Atlantide
24.10.2014 - 16:40
ANALISI
 
Medio Oriente: i quattro nodi del conflitto
24 ott 2014 16:40 - (Agenzia Nova) - Sono numerosi gli elementi che concorrono a rendere difficile la lettura degli avvenimenti che si stanno svolgendo tra le coste del Mediterraneo Orientale e quelle del Golfo Persico. Nulla somiglia più agli scenari limpidi e lineari della Guerra fredda neanche in quelle zone tormentate. La struttura delle alleanze formali esistenti nella regione non coincide più con la rete dei rapporti e delle complicità di fatto determinatasi negli ultimi anni. Inoltre, le scelte politiche e di allineamento fatte dai maggiori attori in campo sono soggette a continua revisione, cosa che rende particolarmente arduo formulare previsioni realistiche sul loro comportamento futuro. Orientarsi, di conseguenza, è complesso. Alcuni punti fermi, tuttavia, esistono e possono essere considerati degli eccellenti punti di partenza per l’analisi.

Ce ne sono almeno quattro: il primo è rappresentato dall’urto per il controllo dell’Islam politico, che contrappone l’Arabia Saudita al Qatar ed alla Turchia. Il secondo è costituito dalle crescenti ambizioni geopolitiche di Ankara, che hanno scatenato importanti reazioni di rigetto da parte di coloro che se ne ritenevano danneggiati. Il terzo si lega all’aspirazione dei curdi, peraltro fortemente divisi al proprio interno, di ritagliarsi spazi sempre maggiori di autonomia, in vista dell’instaurazione di un loro proprio stato nazionale. Il quarto, infine, ha a che fare con il tentativo del presidente statunitense Barack Obama di pervenire ad una riconciliazione con l’Iran, una priorità assoluta del suo secondo mandato alla Casa Bianca, in quanto ritenuta in grado non soltanto di modificare gli equilibri regionali, permettendo agli Stati Uniti di ridurre la loro esposizione militare e politica nello scacchiere, ma anche di poter dispiegare un impatto rilevante e favorevole agli interessi Usa sugli assetti dell’Eurasia nel suo complesso.

Tali fattori incidono sulla dinamica del conflitto che da qualche settimana contrappone una debole coalizione internazionale guidata da Washington allo Stato islamico proclamato da Abu Bakr al Baghdadi a cavallo tra la Siria e l’Iraq settentrionale. Quello di più impervia interpretazione è senza dubbio il primo. (g.d.)
 
Medio Oriente: le forme della rivalità tra Qatar ed Arabia Saudita
24 ott 2014 16:40 - (Agenzia Nova) - Qatar ed Arabia Saudita sono in rotta di collisione almeno dal momento in cui il padre di Tamim, l’emiro attualmente regnante a Doha, Hamad, rovesciò con un colpo di stato il predecessore Khalifa, dando avvio ad un radicale programma di trasformazione e modernizzazione del proprio paese. E’ stato Hamad, in effetti, con il sostegno della sua favorita, la sceicca Moza, a promuovere lo sfruttamento intensivo dell’estrazione del gas, industria dalla quale il Qatar ha tratto le risorse finanziarie con le quali alimentare una politica di forte espansione della propria influenza, i cui caposaldi sono stati la creazione di una fitta rete internazionale di clienti, lo stabilimento di importanti contatti con tutte le articolazioni dell’Islam politico radicale, inclusa al Qaeda, e la fondazione di un proprio network televisivo assai incisivo, “al Jazeera”. Fini perseguiti e mezzi utilizzati dalla diplomazia qatarina sono alla base del forte contrasto che ha opposto negli ultimi anni l’Emirato controllato dalla famiglia al Thani alla potente monarchia saudita.

L’aggressivo clientelismo praticato da Doha ha danneggiato infatti soprattutto la rete delle relazioni intessuta dagli al Saud, che hanno perduto importanti posizioni a Washington. Dal 2003, il Qatar offre ospitalità in una sua base a sud di Doha alle unità statunitensi che si trovavano prima in Arabia. Al metano qatarino, inoltre, gli Stati Uniti hanno assegnato il compito di ridurre la percentuale del fabbisogno europeo soddisfatta dalla Russia. I vantaggi acquisiti dal Qatar in Francia, invece, si sono provati di più corto respiro, come prova il recente allineamento di Parigi alle posizioni più intransigenti assunte da Riad nei confronti dell’avanzata del negoziato condotto dal gruppo dei 5 + 1 nei confronti dell’Iran.

L’aspetto certamente più controverso della strategia del Qatar è tuttavia quello concernente i suoi rapporti con l’Islam Politico e tutta la grande galassia dei movimenti radicali e di stampo jihadista. Una tesi che gode di un certo credito afferma che l’emirato li abbia sviluppati per proporsi nel ruolo di apprezzato mediatore internazionale, specialmente in presenza di sequestri e cattura di ostaggi: funzione che tuttora svolge con un certo successo, come si è riscontrato nella vicenda che ha condotto al rilascio dei cittadini turchi imprigionati dallo Stato islamico. Non si può escludere però che all’occorrenza questo capitale di contatti sia stato speso anche per condizionare la politica di altri paesi. Alcuni analisti ritengono invece che le relazioni intrattenute per qualche tempo con lo stesso Osama bin Laden siano servite soprattutto ad accrescere la statura ed il grado di autonomia internazionale del Qatar rispetto ai propri vicini, incluso l’Iran. Prima di essere utilizzata in appoggio alle rivolte del 2011, in effetti, “al Jazeera” è stata a lungo lo strumento attraverso il quale i qaedisti divulgavano i videomessaggi della propria leadership, anche se Doha aveva accettato la richiesta di Washington di subordinare ad una propria autorizzazione la loro trasmissione.

A connotare tuttavia in senso profondamente anti-saudita la politica qatarina di relazioni con il mondo islamista è stata soprattutto proprio la scelta di sostenere le “primavere arabe” e la successiva ascesa della Fratellanza musulmana, a lungo fiancheggiata anche da Washington ma considerata dalla corte di Riad un pericolo di natura esistenziale alla sopravvivenza della monarchia saudita. Ne è infatti derivato uno scontro durissimo, del quale Doha ha vinto il primo round. L’Arabia Saudita ha tuttavia pilotato con successo una vasta controffensiva, che è sfociata nel rovesciamento del presidente Mohammed Morsi in Egitto, uno smacco clamoroso per la politica mediorientale di Barack Obama, e della quale è certamente parte anche la creazione dello Stato islamico, che doveva servire tanto a contenere il ruolo della Fratellanza musulmana nella lotta contro il regime di Damasco quanto a creare ulteriori problemi all’avanzata del dialogo tra Stati Uniti ed Iran, da cui i sauditi si sentono egualmente minacciati.

Le responsabilità di Riad al riguardo sono state anche al centro di un brusco e molto chiacchierato scambio di vedute tra il segretario di Stato Usa, John Forbes Kerry, ed il principe Bandar bin Sultan, secondo il quale l’Arabia Saudita sarebbe stata costretta a giocare la carta jihadista dopo la rinuncia statunitense ad intervenire contro il presidente siriano Bashar al Assad. Che poi l’agenda dello Stato islamico sia nel frattempo cambiata, come del resto ai suoi tempi quella di al Qaeda, è altra storia, così come lo è il fatto che, avendo il Califfato assunto una postura di fatto ostile agli interessi sauditi, lo Stato islamico di Al Baghdadi possa essere divenuto attraente anche per gli al Thani. Magari più della stessa Fratellanza, in parte sbandata dopo il golpe dei militari egiziani, ed ora forse considerata un cavallo perdente persino a Doha.

C’è, inoltre, dell’altro. Per quanto considerato generalmente non ostile all’Iran, il Qatar teme gli effetti della concorrenza del metano persiano qualora Teheran venga davvero perfettamente reintegrata nel sistema internazionale. Ragion per cui anche Doha potrebbe considerare con un certo favore qualsiasi cosa possa portare allo stallo dei negoziati con la Repubblica islamica, ormai vicini ad un momento decisivo. I giochi sono veramente complessi. (g.d.)
 
Medio Oriente: la questione curda e gli obiettivi di Ankara e Washington
24 ott 2014 16:40 - (Agenzia Nova) - Nella lotta contro lo Stato islamico va collocata la partita per il futuro dei curdi, che in realtà concerne non soltanto la loro unità ed indipendenza, ma chiama in causa il destino della Turchia e le sorti dell’ambizioso programma geopolitico del presidente Recep Tayyip Erdogan. Il leader turco ha in effetti cercato in Siria un’impossibile quadratura del cerchio: una vittoria sul regime di Assad di cui non potessero giovarsi né Israele, né l’Arabia Saudita né, tanto meno, i curdi. Dal punto di vista di Ankara, sarebbe stato ottimale il successo a Damasco di una coalizione d’opposizione dominata dalla Fratellanza musulmana. Ma la debolezza militare delle articolazioni di quest’ultima hanno costretto Erdogan ad immaginare iniziative sempre più acrobatiche e spregiudicate, che lo hanno prima condotto al tentativo di coinvolgere nel conflitto civile siriano l’Alleanza atlantica e poi alla sciagurata scommessa fatta a profitto di organizzazioni radicali in realtà ideologicamente molto lontane dall’Akp, ma comunque ritenute utili nell’immediato.

Ankara ha contestualmente cercato di approfondire le spaccature tra i curdi, offrendo in Iraq sostegno e cooperazione a Massoud Barzani, ed avversando invece tanto le componenti curde più vicine all’Iran, come quella guidata da Jalal Talabani, quanto quelle siriane prossime al Pkk, che si sono raccolte nel Pyd e nella sua milizia, lo Ypg. Queste ultime sono quelle che con il tacito (e provvisorio) assenso di Damasco hanno dato vita a tre cantoni autonomi, uno dei quali è quello che fa capo a Kobani. Si spiegano anche attraverso questo prisma le decisioni prese dal governo turco e da quello Usa in quel delicato punto del fronte.

Nella battaglia di Kobani, Erdogan ha inizialmente optato per lo Stato islamico, contro i curdi siriani, attaccando le retrovie dello Ypg proprio mentre si sviluppava l’offensiva nei confronti della città al confine con la Turchia. Soltanto a causa delle forti pressioni degli Stati Uniti, che non hanno esitato ad utilizzare i bombardieri strategici B-1 per difendere Kobani, il leader turco ha aperto all’ipotesi di favorire l’ingresso nel teatro dei combattimenti di forze provenienti dal Kurdistan iracheno, fornite peraltro dal fido Barzani.

La battaglia non potrebbe essere più aspra: nella prospettiva statunitense, infatti, nell’Intermarium che si estende tra il Mediterraneo orientale ed il Golfo Persico, non esiste spazio per alcun progetto egemonico, al contrario di quanto forse ancora si pensa ad Ankara. La Casa Bianca sembra invece puntare alla realizzazione di un equilibrio regionale di potenza, che potrebbe passare anche per la nascita di uno stato curdo indipendente, seppure esteso su una parte soltanto del Kurdistan etnico, e magari contemplare persino una qualche forma di sopravvivenza per lo stesso Califfato, una volta opportunamente indebolito con una prolungata campagna aerea, quindi in qualche modo “moderato” nelle proprie aspirazioni politiche ed infine legittimato.

Da una simile prospettiva deriverebbero, infatti, una significativa frammentazione della regione, similmente a quanto accadde nei Balcani vent’anni fa, nonché l’indebolimento ed il bilanciamento reciproco di tutti gli attori locali, che rientra negli interessi attuali di Washington. Ecco perché sembra al momento piuttosto improbabile un massiccio coinvolgimento di truppe terrestri statunitensi in una campagna che sia davvero volta alla distruzione dell’Isis. Agli Usa, semplicemente, non conviene. (g.d.)