Atlantide
14.11.2014 - 19:28
Analisi
 
Usa: giorni difficili per Obama che rischia il fallimento della sua presidenza
14 nov 2014 19:28 - (Agenzia Nova) - Barack Obama ha certamente vissuto la sua peggior settimana da quando è presidente degli Stati Uniti. Nell’arco di pochi giorni, infatti, il capo della Casa Bianca ha subìto due rovinosi rovesci che rischiano di comprometterne le riforme faticosamente varate sul piano interno e parte significativa del progetto concepito per estendere di qualche decennio la supremazia planetaria statunitense. Le elezioni di medio-termine con il quale il Congresso bicamerale americano è stato rinnovato per un terzo hanno ridefinito i rapporti di forza in seno al potere legislativo in senso assai sfavorevole al Partito democratico. I repubblicani, che già controllavano la Camera dei rappresentanti, hanno conquistato il Senato ed impressionato analisti e commentatori con un risultato superiore alle loro più rosee aspettative. L’esito del voto avrà certamente implicazioni importanti soprattutto nella sfera della politica interna, nella quale il legislativo Usa gode effettivamente di prerogative incisive: nel parlamento statunitense, infatti, esiste ora una maggioranza teoricamente favorevole allo smantellamento di alcuni fra più importanti ed innovativi provvedimenti voluti da Obama, incluso quello concernente la sanità, che appunto porta il suo nome, l’Obamacare, contro il quale non è escluso che si schieri anche la parte più moderata e centrista dei Democrat.

In pratica, la Casa Bianca potrebbe essere costretta nei prossimi due anni ad assistere passivamente e nella più assoluta impotenza alla distruzione di quello che il presidente in carica considerava il suo lascito più importante. Ci saranno senza dubbio conseguenze significative anche nell’ambito della politica estera, dal momento che al Senato ormai repubblicano compete la ratifica dei trattati internazionali. Ma in questo campo, che ricade in larga misura nella sfera del potere esecutivo, l’autonomia dell’amministrazione rimarrà notevole. Di qui alla cessazione del suo mandato, Barack Obama potrà quindi assumere anche iniziative di grande valenza geopolitica senza troppo curarsi della reazione del Congresso, a patto che non siano formalizzate in veri e propri accordi internazionali o comportino l’autorizzazione a scatenare un conflitto di maggiori proporzioni. La maggiore difficoltà che Obama sconterà nei suoi rapporti con il resto del mondo è piuttosto l’avvio della campagna elettorale che culminerà nella designazione del suo successore.

Mano a mano che la competizione entrerà nel vivo, infatti, e che gli aspiranti tenderanno fatalmente a distanziarsi da lui, compresi quelli del suo stesso partito già oggi inclini a rinnegarlo, il presidente in carica tenderà ad apparire sempre più come un leader al tramonto. E gli interlocutori degli Stati Uniti inizieranno a calibrare i loro calcoli sui candidati più credibili e promettenti. In qualche caso concluderanno che tentare di stringere un accordo con Obama è vantaggioso, anche per sfruttarne l’indebolimento. Potrebbe essere il caso di presidente iraniano Hassan Rohani, ad esempio, che avrebbe invece poco da guadagnare in una trattativa che venisse condotta per gli Usa da Hillary Clinton o da qualsiasi presidente repubblicano. Altri leader, e fra loro presumibilmente anche il presidente russo Vladimir Putin, preferiranno invece vederci chiaro ed aspettare di conoscere direttamente chi rimpiazzerà Obama. Oltre alla disfatta nelle elezioni di mid-term, la Casa Bianca ha poi dovuto fare i conti con gli esiti piuttosto negativi del vertice dell’Apec, il Forum dell’Asia-Pacifico voluto a suo tempo da Bill Clinton, svoltosi a Pechino. Anche se la stampa internazionale ha enfatizzato il raggiungimento in quella sede di un accordo tra Stati Uniti e Repubblica popolare cinese sulla lotta ai cambiamenti climatici, dipingendolo come il preludio di un possibile direttorio mondiale a due, il dato più importante emerso dalla grande riunione multilaterale è in effetti la crisi del progetto obamiano di dar vita ad un’area transpacifica di libero scambio preclusa alla Cina, il Ttp.

Il Ttp è uscito dal novero delle aspirazioni concretizzabili, perché nessun paese asiatico ha dato prova di essere pronto ad accettare la prospettiva di esser tagliato fuori dal mercato cinese. Ha invece prevalso il concorrente progetto sponsorizzato dalla Repubblica popolare, il Ftaap, o Area di libero scambio dell’Asia-Pacifico, che comprende anche la Cina e la cui promozione figura tra gli obiettivi enunciati nella dichiarazione di fine vertici sottoscritta dagli stati partecipanti all’Apec. Con il Ttp è venuto meno uno dei due pilastri della politica obamiana di doppio contenimento di Cina e Russia. Diventa pertanto adesso più importante per Obama concludere il negoziato sul concorrente progetto transatlantico, il Ttip, che non dispiace ai repubblicani ma incontra crescenti riserve in Europa, in ragione dei danni che potrebbero derivarne al comparto agro-industriale comunitario e a tutte le società che dovranno competere con le multinazionali statunitensi per gli appalti pubblici nell’Ue.
 
Usa: i risultati delle elezioni medio termine non pregiudicano le possibilità dei democratici nel 2016
14 nov 2014 19:28 - (Agenzia Nova) - Per quanto il successo nelle elezioni Usa di medio termine abbia generato un certo ottimismo in campo repubblicano, attestato tra l’altro dall’invito a candidarsi rivolto da George Walker Bush al fratello Jeb, appare ancora azzardato trarre dagli esiti delle consultazioni delle indicazioni affidabili per la futura corsa che nel 2016 sfocerà nella scelta del successore di Barack Obama. In primo luogo, perché il rinnovo dei governatorati e di parte del Congresso non ha mai attratto con la stessa forza delle presidenziali gli elettori marginali: vale a dire giovani ed appartenenti alle maggiori minoranze, che sono stati la forza chiave di Obama, ma raramente si danno la pena di esperire in occasione delle elezioni di medio-termine la trafila alla quale negli Stati Uniti occorre sottoporsi per esercitare il diritto di voto.

Ai democratici, è questa parte dei loro consensi che è venuta a mancare. Ed è una fetta dell’elettorato Usa che può essere abbastanza facilmente mobilitata per un candidato presidente di estrazione democratica brillante e carismatico quanto basta per spingerli ad andare alle urne. In secondo luogo, anche se alle elezioni di medio termine si sono distinti soprattutto i candidati della destra mainstream, i repubblicani sono ancora attraversati da tensioni interne talmente importanti da far dubitare della loro unitarietà come partito. In pratica, per poter prevalere nella contesa per la Casa Bianca, il Grand Old Party dovrebbe riuscire a trovare un candidato sufficientemente autorevole da potersi contrapporre con successo ad una politica di lungo corso come Hillary Clinton ed al contempo capace di attrarre almeno il voto dei latini ed di assorbire il Tea Party. Un leader cioè in grado di realizzare la proverbiale quadratura del cerchio. Jeb Bush avrebbe dalla sua un eccellente reputazione, stabilita all’epoca in cui era governatore della Florida, ed in quanto cattolico potrebbe avere anche l’appoggio dell’elettorato messicano o comunque di origine centro-americana. Merita pertanto di essere preso in considerazione.

La storia mostra però che le sfide repubblicane coronate da successo sono state spesso quelle lanciate da uomini della destra che si sono progressivamente spostati verso il centro. A tali caratteristiche corrisponde in particolare Rand Paul, che sta provando a distanziarsi da Tea Party e Libertari, pur mantenendo le loro simpatie, ed è quindi un candidato in prospettiva meritevole di essere attentamente monitorato. Si capirà meglio dove tira il vento esattamente tra un anno, quando inizieranno le primarie.
 
Russia: rischio concreto di crescente subalternità alla Cina
14 nov 2014 19:28 - (Agenzia Nova) - Le difficoltà incontrate dagli Stati Uniti a Pechino sono perfettamente speculari a quelle sperimentate dalla Russia, la cui leadership sta scommettendo su un progetto di frammentazione del sistema economico globale da realizzare insieme alla Repubblica popolare cinese e constata, invece, tanto la volontà della Cina di rimanerne un perno quanto i suoi evidenti progressi. I cinesi hanno evitato che l’area transpacifica di libero scambio (Ttip) caldeggiata da Obama li confinasse in un angolo. E sono riusciti a porsi al centro dell’area geopolitica e geoeconomica dell’Asia-Pacifico. Ma mentre gli Usa si sono comunque rafforzati in Europa e rimane in piedi impregiudicata, a Washington, l’ambizione di condurre in porto il negoziato sull’area di libero scambio transatlantica (Ttip), la Federazione Russa rischia concretamente un futuro di subalternità. Il presidente Vladimir Putin sta cercando di sfuggirvi con una serie di iniziative a 360 gradi, che tuttavia stanno scontrandosi con limiti oggettivi, che dipendono dalla debolezza attuale della Russia e dalla divergenza dei propri obiettivi rispetto a quelli perseguiti dai suoi potenziali partner.

Mosca ha appena siglato con Pechino un nuovo accordo concernente le forniture di gas russo alla Repubblica popolare, che a regime renderà dipendente la Cina dalla Russia per un quinto del suo fabbisogno di metano. Russi e cinesi hanno inoltre concordato anche di sottrarre i rapporti commerciali bilaterali all’utilizzo del dollaro. Ma la prospettiva dei contraenti è differente: non pochi vedono infatti in questo passo di Pechino soprattutto la volontà di preparare il renminbi alla piena convertibilità, cioè ad una più piena integrazione nel sistema economico mondiale, che è considerata essenziale alla prosecuzione del processo di sviluppo della Cina e alla sua stessa stabilità. E va certamente in una direzione assai diversa a quella auspicata dal Cremlino anche il successo incontrato in sede Apec dal progetto Ftaap, che mira alla creazione di un’area vastissima di libero scambio che porrà presto i russi di fronte alla scelta di accettarne di farne parte o scegliere la via impervia di un isolamento assoluto che accelererebbe il declino della Federazione.

Le prospettive sono difficili, perché il Ftaap non sembra compatibile con il progetto dell’Unione Economica Eurasiatica, almeno non più di quanto quest’ultimo lo sia rispetto al Ttip, che Stati Uniti ed Europa comunitaria stanno negoziando dal luglio 2013. E’ anche per questo motivo che Mosca cerca di stabilire ovunque possibile intese di contrappeso, a partire proprio dall’Asia-Pacifico, dove peraltro le sue carte non possono competere con quelle cinesi né con quelle a disposizione degli Stati uniti. La nuova centralità apparentemente conquistata dall’Asia-Pacifico e dalla Repubblica popolare al suo interno rappresenta una sfida anche per l’Europa, che si trova per certi versi in una posizione non meno complessa di quella in cui si trova la Russia, alle prese con una crisi economica interna di notevole gravità, che ormai tocca la stessa Germania, ed apparentemente indecisa più che mai sul proprio futuro.