equality Movement (Jem), operativo in Darfur, insieme agli altri gruppi del Sud Kordofan e del Nilo Azzurro, hanno annunciato di aver formato un’alleanza, denominata Sudanese Revolutionary Front, per rovesciare il regime di Bashir.

In tale contesto risulta evidente un duplice livello dello scontro nord-sud, nel quale le antiche ostilità tribali si intrecciano con interessi economici legati allo sfruttamento del petrolio. In particolare, le tensioni inter-etniche si sviluppano soprattutto nelle aree ricche di giacimenti petroliferi: Giuba e Karthoum sembrano pertanto intenzionate a strumentalizzare le ostilità tra i vari gruppi sul territorio per accrescere il reciproco controllo su tali zone. Di qui il rischio, per certi versi già concreto, che Sudan e Sud Sudan possano precipitare in un nuovo conflitto armato, cui si aggiunge l’esistenza di fratture interne e di fragilità in termini di convivenza pacifica tra le numerose etnie presenti nei due paesi.