Corno d'Africa
23.10.2014 - 14:33
Analisi
 
Somalia: Mogadiscio punta a diventare produttore di petrolio entro il 2020
23 ott 2014 14:33 - (Agenzia Nova) - Come annunciato di recente dal ministro somalo del Petrolio e delle Risorse minerarie, Daud Mohamed Omar, la Somalia punta a divenire un paese produttore di petrolio entro il 2020, riprendendo il controllo di un settore sostanzialmente abbandonato dopo lo scoppio della guerra civile nel 1991. Nel confermare il rinnovato interesse di Mogadiscio per il settore petrolifero, Omar ha precisato che la produzione offshore dovrebbe iniziare entro sei anni, mentre quella onshore dovrebbe essere avviata nell’arco dei prossimi nove anni. L’annuncio del ministro - avvenuto nel corso del secondo vertice annuale “Somalia Oil and Gas” che si è svolto questa settimana a Londra - giunge peraltro in un momento in cui sono in corso delle trattative fra il governo somalo e le principali compagnie petrolifere internazionali, tra cui Shell, per rilanciare i contratti lasciati in sospeso nel 1991. In Somalia, infatti, uno dei settori economici che sembra essere tra i più promettenti è certamente quello estrattivo, in particolare quello degli idrocarburi.

Tale settore rappresenta un importante ambito di opportunità, il cui grado di fruibilità e accessibilità resta tuttavia vincolato alla soluzione di alcuni nodi politici (locali e regionali), e alla strutturazione di un chiaro assetto amministrativo e di governance. Per sbloccare la situazione, il ministero del Petrolio somalo ha di recente elaborato dei provvedimenti per disciplinare la compartecipazione ai proventi derivanti dalle operazioni di sviluppo, raffinazione e trasformazione (“downstream”) del petrolio, sottoponendoli all’attenzione delle autorità locali somale per l'approvazione. In una nota diramata nei giorni scorsi, inoltre, si precisa che “il ministero, creato meno di un anno fa, è l'unica autorità legittima del settore” e che ogni accordo siglato in precedenza con i governi regionali è da considerarsi “illegale”.

Il riferimento è alla legge volta a disciplinare la gestione delle concessioni, redatta nel 2006 grazie al sostegno tecnico della Kuwait Energy Company e della indonesiana PT Medko Energy International Tbk, che istituì la Somalia Petroleum Authority (Spa), agenzia competente a gestire le concessioni di esplorazione e di estrazione. La Spa era controllata al 51 per cento dal governo somalo, che ne nominò anche i vertici, e al 49 per cento della Kuwait Energy Company e della indonesiana PT Medko Energy International Tbk. Le dimissioni del presidente Abdullahi Yusuf, il 28 dicembre 2008, hanno segnato però anche la fine dell’iter legislativo della legge redatta nel 2006, che non è stata mai approvata dal parlamento federale transitorio. Tuttavia nuovi tentativi di sfruttare le risorse petrolifere in Somalia sono stati condotti a livello locale da piccole compagnie di esplorazione, come accaduto in Puntland e Somaliland.

A dare nuovo impulso al settore petrolifero somalo è stato, però, l’accordo firmato nel 2013 tra il governo di Mogadiscio e la compagnia petrolifera Soma Oil & Gas, società britannica istituita per operare esclusivamente in Somalia con l’obiettivo di cercare e sviluppare opportunità di estrazione di petrolio e gas nel paese. La compagnia britannica sta conducendo un'indagine sismica a largo delle coste somale per mappare la possibile esistenza di giacimenti. Le esplorazioni dovrebbero concludersi entro l'inizio del 2015 e, se i risultati saranno soddisfacenti, la società dovrebbe iniziare ad effettuare esplorazioni sismiche tridimensionali, basate cioè sulla tecnica della prospezione tridimensionale (sismica 3D) per raccogliere dati sismici e quindi determinare la posizione spaziale degli stati profondi in tre dimensioni, e a realizzare pozzi di estrazione, nell'ambito di un accordo di produzione condivisa con il governo somalo. In cambio dei dati ottenuti, il governo di Mogadiscio garantirà alla compagnia britannica il diritto di prelazione sui 12 blocchi più promettenti.

Secondo diversi studi di settore condotti a partire dagli anni Sessanta e ultimamente nella regione autonoma del Puntland, la Somalia possiede consistenti riserve petrolifere e di gas naturale, sia offshore che onshore, concentrate principalmente in otto bacini, di cui i più importanti sono quelli di Habra Garhajis (nord-ovest), Almado-Dharoor (nord-est), Nugal (centro-nord) e alcune blocchi offshore a largo delle coste meridionali adiacenti alle acque territoriali keniane, e tutt’oggi oggetto di disputa tra Nairobi e Mogadiscio. Tra l'inizio degli anni Ottanta e la caduta di Siad Barre nel 1991, varie major internazionali (come Eni, Shell e Total) avevano messo gli occhi su alcuni potenziali giacimenti, mentre risale al 1992 il rapporto congiunto delle Nazioni Unite e della Banca mondiale sull'Africa nord-orientale che poneva la Somalia al secondo posto dopo il Sudan come potenziale produttore regionale.

Il rinnovato interesse occidentale per gli idrocarburi locali è riemerso negli anni 2000 nella semi-autonoma e più stabile regione del Puntland, dove esplorazioni petrolifere sono state condotte dalla compagnia cinese National Offshore Oil Corp (Cnooc), dall’Africa Oil Corp e dalla sua società - controllata all’80 per cento - Horn Petroleoum, in cui sono presenti anche la Red Emperor Resources e la Range Resources. Dopo un periodo di assestamento, la Horn Petroleum ha iniziato le attività estrattive nel gennaio del 2012, stimando le riserve petrolifere disponibili nel Puntland in 10 miliardi di barili. Nel Somaliland alcune compagnie hanno già acquisito ingenti diritti di esplorazione, come la turca Genel Energy, la britannica Ophir Energy e l’australiana Jacka Resources, le quali hanno avanzato le prime offerte al governo indipendentista di Hargheisa a partire dall’aprile del 2012.

La firma dell'accordo tra Mogadiscio e la Soma rischia di completare un quadro già di per sé incerto ed esposto a rischi. La Somalia è, infatti, ben lungi dall'essere un paese pacificato, pur tenendo conto degli innegabili progressi sul fronte della sicurezza che hanno permesso un precario ritorno alla normalità nella capitale somala e il rientro di molti membri della diaspora. Appare chiaro, dunque, come la scelta delle autorità somale di siglare l'accordo con la compagnia britannica sia dettata dalla necessità di far sentire la voce di Mogadiscio sulle autorità di Somaliland e Puntland, quasi un richiamo all'ordine su realtà di fatto indipendenti e con maggiore potenziale di attrazione degli investimenti esteri. (Marco Malvestuto)