Corno d'Africa
28.11.2014 - 19:07
Analisi
 
Somalia: ministro degli Esteri somalo a “Nova”, Mogadiscio avrà ruolo fondamentale in Processo di Khartoum
28 nov 2014 19:07 - (Agenzia Nova) - Il processo di Khartoum intende valutare il problema dei flussi migratori “nel suo complesso, a partire dalla radice” e, in questo senso, la Somalia “giocherà un ruolo fondamentale”. Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri somalo, Abdirahman Duale Beyle, in un’intervista esclusiva concessa a “Nova” a margine della conferenza ministeriale di lancio del Processo di Khartoum. L’iniziativa – che è stata lanciata in occasione della conferenza ministeriale di Roma del 28 novembre e alla quale aderiscono 28 paesi africani, tra cui appunto la Somalia – mira a garantire una più efficace gestione dei flussi migratori attraverso il rafforzamento delle capacità istituzionali dei paesi di origine e transito dei flussi, svolgendo un ruolo di stabilizzazione regionale. “Il processo di Khartoum - ha spiegato il ministro somalo – ha l’obiettivo di stabilire i diversi ruoli e cercare di trovare delle soluzioni identificando con precisione le cause che portano le persone a fuggire”, ha detto Beyle.

Nel caso della Somalia, ha proseguito il ministro, “è un paese molto instabile, ha avuto problemi molto seri negli ultimi 25 anni, abbiamo avuto una guerra civile. Le persone fuggono dal nostro paese per cercare altre opportunità di vita, perciò noi vorremmo fare in modo di garantire alle persone una nuova vita, delle possibilità nel loro paese, per far sì che non se ne vadano. Per noi l’obiettivo più importante deve essere quello di garantire ai nostri cittadini i mezzi di sussistenza che consentano loro di rimanere nel loro paese: questo deve essere al centro delle discussioni, nell’ambito delle quali saranno discusse delle strategie specifiche per risolvere questo problema e siamo sicuri che dopo aver analizzato tutte le sfumature del problema si potrà formulare una strategia risolutiva”, ha aggiunto.

Proprio il benessere dei cittadini somali, nell’ambito di un processo di stabilizzazione del paese, è uno degli obiettivi principali contenuti nel programma governativo ''Vision 2016'', che prevede l'adozione di una Costituzione federale entro il 2015 e lo svolgimento di elezioni parlamentari e presidenziali entro il 2016. “Vision 2016 è obiettivo cruciale, in particolare per quanto le elezioni in programma nel 2016. Abbiamo una visione molto chiara per il 2016 che comprende un processo di democratizzazione, la revisione della costituzione, il processo di riforme e politiche per porre le basi per la creazione di nuovi partiti politici. Stiamo lavorando sodo – ha detto il capo della diplomazia somala – per raggiungere questo obiettivo e non ci sono ragioni per credere che non ci riusciremo. Oltretutto non siamo soli, abbiamo il sostegno tecnico e finanziario della comunità internazionale, pertanto io credo che lo raggiungeremo sicuramente”.

L'Italia, come sottolineato dal ministro Beyle, partecipa attivamente ai meccanismi di coordinamento internazionali a supporto delle priorità politiche per la stabilizzazione della Somalia, sostenendo, anche finanziariamente, l’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (Igad) e co-presiedendo l’Igad Partners Forum (Ipf), l'organizzazione che associa ai paesi membri dell'Igad i principali partners internazionali. “L'Italia e la Somalia sono storicamente buoni amici: l'Italia è il paese che più ci è stato vicino e ci ha insegnato durante il periodo coloniale, ci ha prepararti a diventare una nazione”, ha detto Beyle, sottolineando come il legame con l'Italia sia molto stretto, “tant'è vero che molti somali parlano italiano. Noi vogliamo ora ristabilire quel legame, anche perché per noi l'Italia non è mai stata distante, anche durante questi difficili 25 anni. Il sistema educativo somalo è stato finanziato in buona parte da contributi italiani, anche per il tramite dell'Ue, e ora che vogliamo rafforzare le nostre università stiamo ricevendo ancora un grande supporto”, ha affermato il ministro, in riferimento al significativo contributo dell’Italia nella fondazione dell'Università nazionale somala (Uns).

Non c’è dubbio che una fetta significativa del processo di stabilizzazione della Somalia passi dalla lotta del gruppo ribelle jihadista degli al Shabaab, cui l’offensiva lanciata negli ultimi mesi dalle truppe dell’Unione africana ha inferto un colpo, se non decisivo, sicuramente importante. “Contro al Shabaab abbiamo fatto molto. È molto visibile ciò che abbiamo fatto insieme alla comunità internazionale, visto che oggi possiamo affermare che l'85 per cento del territorio somalo è ora sotto il controllo dello stato e che vi è ormai solo un 15 per cento di territori in cui stiamo ancora lottando per riprendere il controllo. Al Shabaab – ha detto Beyle – è ora in grande difficoltà e noi contiamo al più presto di poter diventare uno stato unito che possa agire come membro propositivo all'interno della comunità internazionale”. Infine, per quanto concerne l’intenzione di Mogadiscio di puntare a diventare un paese produttore di petrolio entro il 2020 – come annunciato di recente dal ministro somalo del Petrolio e delle Risorse minerarie, Daud Mohamed Omar – il ministro degli Esteri somalo si è detto fiducioso.

“Abbiamo le risorse ma siamo ancora molto deboli nel gestirle. Speriamo di imparare da chi le gestisce al meglio per sfruttarle nel modo migliore a beneficio del nostro popolo. Spero – ha aggiunto – che lo sfruttamento di questa risorsa ci porti verso una Somalia più prospera e unita, non più in paese diviso in cui una piccola parte della popolazione è ricca e il resto povera. Un’eventuale rinascita del settore petrolifero somalo – settore sostanzialmente abbandonato dopo lo scoppio della guerra civile nel 1991 – ci aiuterebbe a rafforzare il processo di democratizzazione e a migliorare le nostre capacità di gestione delle risorse. Non abbiamo ancora le giuste politiche e strategie e dobbiamo ancora confrontarci su molti aspetti, ma ci auguriamo che ciò accada presto e che porti a una vita migliore per tutto il nostro popolo”, ha concluso il ministro.
 
Cooperazione: Processo di Khartoum, presentato a Roma il nuovo foro di dialogo regionale sulle questioni migratorie
28 nov 2014 19:07 - (Agenzia Nova) - La promozione di progetti concreti per una più efficace gestione dei flussi migratori nei paesi del Corno d’Africa e nei maggiori paesi mediterranei di transito, l'adozione di politiche integrate che coinvolgano tutti i paesi membri dell'Ue e una più forte azione di contrasto della tratta di esseri umani e di tutela dei diritti umani. Questi i principali obiettivi emersi dalla riunione ministeriale di lancio del Processo di Khartoum, presieduta a Roma dai ministri degli Esteri, Paolo Gentiloni, e dell'Interno, Angelino Alfano, e che ha visto la partecipazione dell'Alto rappresentante dell'Unione europea per la politica estera e di sicurezza, Federica Mogherini, del commissario europeo per gli Affari interni e la Migrazione, Dimitris Avramopoulos, e dei rappresentanti di 38 paesi dell'Ue e del continente africano.

Come dichiarato dall'Alto rappresentante Mogherini nel corso della conferenza stampa di chiusura della riunione, a Villa Madama, uno dei risultati emersi al termine della due giorni di riunioni ministeriali sul tema è "l'impegno per far sì che le politiche migratorie europee siano uno dei punti da mettere in agenda in un prossimo Consiglio Affari esteri nella prima metà del 2015, in modo che alla volontà politica espressa oggi a Roma si aggiungano proposte concrete da parte dei singoli paesi membri. L'intenzione - ha detto la Mogherini - è di dare un seguito strutturato a questa ottima intuizione che deve adesso cominciare a camminare sulla concretezza". Secondo l'Alto rappresentante, "non basta sancire il consenso a livello europeo e africano, ma serve anche costruire appuntamenti che rendano strutturale questa forma di cooperazione, non solo nel settore della politica estera e interna ma anche nel settore umanitario e dei diritti umani. La cooperazione trasversale - ha aggiunto la Mogherini - non vale solo per noi ma deve valere anche per i nostri partner internazionali, mettendo insieme paesi che hanno difficoltà a comunicare tra di loro e coinvolgendo le agenzie internazionali attraverso una politica preventiva di gestione e prevenzione delle crisi e dei conflitti, di contrasto alle reti criminali, di rispetto dei diritti umani, di controllo efficace delle frontiere, degli aiuti in mare, di accordi con paesi di origine e di transito dei flussi migratori, ma lavorando al contempo con ognuno dei paesi coinvolti".

Per raggiungere tali ambiziosi obiettivi, ha proseguito la Mogherini, "l'Ue dispone già di moltissimi strumenti, dalla cooperazione allo sviluppo alla rete diplomatica, come testimoniato dalle oltre 140 delegazioni Ue nei paesi africani. La nostra presenza sul terreno è garantita dai numerosi programmi di cooperazione e di aiuto umanitario, dai negoziati in corso e dagli accordi di associazione e partenariato con molti di questi paesi. Un'ottima idea - ha aggiunto - sarebbe quella di mettere insieme la quantità degli investimenti di tutti i paesi europei in termini di aiuti umanitari e cooperazione allo sviluppo: saremmo di gran lungo il primo attore in quasi tutte le aree del mondo", ha concluso la Mogherini, auspicando che tutto questo possa "tradursi in presenza politica per capitalizzare questi sforzi".

Le due conferenze ministeriali del 27 e 28 novembre, ha affermato dal canto suo il ministro Gentiloni, hanno raggiunto "ottimi risultati per l'Italia in termini di credibilità nei confronti dei partner europei e africani per quanto riguarda un tema su cui è molto importante investire" come quello delle migrazioni. "Il filo conduttore fra l'iniziativa di ieri e quella di oggi è rappresentato dall'impegno della presidenza italiana dell'Ue a porre il tema delle migrazioni il più possibile al centro dell'agenda della politica europea, oltre che del paese, sulla base di tre punti essenziali: non si tratta di una questione che riguarda soltanto alcuni paesi europei, ma l'intera Europa; la necessità di una più ampia cooperazione tra attori diversi; l'adozione di un approccio non semplicistico", ha detto Gentiloni.

Per governare i flussi migratori, aveva affermato il ministro nel corso di un punto stampa congiunto con l'omologo tedesco Frank-Walter Steinmeier, "serve un approccio generale e una strategia di lungo termine", poiché la questione delle migrazioni "non ha una soluzione univoca". La questione migratoria "non è un problema, ma un pezzo di realtà del nostro mondo con cui confrontarci", per questo "non si può alzare un muro, ma non bastano neppure azioni di cooperazione, anche se indispensabili: serve una strategia di lungo termine, un approccio integrato tra la dimensione della politica estera, della sicurezza, dello sviluppo e della cooperazione, e in questo contesto il lancio del Processo di Khartoum è una delle iniziative più importanti che vanno in questa direzione".

Per quanto riguarda la politica italiana nei paesi del Corno d'Africa, il titolare della Farnesina ha sottolineato che "con alcuni dei paesi Corno d'Africa abbiamo delle relazioni bilaterali anche sul terreno economico che sono inevitabilmente legate all'esito del processo sia di stabilizzazione che di progresso in tema di diritti umani. I due processi sono paralleli e un altro degli obiettivi del Processo di Khartoum è anche quello di contribuire alla loro realizzazione", ha spiegato Gentiloni, ricordando che alcuni paesi del Corno d'Africa rientrano tra le aree prioritarie delle attività della Cooperazione italiana allo sviluppo. La principale novità emersa dalla riunione di oggi, ha dichiarato il ministro dell'Interno, Angelino Alfano, è "la possibilità di allestire campi e centri di accoglienza dei profughi nei paesi africani di origine dei flussi migratori", con l'obiettivo di offrire loro la possibilità di chiedere asilo nei paesi africani. "La dichiarazione finale del 28 novembre, oltre ai quattro pilastri previsti nella conferenza del 27, mette a fuoco un altro punto, ovvero il contrasto molto duro al crimine organizzato e alla tratta di esseri umani e la possibilità di realizzare campi profughi in partnership con i paesi africani che saranno disponibili ad accoglierli, con la collaborazione delle organizzazioni umanitarie internazionali, e questo consentirà di fare direttamente in Africa la selezione di quanti hanno diritto all'asilo", ha detto Alfano, sottolineando il fatto che la proposta è stata votata all'unanimità dai partecipanti.

Secondo il ministro, "se dovesse andare avanti nella direzione auspicata, si tratterebbe di una svolta storica e noi, con tutta la fiducia e il realismo del caso, possiamo affermare di aver messo in moto uno straordinario cammino che auspichiamo possa concludersi positivamente al più presto". Oltre ai 28 stati membri dell'Ue, al Processo di Khartoum (“Eu-Horn of Africa Migration Route Initiative”) partecipano Libia, Egitto, Sudan, Sud Sudan, Etiopia, Eritrea, Gibuti, Somalia, Kenya e Tunisia. In una prima fase l’attenzione dell'iniziativa si concentrerà su un tema di grande urgenza: la lotta al traffico di migranti (“smuggling”) e alla tratta (“trafficking”). Successivamente, il Processo di Khartoum potrà espandersi ad altri temi, in coerenza con le priorità dell’Ue (migrazione regolare, migrazione irregolare, migrazione e sviluppo e protezione internazionale). Il tutto in un contesto di grande concretezza, finalizzato ad attivare precisi progetti di cooperazione da finanziare con fondi Ue, coinvolgendo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), già attive nella regione. L'iniziativa prevede inoltre progetti nel settore della formazione per guardie di frontiera, gestione dei campi per migranti, informazione a questi ultimi sui rischi della migrazione irregolare.