Corno d'Africa
11.09.2014 - 15:06
 
 
ANALISI
 
Sudan-Sud Sudan: la questione petrolifera al centro delle difficili relazioni tra Giuba e Khartoum
11 set 2014 15:06 - (Agenzia Nova) - L’indipendenza di Giuba da Khartoum, decretata dall’esito del referendum del 9 luglio 2011 che ha approvato quasi all’unanimità la secessione del Sud Sudan, ha sollevato diverse questioni scottanti nelle relazioni fra i due paesi, soprattutto per quanto riguarda la definizione dei confini in corrispondenza del distretto petrolifero di Abyei, rivendicato da entrambi i paesi, e la spartizione dei proventi derivanti dall’estrazione del petrolio sud sudanese. Dopo la secessione, infatti, Khartoum ha perso il controllo di gran parte dei propri giacimenti petroliferi (circa il 75 per cento) che si trovavano nel sud del paese e che ora sono sotto il controllo di Giuba. Inoltre, a seguito della secessione, il Sudan ha perso circa il 55 per cento delle entrate fiscali e circa i due terzi delle sue entrate in valuta estera, secondo il Fondo monetario internazionale (Fmi), mentre i proventi delle esportazioni di petrolio sono passate dai quasi 11 miliardi di dollari nel 2010 a poco meno di 1,8 miliardi dollari nel 2012. Sempre secondo il Fmi, nel 2012 i proventi del petrolio hanno rappresentato il 27 per cento del totale dei ricavi e dei contributi pubblici in Sudan, contro il 60 per cento del 2010.

Dal canto suo, nonostante possa amministrare una quantità notevole di petrolio e di impianti estrattivi, il Sud Sudan è un paese in cui le infrastrutture sono praticamente inesistenti: le uniche sono gli oleodotti che convogliano il greggio verso nord, fino a Port Sudan, il porto sul Mar Rosso nel quale sono ormeggiate le petroliere battenti bandiera sud sudanese ma che è amministrato da Khartoum. Giuba non dispone, infatti, di alcun accesso al mare in cui far attraccare le proprie navi, il che la pone sotto il giogo del Sudan, il quale ha spesso sfruttato questa situazione di superiorità a proprio vantaggio per influenzare il governo del paese vicino. A pochi mesi dall’indipendenza, Khartoum impose una pesante tassa sul greggio sud sudanese transitato attraverso i propri oleodotti - circa 32 dollari per barile - che Giuba si disse disponibile a pagare solo in minima parte (poco più di un dollaro a barile), decisione che portò il presidente Omar al Bashir ad ordinare il sequestro di due petroliere sud sudanesi ormeggiate a Port Sudan come risarcimento per i mancati introiti.

La decisione scatenò una crisi che portò il presidente sud sudanese, Salva Kiir, a decidere, nel gennaio 2012, il blocco dell’attività estrattiva nei propri impianti, con l’obiettivo di danneggiare il vicino rivale, ma con l’unico effetto di azzerare le proprie entrate, costituite quasi al 100 per cento dai proventi derivanti dalla vendita del greggio. Dopo quasi 15 mesi di negoziati intermittenti tenutisi ad Addis Abeba sotto l’egida della comunità internazionale, i due governi hanno concordato una tassa di transito e il Sud Sudan ha riavviato la produzione di petrolio nel mese di aprile 2013. Alla fine di dicembre 2013, tuttavia, la produzione di petrolio del Sud Sudan è stata parzialmente interrotta di nuovo a causa del conflitto civile. La cooperazione nel settore petrolifero costituisce un elemento imprescindibile per entrambi i due paesi, se si considera che, precedentemente alla secessione del Sud Sudan del luglio del 2011, il Sudan ed il Sud Sudan disponevano congiuntamente di risorse petrolifere stimate tra i 5 e i 6,7 miliardi di barili, ponendo l'ex Sudan al quinto posto nella classifica dei paesi africani con maggiori risorse petrolifere e al secondo (con una produzione media di 490 mila barili al giorno registrata nel 2010) fra quelli produttori di petrolio, al di fuori dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec).

Dopo la secessione, la produzione media complessiva è scesa a 221 mila barili al giorno nel 2013 (122 mila in Sud Sudan, 99 mila in Sudan) e a 260 mila (150 mila in Sud Sudan e 110 mila in Sudan) nel primo semestre del 2014. Secondo il settimanale “Oil & Gas Journal” (Ogj), il Sudan e il Sud Sudan dispongono rispettivamente di riserve petrolifere pari a 1,5 miliardi e 3,5 miliardi di barili, la maggior parte delle quali si trovano nei bacini di Muglad (in Sudan) e Melut (nell’attuale territorio sud sudanese). Per quanto riguarda le infrastrutture energetiche, il Sudan dispone di due condotte di esportazione: una si snoda in direzione nord, fino al terminale Bashayer Marine (Bashayer 2), che si trova a circa 24 chilometri a sud di Port Sudan; l’altra parte dai blocchi 3 e 7 del giacimento di Melut e si estende per circa 1.600 chilometri con una capacità massima di produzione di circa 500 mila barili al giorno.

Da segnalare che il governo del Sud Sudan sta valutando la realizzazione di un nuovo oleodotto che, raggiungendo il porto di Lamu, in Kenya, o il porto di Gibuti - via Etiopia - possa consentire al greggio sud sudanese di bypassare completamente il territorio sudanese, in modo da ridurre la dipendenza energetica di Giuba nei confronti di Khartoum. A tale scopo il governo sud sudanese ha firmato una serie di memorandum d’intesa con i tre governi interessati al progetto e una società giapponese ha completato lo studio di fattibilità dell’oleodotto; tuttavia il conflitto esploso nel dicembre 2013 ha finito per congelare i piani per la costruzione. Per quanto riguarda gli impianti di raffineria, il Sudan dispone di due impianti con una capacità complessiva di 121.700 barili al giorno, oltre a tre impianti di distillazione atmosferica (“topping”) con una capacità totale di 22 mila barili al giorno, mentre non ci sono raffinerie petrolifere che operano in Sud Sudan e il progetto di costruzione di una raffineria di Bentiu, nello stato di Unity, è stato congelato a causa dell’interruzione della produzione nei giacimenti presenti nell’area a seguito dei combattimenti esplosi nella regione nel dicembre scorso.

Dopo la firma del trattato di pace del 2005, che pose fine alla seconda guerra civile del Sudan, alcune questioni tra Giuba e Khartoum sono rimaste irrisolte: la divisione delle rendite del petrolio, lo status di Abyei e la demarcazione dei nuovi confini. La questione dei confini è particolarmente significativa poiché molti pozzi petroliferi giacciono lungo l’instabile frontiera tra i due paesi. Inoltre, come si è visto, la quota preponderante delle riserve petrolifere nella regione è ubicata nel Sud Sudan, ma le infrastrutture di lavorazione e di distribuzione del petrolio greggio sono situate prevalentemente in Sudan. Analogamente, tutta l’attività di raffinazione viene svolta nel Sudan. Inoltre, il petrolio proveniente dal Sud Sudan, nonché dall’area contestata di Abyei e dagli stati del Sud Kordofan e del Nilo Azzurro, viene esportato e distribuito attraverso i terminal per l’esportazione che si trovano nel principale porto commerciale sudanese, Port Sudan. Alla luce di tutto ciò, la prosperità e la stabilità economica di entrambi i paesi - almeno finché Giuba non riuscirà a ridurre la sua dipendenza da Khartoum - sono direttamente collegate al grado di cooperazione che essi riusciranno a raggiungere in un futuro più o meno prossimo. (Marco Malvestuto)
 
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