Mezzaluna
19.11.2014 - 19:17
Analisi
 
Iraq: attentato a Erbil, il Kurdistan sempre più sul fronte del conflitto con lo Stato islamico
19 nov 2014 19:17 - (Agenzia Nova) - Il Kurdistan iracheno è “in guerra” con lo Stato islamico ed è diventato per questo motivo un “obiettivo” dei terroristi. A dirlo è stato quest’oggi il governatore di Erbil, Nawzad Hadi, dopo che l’esplosione di un’autobomba non lontano dalla sede del governatorato ha provocato questa mattina la morte di almeno cinque persone, tre civili e due agenti di polizia, nel cuore della regione autonoma curda. Gli attentati a Erbil, capoluogo della regione considerata più sicura in Iraq, restano rari ma appaiono in crescita, considerando che l’ultima autobomba nell’area risale all’agosto scorso.

Le parole di Hadi, in ogni caso, riflettono la sensazione che il Kurdistan iracheno si trovi sempre più sul fronte del conflitto contro lo Stato islamico, malgrado gli iniziali sforzi di restare ai margini delle operazioni. Tale dinamica è figlia non solo e non tanto della progressiva avanzata dei jihadisti verso i territori curdi, quanto di un sostanziale riposizionamento internazionale di Erbil. E non è un caso che l’attentato di quest’oggi sia arrivato nel giorno in cui un’ampia delegazione del Governo regionale curdo aveva in programma una visita a Baghdad per finalizzare l’accordo sulle questioni pendenti raggiunto la settimana scorsa con l’esecutivo federale.

A fronte della crescente minaccia portata dal “califfato”, Erbil sembra insomma aver operato nelle ultime settimane un’importante scelta di campo, intensificando il proprio impegno militare sul terreno – come dimostra la decisione di inviare reparti Peshmerga dotati di armi pesanti nella città siriana di Kobani – e ricucendo lo strappo con Baghdad, la cui collaborazione è indispensabile per aumentare l’efficacia delle operazioni contro i jihadisti. Nel contempo, questi sviluppi sembrano poter ridimensionare il forte ascendente della Turchia sul Kurdistan iracheno.

Nonostante fino a pochi mesi fa i rapporti tra Ankara ed Erbil apparissero solidissimi, la diversa posizione tenuta dalle due parti sul dossier Stato islamico ha provocato più di un dissapore tra le due parti. Il Kurdistan iracheno, in particolare, rimprovera la Turchia di non aver dato seguito alle proprie promesse e di non aver aiutato sul campo il governo curdo nel momento del bisogno, ovvero quando lo Stato islamico è arrivato la scorsa estate a minacciare direttamente Kirkuk, a cui difesa, con i militari iracheni in ritirata, si sono schierati i Peshmerga.

Nonostante il parlamento di Ankara abbia votato lo scorso settembre una mozione che permette un intervento delle truppe di terra in Iraq e in Siria contro lo Stato islamico, il governo turco ha deciso di non partecipare alle operazioni della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, di non intervenire a Kobani e di non consentire agli alleati l’uso delle proprie basi aeree per i raid contro i jihadisti. Della “delusione” turca aveva parlato proprio a settembre il capo di gabinetto del presidente curdo Massoud Barzani, Fuad Hussein, in un’intervista per il sito web locale “Rudaw”.

“La Turchia lungamente affermato di essere pronta a intervenire qualora la sicurezza della regione curda fosse stata minacciata. Bene, la nostra sicurezza oggi è minacciata, ma non abbiamo ricevuto alcun sostegno”, aveva detto nella circostanza il funzionario curdo. Da allora, si è assistito a un crescente impegno dei Peshmerga contro lo Stato islamico. A Kobani, sì, ma anche sul monte Sinjar, dove l’azione congiunta delle milizie curde di Erbil, dello Ypg (le Unità di protezione del popolo curdo-siriane) e del Pkk (il Partito dei lavoratori del Kurdistan turco) hanno consentito finora di salvare un santuario yazida dall’offensiva dei jihadisti.

Il più ampio intervento curdo contro lo Stato islamico ha, naturalmente, un proprio prezzo. Ed è in quest’ottica che va letto il grave attacco odierno, per il quale è giunto il plauso dei vertici del califfato su “Twitter”. Nel frattempo, emergono nuovi particolari sull’attentato, che potrebbe essere stato condotto da una donna. È quanto rivela il sito web curdo “Rudaw”, che ha raccolto diverse testimonianze delle persone rimaste ferite nell’attacco, che questa mattina ha provocato la morte di cinque persone e il ferimento di altre 20. Tali dichiarazioni sarebbero confermate anche da un paio di scarpe da donne ritrovate all’interno del veicolo usato nell’attacco.

Secondo il vicegovernatore di Erbil, Tahir Abdullah, “l’attentatore aveva cercato di entrare nel palazzo del governatorato ma è stato fermato dal fuoco delle guardie di sicurezza”. L’agente che ha aperto il fuoco contro il kamikaze si chiamava Sofi Ahmed ed è rimasto ucciso nell’esplosione. “Questi crimini non ci scoraggeranno dal combattere il terrorismo e dal ripulire ogni angolo del Kurdistan dai terroristi”, ha commentato dal canto suo Kosrat Rasu, vicepresidente della regione curda.

Tutto questo mentre si combatte senza soluzione di continuità a Kirkuk. Le posizioni dei Peshmerga, sostenuti dalle milizie inviate fin qui dal Pkk, tengono a fronte dell’offensiva jihadista. Lo Stato islamico sembra voler spingere verso nord dopo essere stato costretto ad abbandonare diverse posizioni più a sud, per esempio a Baiji, dove è ripresa l’avanzata delle truppe irachene appoggiata dalle milizie sciite. Nel frattempo, il ministero della Difesa francese ha annunciato che nella notte due suoi caccia Rafale hanno colpito posizioni dello Stato islamico nell’area di Kirkuk, tornata a essere un fronte cruciale della guerra contro i jihadisti. “L’azione è stata condotta simultaneamente con i nostri alleati per aprire una breccia nelle posizioni difensive dei terroristi”, ha spiegato il ministero. Sempre dalla Francia potrebbero presto arrivare in Giordania sei caccia Mirage per dare man forte alle operazioni della coalizione, come sostenuto stamane dal quotidiano “Le Parisien”.

La notizia non è stata tuttavia confermata dal portavoce del governo di Parigi, Stéphane Le Foll, che in un'intervista all'emittente televisiva locale "Bfm" ha chiarito semplicemente che la Francia rafforzerà il proprio impegno contro lo Stato islamico. Per il momento, Parigi dispone di nove caccia Rafale di stanza nella base aerea di al Dhafra, negli Emirati arabi uniti. Se invece venisse confermato l'invio dei Mirage in Giordania, come fa notare oggi il quotidiano francese "Le Monde", la Francia si verrebbe a trovare "tre volte più vicina" al teatro delle operazioni.