Atlantide
01.10.2014 - 16:32
Analisi
 
Cina: a Hong Kong in discussione il futuro dell’attuale leadership di Pechino
1 ott 2014 16:32 - (Agenzia Nova) - Inizia finalmente a farsi strada anche sui nostri media la rivolta scoppiata ad Hong Kong, dove è uscito allo scoperto un movimento di contestazione che usa tecniche assai simili a quelle viste all’opera negli Stati Uniti, come quelle impiegate da Occupy Wall Street, e potrebbe anche preludere ad un tentativo d’innesco di una rivoluzione colorata in Cina. Hong Kong ha alcune peculiarità. Ex colonia britannica restituita alla Repubblica Popolare nel 1999, è rimasta un’importante piazza finanziaria, in cui circola una moneta diversa dal renminbi e si parla l’inglese. E’ quindi un perfetto punto d’attacco, perché tutto ciò che vi accade può esser facilmente comunicato all’esterno, anche se è difficile ipotizzare un rapido effetto contagio della rivolta al resto della Cina continentale.

Le autorità di Pechino non nascondono la loro preoccupazione: chiedono agli Stati Uniti di non ingerirsi, ad esempio; assicurano il loro sostegno al potere locale, che è bersaglio delle proteste, ma per ora hanno ritirato i blindati immortalati dai grandi circuiti televisivi internazionali. E’ probabile che il governo della Repubblica Popolare farà quanto in suo potere per evitare uno scontro sanguinoso che ne comprometterebbe a lungo l’immagine, ma i margini a sua disposizione sono stretti. La prudenza potrebbe essere infatti scambiata per debolezza, incoraggiando altre spinte eversive, mentre alcuni settori degli apparati dello stato rileverebbero la mancanza di determinazione dimostrata dalla nuova leadership. Non è da escludere che, alla fine di tutto, Pechino cerchi di sfuggire alla morsa delle critiche giocando con maggior spregiudicatezza la carta nazionalista, che è oltretutto utile a tener buoni i militari, con l’effetto tuttavia di deteriorare la sicurezza complessiva, dell’area e globale.

Costituisce una circostanza interessante il fatto che questi eventi si producano ad Hong Kong a poche settimane di distanza dal viaggio di Papa Francesco in Corea del Sud. Non c’è, naturalmente, una connessione diretta tra i due eventi, anche perché la linea ufficiale della Santa Sede privilegia attualmente la ricerca dell’appeasement con il regime cinese, anche a costo di sacrificargli gli interessi della Chiesa clandestina più vicina a Roma. Tuttavia, alti esponenti del clero cattolico si sono fatti vedere in strada, come il cardinale Zen, mentre altri, pur invitando alla prudenza ed alla moderazione, hanno comunque fatto capire di comprendere le rivendicazioni di chi scende in piazza.

Le implicazioni degli avvenimenti in corso potrebbero essere notevoli. Il potere del Partito Comunista non è certamente in pericolo, perché non c’è nulla che davvero il resto del pianeta possa fare per determinare un esito di questa prova di forza diverso dal successo del potere centrale cinese. Ma la maniera in cui Xi Jinping gestirà questa crisi condizionerà certamente il modo in cui verrà percepito dall’opinione pubblica internazionale. Potrebbe risentirne anche il posizionamento internazionale della Repubblica Popolare che, sentendosi sotto attacco, non è escluso sia indotta da quanto accade a rivedere i propri rapporti con gli Stati Uniti, per puntare più decisamente sull’approfondimento delle relazioni con la Russia e la valorizzazione ulteriore della Organizzazione di Shanghai per la cooperazione. Proprio per facilitare questo corso, non è improbabile che il Cremlino esprima presto la propria solidarietà nei confronti di Pechino.
 
Siria-Iraq: iniziati i raid contro lo Stato islamico
1 ott 2014 16:32 - (Agenzia Nova) - E’ di grande importanza la crisi in atto in Medio Oriente, regione nella quale il sensibile rafforzamento dei miliziani dello Stato islamico ha portato alla pseudo-fondazione di un nuovo stato ed all’avvio di operazioni militari tese al suo indebolimento e progressivo sradicamento. Occorre sottolineare come il cosiddetto Califfato proclamato da Abu Bakr Al Baghdadi sia un prodotto della guerra civile siriana e delle complesse iniziative messe in campo dai nemici del regime di Damasco per averne ragione, determinando un nuovo quadro politico funzionale ai propri interessi nazionali. Le variabili decisive di questa trama complessa sono comunque due.

La prima è il confronto in atto tra la Fratellanza musulmana, appoggiata essenzialmente da Qatar e Turchia, ed i suoi avversari, sostenuti principalmente da Arabia Saudita, i suoi satelliti del Golfo ed Israele. Dopo esser stati sconfitti in Egitto dai militari, i Fratelli hanno perso anche il controllo dell’insurrezione contro gli Assad, che è passato nelle mani di alleati della corte di Riad. Al Jerba, un amico dei sauditi, è salito ai vertici della rappresentanza ufficiale degli insorti, mentre sul terreno acquisivano forza le formazioni salafite, wahabite e collaterali ad al Qaeda, come al Nusra ed il nucleo di quello che sarebbe divenuto l’Isis, poi Stato islamico (Is).

Non appena gli Stati Uniti ne hanno preso atto, il loro supporto alla rivolta contro Damasco si è raffreddato sensibilmente, permettendo ai lealisti di riprendere il controllo della situazione ed evitare una disfatta. Neanche il controverso ricorso alle armi chimiche nei dintorni della capitale è valso ad indurre il presidente Usa Barack Obama a sostenere militarmente i ribelli. Pur essendo alleato della Fratellanza, per piegare Assad anche il capo dello stato turco Recep Tayyip Erdogan ha favorito la nascita della nuova formazione, che tuttavia è rapidamente sfuggita al controllo dei suoi creatori e sponsor. Proprio la Turchia ha subìto, ad esempio, il sequestro ad opera dei miliziani dell’Is di diverse decine di ostaggi, recentemente liberati al termine di una complessa trattativa, mentre gli al Saud hanno dovuto prendere atto di una sfida del Califfo al loro ruolo di guide dell’Islam sunnita.

Questi fatti ed il rapido allargamento del territorio controllato dall’Is sono alla base dell’intervento internazionale che ha preso forma nelle ultime settimane: una campagna guidata di fatto dagli Stati Uniti, che appoggiano insieme ai loro partner occidentali e locali le truppe di terra fornite dai peshmerga curdi, dalle milizie del Pkk, da elementi dei pasdaran iraniani e dall’Esercito regolare iracheno.

Le operazioni sembrano avere obiettivi limitati e neanche del tutto condivisi tra i paesi che le conducono. Mentre tutti colpiscono i bersagli offerti dall’Is in Iraq, ad esempio, alcuni non si spingono in Siria, per non rafforzare indirettamente Assad. Gli statunitensi, inoltre, attaccano anche al Nusra, che invece molti dei loro alleati arabi non vogliono toccare. Ad Obama non pare interessare l’eventuale rovesciamento del regime di Damasco, almeno fintantoché l’insurrezione continuerà ad essere dominata da jihadisti sunniti che l’Iran percepisce come irriducibili nemici, al contrario del grosso dei paesi partecipanti alla sua coalizione. La Casa Bianca, infatti, desidera evitare che dalla lotta all’Is possa derivare la compromissione del dialogo che intrattiene con Teheran, la seconda variabile chiave, peraltro ormai appeso ad un filo, avversato com’è dai sauditi e dagli emirati loro alleati. Dal suo letto d’ospedale, l’ayatollah Khamenei ha autorizzato i militari iraniani a cooperare con quelli statunitensi, ma non è detto che la riconciliazione con Washington abbia effettivamente luogo.

Nel frattempo, l’Iran ha colto un significativo successo proprio alle spalle di Riad, nello Yemen, dove una fazione sciita, quella degli Houti, è riuscita a conquistare Sana’a, ponendo in rotta una formazione antagonista che era legata ai Fratelli musulmani. Ancorché a malincuore, sembra che i sauditi abbiano accettato questo esito come il male minore.

Obama ha chiesto a tutti i paesi della regione di lavorare alla ricomposizione del forte contrasto che oppone sciiti e sunniti. E’ difficile che venga ascoltato. Ma proprio gli avvenimenti yemeniti e l’esistenza dello Stato islamico lasciano intravedere la possibilità di mettere finalmente in qualche modo tutti d’accordo e pervenire anche a forme di collaborazione finora impensabili. Ecco perché vi è chi ritiene che gli Usa non intendano veramente sconfiggere e sradicare lo Stato islamico, ma solo indebolirlo e concorrere alla sua moderazione. Perché è comunque utile all’equilibrio di potenza che sperano di costruire in qualche modo nell’area, allo scopo di ridurre la loro esposizione su quei teatri.

Pagherebbero tuttavia il conto forse proprio gli europei, che al termine di questo urto di vaste proporzioni sarebbero poi costretti a fare i conti con i cosiddetti “combattenti stranieri”, i convertiti o gli immigrati naturalizzati che hanno imbracciato le armi e sono andati a combattere per il Califfo. Potrebbero tornare a casa, infatti, e qui cercare di polarizzare le comunità musulmane europee, perpetrando una serie di attentati sanguinosi sulle strade anche del nostro paese. Potrà stupire, ma proprio per questo tra coloro che esigono lo sradicamento dello Stato islamico ci sono proprio i vertici delle comunità dei musulmani residenti in Europa, che chiedono inoltre alla polizia politica ed ai servizi segreti di aiutarle a rintuzzare le infiltrazioni.
 
Italia-Russia: Roma torna ad una politica più moderata nei confronti di Mosca
1 ott 2014 16:32 - (Agenzia Nova) - Incassata dal Consiglio europeo la nomina di Federica Mogherini alla testa della Politica estera e di sicurezza comune, superando le diffidenze del blocco baltico spalleggiato dai tedeschi, l’Italia sembra aver già nuovamente corretto la propria politica nei confronti della Federazione Russa, riportandola su posizioni più tradizionali. Il primo elemento di novità in tal senso si è registrato già tra il 9 e 10 settembre scorso, in occasione della riunione dei Rappresentanti permanenti degli stati membri presso l’Unione europea, il Coreper, alla quale era demandata la decisione ultima sull’attuazione delle sanzioni contro la Russia della cosiddetta Fase Tre.

L’ambasciatore italiano che dirigeva i lavori in quanto esponente del paese presidente di turno delle Comunità ha, infatti, cercato in tutti i modi di sospenderne temporaneamente l’applicazione. Malgrado la sua resistenza, e quella opposta da un manipolo di altri governi, il Coreper ha peraltro deciso di dar corso alle richieste provenienti dal Consiglio europeo, pur decidendo di riconvocarsi per apprezzare nuovamente la situazione il 30 settembre, senza che tuttavia intervenissero variazioni.

Va rilevato come la linea ostile alle sanzioni sia condivisa in modo bypartisan da governo e parlamento, come prova l’approvazione da parte del Senato di un ordine del giorno presentato in proposito dal senatore Roberto Calderoli nel corso del dibattito sulla conversione in legge del decreto di proroga delle nostre missioni militari all’estero. Rispondendo poi ad un’interrogazione a risposta immediata in Commissione presentata dalla Lega Nord alla Camera, l’11 settembre scorso il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, ha smentito notizie date dalla stampa secondo cui militari italiani avrebbero partecipato all’esercitazione appena conclusasi denominata Rapid Trident 14, che era stata programmata sul territorio ucraino nell’ambito della Partnership for Peace della Nato. Fatto persino più rivelatore, la Pinotti ha aggiunto in quella circostanza come l’Italia avesse raccomandato all’Alleanza atlantica di non assumere misure militarmente impegnative in Ucraina.

Infine, intervenendo alla più recente sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dopo aver difeso il diritto dell’Ucraina alla propria integrità territoriale, il premier Matteo Renzi ha auspicato il sollecito ritorno della Russia ad esercitare il ruolo di attore globale che le compete naturalmente. In pratica, il presidente del Consiglio ha utilizzato nei confronti della Federazione Russa lo stesso tono impiegato da Papa Francesco alla fine dell’estate del 2013 alla vigilia del Vertice di San Pietroburgo. E’ forse anche per questi motivi che a rappresentare Mosca all’imminente vertice euro-asiatico di Milano non sarà il premier Dmitrij Medvedev, ma il presidente Vladimir Putin.